
Confesso di essermi commosso leggendo questa testimonianza, lasciataci da uno dei patrioti che presero parte alle Quattro Giornate di Napoli, che ho ritrovata durante la catalogazione del fondo Fronte Unico Nazionale, custodito dall’Archivio Storico Benedetto Petrone-APS, a Brindisi.
In essa il napoletano Antonio Minichiello racconta di quegli eroici giorni, richiedendo nel 1948 la tessera del Fronte Unico Nazionale. Quest’associazione era l’erede di quel Fronte Rivoluzionario di cui il pittore Eduardo Pansini era stato ispiratore e presidente, raccogliendo intorno a sé buona parte degli insorti del Vomero nelle Quattro Giornate, ed aveva pagato il duro prezzo della vita di suo figlio, lo studente Adolfo Pansini, negli ultimi scontri alla Masseria Pagliarone.

In 16 paginette di quaderno scritte in un incerto e a volte sgrammaticato italiano, “Minichiello Antonio, nato a Napoli il 1 settembre 1904, di professione ‘maschera del Cine teatro Aurora’” racconta come, nonostante fosse padre di due figli in tenera età, spontaneamente fosse sceso in strada, si fosse armato in una caserma abbandonata della Regia Marina e poi si fosse offerto di combattere alle dipendenze di una banda d’insorti del Vomero.
Il racconto attraversa vicende che solo in parte ritroviamo nel film di Nanni Loy. Sono episodi inediti e forse ritenuti all’epoca poco rilevanti, ma che oggi ci tramandano una pagina di grande umanità offertaci dalle donne del popolo di Napoli e che deve esserci di insegnamento in un tempo di stragi e genocidi, di fame e sete usate come armi di distruzione di massa, come a Gaza.

Sono donne anonime del popolo del Vomero, di una Napoli assediata e affamata, come Minichiello riferisce, che si nutre di patate e pane ammuffito, ma che trovano incredibilmente, in una sorta di colletta popolare, latte, caffè e biscotti per rifocillare due “figli di mamma”, due giovani tedeschi. Erano stati presi prigionieri e dati in custodia, nello stesso palazzo CIS ove esse abitavano, allo stesso Minichiello da un sergente messosi a capo di quel gruppo di insorti.
Quelle misericordiose donne, in quelle ore, provavano per quei due giovani prigionieri lo stesso amore sentito per i loro cari — figli, mariti e fratelli —, che Mussolini aveva spedito in divisa su tutti i fronti bellici. Di molti di loro si ignorava la sorte, se vivi o morti o prigionieri o presi ostaggi dei tedeschi. Ed erano madri in ansia per i loro cari che in quei giorni, a Napoli, erano scesi in strada a combattere tedeschi e fascisti e tra essi anche giovanissimi scugnizzi.

È lo stesso Minichiello a raccontare di quando, nottetempo, due donne si presentarono al carcere urlando a gran voce il nome di “Peppeniello” e che lui allontanò esasperato sparando col fucile in aria.
Grazie alla documentazione custodita nel Fondo Patrioti garibaldini dell’Archivio Storico Benedetto Petrone-APS, di cui il sottoscritto è presidente, possiamo dare nome a una di esse, e a suo figlio Peppeniello.


Lei, la madre in lacrime, alla ricerca di quel bambino che, aggregatosi a una banda di scugnizzi combatté sulle barricate di Salita Tarsia e Salita Stella: è Giuseppina Carracina, madre dell’undicenne Giuseppe “Peppeniello” Varriale, che nel dopoguerra fu insignito del titolo di Patriota.
Riporto qui di seguito stralci significativi della testimonianza di Antonio Minichiello. Archivio Storico Benedetto Petrone-APS, Fondo Patrioti garibaldini, busta Fronte Unico Nazionale, fasc. Minichiello A.
“Al comandante Eduardo Pansini del Fronte Unico Patrioti e Garibaldini-Napoli.
Il sottoscritto Antonio Minichiello, fu Carlo, espone la presente per la discriminazione dei suoi atti avvenuti nel settembre 1943:
Con il moschetto preso alla caserma della caserma-ospedale dei Marinai di Gesù e Maria me ne ritornai a casa per poco per ristorarmi di qualche patata che allora ne avevo… Io cercavo un posto organizzato, con un comando atto a farsi valere e lo trovai nel palazzo delle Case Impiegati Statali, ‘C.I.S.’, vicino al carcere di Sant’Eframo nuovo, in tutto una quindicina di persone, però vi erano molte munizioni e dove vi era un sergente, che aveva quasi il comando, il quale mi mise alla guardia di notte.
Nel frattempo arrivavano alcuni patrioti, portando seco due tedeschi i quali furono collocati nello sgabuzzino del portiere a terra, e con mio rammarico furono affidati alla mia custodia. Al giorno successivo, scesero alcune donne che abitavano allo stesso palazzo CIS portando latte e caffè e biscotti, che alla loro volta mi invitarono a prendere qualche cosa ma io rifiutai per due ragione: per prima che quelle non erano dirette a me, ma credevano di fare qualche cosa per i prigionieri che stavano digiuni da chissà quianto tempo ed allora io gli permisi di darle.
Ogni giorno le signorine scendevano viveri per i prigionieri ed io quel giorno ebbi quattro patate e 100 grammi di pane. Di notte rimasi a guardia dei prigionieri ed ogni tanto si sentiva qualche sparatoria in nostra direzione dallla provenienza sopra le loggie dei palazzi adiacenti (erano fascisti isolati decisi a non arrendersi, NdR).
A notte inoltrata sentivo gridare un nome di qualcuno, due donne gridavano (Peppeniello!!!) ed allora dissi che non c’era nessuno e che dovevano andar via, altrimenti io avrei fatto fuoco, ma loro non acconsentirono e cercavano il modo di entrare, ed allora io dovetti gridare “altolà chi va là” loro non si fermarono ed io sulla loro testa feci fuoco e così con tutta la forza fuggirono.
Più tardi dovevamo andare all’Arenella e ci avviammo verso Materdei ed incontrammo alcuni patrioti, i quali asserivano che i nazi stavano scendendo verso il lato opposto e cioè verso da Santa Teresa al Museo e portarommo assieme un cannoncino di piccolo calibro (quello che appare nel film di Nanni Loy, NdR). Il giorno 30 le solite signorine scendevano il caffè e latte e biscotti ai prigionieri ma questa volta senza essere né avvertito né invitato. Erano quelli i regolamenti di tenere i prigionieri?
Fu detto al Colonnello Bonomi di mandarli al carcere di S. Efremo, ma lui rispose che non poteva, per mezzo di regolamenti. Insomma i prigionieri restarono ancora tutto il giorno 30 settembre.
Affamato tornai a casa dove trovai a casa un poco di pane con della muffa verde e qualche patata e mezza cipolla in tutto, scolando la bottiglia dell’olio e quello fu il mio pranzo della sera del 30 settembre. Ritornai alla zona e fui messo ancora una volta a guardia dei prigionieri.
Giorno primo ottobre aspettavamo gli Alleati e infatti non tardò a venire una jeep con due americani, un giornalista ed un capitano che con una macchina fotografica si fotografarono con una signorina che offriva dei fiori poi presero i due prigionieri e tanti patrioti si lasciarono fotografare assieme ai tedeschi prigionieri, io scambiai qualche parola americana con loro. In seguito consegnai il mio moschetto e nel gennaio del 1944 mi recai al carcere di S. Efremo ed il ten Colonnello Bonomo mi rilasciò un tesserino ‘Fuori i Barbari’ giorno 28-29-30 e 1° ottobre 1943, n 343 elenco 503. In fede Napoli 29 settembre 1948 Antonio Minichiello”.
Antonio Camuso, presidente Archivio Storico Benedetto Petrone-APS
Pubblicato lunedì 19 Ottobre 2026
Stampato il 19/10/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/latte-caffe-e-biscotti-al-nemico-prigioniero-le-donne-del-vomero-nelle-quattro-giornate/



