Luogo simbolo di una frattura. Proscenio di una speranza tradita. Porta aperta sul mondo con il suo porto, il più importante del Mediterraneo, e, insieme, città imprigionata prima da una rete di metallo e poi dal dolore e dallo sgomento. È la Genova del G8. Dopo la morte di Carlo Giuliani. Dopo Bolzaneto. Dopo la Diaz. Venticinque anni più tardi, G8 2001. I giorni amari di Genova (All Around, 2026), di Donatella Alfonso, torna dentro quella ferita con lo sguardo della cronista e la sensibilità di chi sa che certi eventi non appartengono soltanto alla cronaca, ma continuano a interrogare la memoria collettiva. Ad accompagnare il testo un ricco apparato iconografico con le fotografie di Fabio Bussalino, che restituiscono volti, luoghi e atmosfere di quei giorni.

Il libro ricostruisce il clima che precedette il vertice: le aspettative, le tensioni, i preparativi di una città pronta a mostrarsi al mondo e trasformata invece nel teatro di una delle pagine più drammatiche della storia repubblicana. Di una “macelleria messicana”, come si ebbe a dire. Alfonso, allora inviata di Repubblica, rilegge quei giorni non per celebrare una commemorazione, ma per comprendere come la promessa di “un altro mondo possibile” sia precipitata in una sequenza di violenze destinate a lasciare un segno profondo nella coscienza del Paese.
Nel suo racconto Genova non è soltanto uno scenario, ma un organismo ferito. È la città nella quale l’Italia si è trovata a misurare la distanza tra i principi della propria democrazia e la loro concreta applicazione. Già il titolo racchiude il senso dell’opera. I giorni amari non definisce soltanto il dolore di quei momenti, ma suggerisce che il trauma non è mai un episodio isolato: è un’eredità che continua a sedimentarsi nel tempo. Genova continua infatti a rappresentare una lente attraverso cui osservare il rapporto tra potere e dissenso, tra ordine pubblico e diritti, tra globalizzazione e disuguaglianze. Da giornalista e testimone diretta, Alfonso riporta alla luce non solo una tragedia, ma una domanda che il tempo non ha cancellato.
Nell’introduzione l’autrice spiega con chiarezza le ragioni che l’hanno portata a scrivere il libro: “molte delle cose viste e annotate durante quel luglio rimasero nei taccuini, travolte dall’urgenza degli eventi e dalla violenza che seguì alla morte di Carlo Giuliani”. Oggi, scrive, è possibile ricomporre quel filo interrotto con il distacco della riflessione, pur nella consapevolezza che la verità storica e politica sia ancora incompleta. Un lavoro necessario, aggiunge, anche di fronte alle nuove spinte autoritarie e alle progressive limitazioni dello spazio democratico, che il G8 di Genova sembrò anticipare.
Il merito principale del volume è quello di andare oltre la semplice successione degli eventi. Alfonso ripercorre le giornate del G8 cogliendone i segnali premonitori, interrogando omissioni, errori di valutazione e rigidità che contribuirono a trasformare una grande manifestazione internazionale in una crisi democratica. Ne emerge una riflessione sulla fragilità delle istituzioni quando il conflitto viene affrontato esclusivamente come un problema di ordine pubblico e sulla difficoltà, tutta italiana, di riconoscere il dissenso come componente fisiologica della vita democratica.
Reprimere era il mantra in quei “giorni amari”. Al punto da superare il confine invalicabile. Di praticare la tortura. Roberto Settembre, già giudice di Corte d’Appello, estensore della sentenza di secondo grado sui fatti della Caserma di Bolzaneto, a proposito dell’uso sistematico della tortura andato in scena nel 2001 ricorda nel libro quello che rispose il generale Dalla Chiesa a chi gli domandava se per conoscerne il luogo di prigionia di Aldo Moro fosse lecito torturare i brigatisti: il Paese poteva permettersi di perdere l’onorevole Moro, ma se avesse praticato la tortura, l’Italia avrebbe perduto sé stessa.

L’ex magistrato sottolinea le difficoltà a codificare il reato di tortura nel Belpaese, la sordità rispetto alle richieste reiterate degli organismi internazionali. “Questo adempimento venne respinto per decenni dalle Assemblee legislative italiane chiamate a inserirlo nel nostro ordinamento penale, finché, a fatica, con imperdonabile lentezza, (L.110/2017), divenne legge dello Stato, ancorché formalmente imprecisa. Infatti, acquisendolo nel Codice penale all’art. 613 bis non come reato proprio, ma come reato comune, che lo prevede commesso dal PU (pubblico ufficiale, ndr) solo come ipotesi aggravata, ne sminuì in concreto la portata”.
A documentare la mattanza genovese, pur tutti i limiti del caso, furono i giornalisti e le giornaliste che operarono in quei giorni sotto la Lanterna. Di particolare interesse è la riflessione sul ruolo delle giornaliste. A Genova compare sui quotidiani per la prima volta l’espressione “dalle nostre inviate”, riferita a Lucia Visca e Natalia Andreani. Le due croniste ricordano, in un loro contributo, come il G8 sia stato anche un laboratorio linguistico: le parole scelte dai media contribuirono a costruire l’immagine pubblica degli eventi.
Accanto al lessico dell’ordine pubblico – “teppisti”, “cariche”, “scontri” – le giornaliste introdussero termini come “corpi”, “paura”, “cura”, “sguardi”, “testimonianze”. Non un cedimento al sentimentalismo, ma il tentativo di restituire la complessità umana di ciò che stava accadendo.

Efficaci le pagine dedicate al movimento No global, restituito nella sua reale articolazione. A Genova arrivarono associazioni cattoliche, missionari, ambientalisti, sindacalisti, studenti, volontari e organizzazioni internazionali: una galassia composita che chiedeva un diverso modello di globalizzazione e che la memoria pubblica ha finito quasi interamente per identificare con la violenza di una minoranza. Il volume dà voce ad alcuni protagonisti della stagione dei movimenti – da Chiara Caprini a Walter Massa, a Marcello Zinola – chiamati a riflettere su ciò che resta oggi dell’esperienza del Genoa Social Forum e delle vicende della Diaz e di Bolzaneto.
Le sentenze sulla Diaz e su Bolzaneto hanno accertato pestaggi, falsificazioni di prove, umiliazioni e violazioni sistematiche dei diritti fondamentali, successivamente qualificate dalla Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo come atti di tortura. La giustizia ha individuato responsabilità personali e restituito dignità alle vittime. Resta però aperta una questione che le sentenze, per loro natura, non potevano risolvere: quella della responsabilità politica e della catena di comando. Chi comandava davvero durante quei giorni? Chi prese realmente le decisioni? Chi definì le priorità operative mentre i Black Bloc attraversavano la città devastandola quasi indisturbati e migliaia di manifestanti pacifici venivano caricati? È su questo terreno che il libro offre alcuni degli elementi più interessanti.

Tra questi l’intervista a Claudio Scajola, ministro dell’Interno da poco più di un mese all’epoca del G8. Un contributo, il suo, utile a comprendere il contesto istituzionale nel quale maturarono quelle giornate. Scajola ricorda che il nuovo governo valutò l’ipotesi di spostare il vertice, salvo poi confermare sia la sede sia il dispositivo di sicurezza predisposto. Rivendica inoltre i tentativi di dialogo con il Genoa Social Forum per garantire il diritto alla manifestazione. Le pagine più significative riguardano tuttavia il funzionamento della macchina dello Stato. L’ex ministro racconta di non aver condiviso la decisione del vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini di seguire le operazioni dal comando dei Carabinieri di Forte San Giuliano, una presenza da lui definita «non necessaria». Riconosce inoltre che nella gestione dell’ordine pubblico vi furono «cattiva preparazione» e gravi problemi di coordinamento tra i vertici delle forze dell’ordine, ricordando di aver disposto, dopo la Diaz, la sospensione del vicecapo della Polizia Andreassi e del questore Colucci.
Non sono dichiarazioni che risolvono il nodo della catena di comando, né pretendono di riscrivere la storia. Confermano però che, anche ai massimi livelli dello Stato, vi fosse la consapevolezza di un grave fallimento nella gestione dell’ordine pubblico. Per comprendere fino in fondo ciò che accadde, tuttavia, è necessario collocare Genova nel suo tempo. Il G8 si svolge appena due mesi dopo la netta vittoria elettorale del centrodestra guidato da Silvio Berlusconi. Si apre una stagione politica che fa della sicurezza uno dei propri assi identitari e guarda con crescente diffidenza ai movimenti nati attorno ai temi della globalizzazione, dell’ambiente, della pace e dei diritti sociali.
Sarebbe storicamente improprio attribuire quanto avvenne alla Diaz o a Bolzaneto a una deliberata scelta politica del governo. Ma sarebbe altrettanto riduttivo ignorare il clima culturale nel quale quei fatti maturarono. In quegli anni il conflitto sociale tende progressivamente a essere rappresentato come un problema di ordine pubblico; la distinzione tra la violenza di una minoranza organizzata e il diritto di decine di migliaia di cittadini a manifestare pacificamente si fa sempre più sfumata. Quando la protesta viene percepita prevalentemente come una minaccia, anche gli strumenti predisposti per governarla finiscono inevitabilmente per assumere una logica emergenziale. Genova rappresenta il punto più drammatico di questa deriva. Non perché fosse un esito inevitabile, ma perché trovò terreno fertile in una cultura politica che privilegiava la sicurezza come valore prevalente, relegando troppo spesso in secondo piano la tutela delle garanzie costituzionali.

Questa responsabilità, tuttavia, non può essere confinata al solo governo allora in carica. Una delle rimozioni più evidenti degli ultimi venticinque anni riguarda proprio l’incapacità dell’intero sistema politico di fare di Genova un’autentica occasione di riflessione. Il centrodestra ha faticato a riconoscere fino in fondo la portata di quanto accaduto; ma anche il centrosinistra, tornato successivamente al governo, non ha promosso quella profonda revisione della cultura dell’ordine pubblico e delle pratiche di polizia che una simile frattura avrebbe richiesto. La tardiva introduzione del reato di tortura e l’assenza di una riflessione parlamentare condivisa testimoniano come la Repubblica abbia preferito archiviare Genova piuttosto che assumerla come una lezione istituzionale.
È proprio questo il punto che il libro di Donatella Alfonso riporta al centro del dibattito. Il problema non è soltanto l’esistenza della violenza – presente in ogni grande conflitto sociale – ma la qualità della risposta dello Stato. Ogni democrazia deve essere in grado di affrontare il disordine; proprio nei momenti di maggiore tensione è chiamata però a dimostrare la propria superiorità rispetto alla violenza che intende reprimere. Quando questo principio viene meno, non si produce soltanto un abuso di potere: si compromette il rapporto di fiducia tra i cittadini e lo Stato. Una generazione ha visto incrinarsi l’idea delle istituzioni come garanti imparziali dei diritti e, da allora, il rapporto tra sicurezza e libertà è entrato stabilmente nel dibattito pubblico attraverso una lente segnata dall’emergenza. Troppo spesso il linguaggio delle garanzie è stato sostituito da quello dell’ordine, come se diritti e sicurezza fossero valori alternativi anziché complementari.
È qui che il libro supera definitivamente i confini della ricostruzione storica. Non cerca colpevoli simbolici né alimenta polemiche tardive. Chiede qualcosa di più difficile: che la Repubblica abbia il coraggio di guardare una delle proprie pagine più oscure senza indulgere né nell’autoassoluzione né nella rimozione. Perché il problema di Genova non consiste più soltanto nell’accertamento delle responsabilità individuali, ormai consegnate alle sentenze. Consiste soprattutto nella difficoltà della politica italiana di elaborare quella vicenda come una vera crisi della democrazia.
Pubblicato venerdì 18 Settembre 2026
Stampato il 18/09/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/librarsi/genova-non-e-finita-ritorno-sul-luogo-del-delitto-di-stato/



