Se si parte dal presupposto – mai scontato, sicuramente non definito nello stesso modo nei diversi contesti socioculturali – che il cinema abbia un suo status politico, perché nato in un contesto storico e quindi chiamato spesso a narrarlo, ciò che ne deriva è come realizzare questa dimensione, che dovrebbe essere in tal senso rappresentativa e critica.
In una fase storica di gravità totale come quella che stiamo vivendo, di fronte a guerra, genocidio e ingiustizia massiva, dovendo affrontare delle prospettive culturali tese a giustificare tutto questo con mezzi tecnologici di inedita efficienza per capacità di falsificazione, la domanda diviene questa: che tipo di cinema dobbiamo mettere in atto non soltanto per resistere a tutto questo, ma porre proposte e istanze di cambiamento? Non soltanto subire ma fronteggiare, non solo attestarsi ma procedere oltre.
Giancarlo Bocchi è un cineasta che inizia il suo percorso professionale intrecciando i temi della filosofia e delle avanguardie artistiche: il peso della storia, è figlio del comandante partigiano Mario Bocchi, “Giancarlo” il nome di battaglia, lo farà scegliere di realizzare una cinematografia militante, che percorre terre, popoli e – purtroppo – i conflitti che ne segnano la sofferenza delle une e degli altri. Dagli anni della guerra nei Balcani i suoi documentari rappresentano le linee di contrapposizione tra giustizia e ingiustizia, diritto e sopruso, vita, pace e morte, guerra.
L’ultimo film, Il grido – I 700 giorni di Gaza (2026), unica pellicola europea su Gaza e indipendente, che non ha chiesto e tantomeno ricevuto sovvenzione alcuna, è realizzato secondo le indicazioni della modalità più onesta ed efficace per rappresentare la guerra. Guerra, come è bene ribadire, non è però il concetto esatto per definire il tragico contesto di Gaza e della Cisgiordania, in cui non si sta combattendo un conflitto tra eserciti contrapposti, secondo le modalità del diritto vigente.
Fermo restando che ormai di quest’ultimo restano tracce minime in tutte le guerre adesso in corso, Ucraina inclusa, ciò che riguarda il popolo palestinese non può essere considerato un conflitto come altri: è ormai da decenni constatazione incontrovertibile che il massacro sistemico di una popolazione inerme da parte di un esercito munitissimo e tra i più efficienti del mondo non può che essere considerato un genocidio. Come tale passerà alla storia.
Il tempo delle polemiche a riguardo di tale definizione deve essere considerato esaurito: la cifra delle vittime palestinesi stimate, 70.000, cui si dovranno aggiungere quelle degli anni a venire (anche se ogni forma di azione militare diretta contro i civili venisse a cessare adesso, la distruzione di ospedali, scuole, ogni forma di infrastruttura civile comporterà un’onda di morte per anni) non consente dubbi di sorta.
Se poi ci si aggiunge il numero delle bambine e dei bambini, 18.000, quello delle donne, degli anziani, delle persone malate – cioè di tutte le persone che dovrebbero essere sempre e comunque tutelate – e si analizzano dinamiche come l’aver impedito (e impedire) l’arrivo degli aiuti umanitari, l’ignobile strumento della morte per fame, lo sterminio di medici e personale sanitario, la perseguita degradazione per bisogno di masse impressionanti di persone, e, non ultimo, l’annientamento sistemico dei giornalisti, ci si rende conto di essere di fronte a un piano organico per la cancellazione di questo popolo.
Il documentario si apre con notizie e numeri dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023: se la condanna dell’azione criminale di Hamas resta chiara, lo squilibrio nella contabilità delle vittime – già assurda di per sé, per il tragico equivoco di una neutralità messa in discussione da decenni di massacri operati dalle forze militari israeliane – diviene un argomento da tempo difficile da mettere in discussione. Eppure ciò non accade con la coerenza dei principi faticosamente definiti nel tempo, il lungo cammino dei diritti umani, come affermava il mio maestro Ernesto Balducci, il tentativo caparbio di mettere fine all’atrocità dei disumanesimi imperanti. Non mi sembra che, da tempo, Hamas sia una forza militare in grado di porre un pericolo per Israele tale da giustificare la guerra totale a più riprese sostenuta dal governo di Tel Aviv, nella dichiarazione e nell’azione palesi dell’acquisizione di terra, risorse primarie, vite altrui.
In cosa risiede la scelta di Bocchi, che definisco la più onesta e diretta per narrare il genocidio? Nell’aver dato voci, volti, suoni e immagini alle vittime, attraverso l’opera di documentazione storica messa in atto da giornalisti e filmaker palestinesi (per lo più giovani, pagando a prezzo carissimo quelle riprese: sappiamo che molti di loro, 263, sono stati uccisi per mano israeliana) che ti introducono nel conflitto andando oltre le censure e la rimozione di cui il sistema comunicativo globale si è reso massivamente colpevole.
Giancarlo Bocchi riserva a sé la selezione del materiale che gli è pervenuto nelle modalità difficilissime di una comunicazione impedita, il ruolo fondamentale del montaggio, la realizzazione della colonna sonora, nonché l’ordine cronologico dei filmati, attraverso didascalie essenziali, ma del tutto esaurienti. È su questo piano che il suo lavoro si qualifica su un piano etico e realizzativo altissimo.
Le immagini che tessono il film non possono essere viste se non con una sofferenza assoluta, accompagnata da un sentimento a cavallo tra un senso di colpevole impotenza e una rabbia dolorosissima. A cui non resta che trarre riferimenti da quello che le testimonianze raccolte ci rilanciano: la necessità di condividere questo patire e contrastarne le orribili responsabilità, il rigore con cui diffondere le comunicazioni qui raccolte e amplificarne il volume, non smarrire la nostra dignità etica così pesantemente messa in discussione.
Visitando il sito del film, www.ilgridoisettecentogiornidigaza.it, oltre alle informazioni dettagliate sul lavoro di Bocchi, si può trovare il modo per diffonderlo a nostra volta, proponendo e organizzando proiezioni. È il minimo di quanto si può provare a fare: insieme a un rivolo di iniziative che segnalano la volontà di non voltare lo sguardo altrove e non scoprirsi, da qui a poco tempo, tra i corresponsabili di uno degli eventi di ferocia assoluta di questo già travagliatissimo XXI secolo, dobbiamo far sì che ciò diventi un fiume in grado di smuovere idee, azioni e compassione.
Nel finale del film si ascoltano le note di Bella ciao. È un passaggio per niente scontato. L’implicanza politica del destino del popolo palestinese è l’espressione più precisa del futuro di questo pianeta. Non è soltanto la necessità di ridefinire l’etica globale attraverso il diritto internazionale o di impedire ulteriori massacri del genere. Ne va del sentire e del con\sentire comuni, la dimensione minima della tutela e della cura delle vittime, la possibilità di tutelare l’umanesimo che ci ha sospinti fin qui, dove rischiamo di arenarci. Non ce lo possiamo permettere, dobbiamo andare oltre.
Andrea Bigalli, docente di Cinema e teologia all’Istituto superiore di scienze religiose della Toscana
Pubblicato giovedì 15 Ottobre 2026
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