Steven Spielberg con Tom Hank e Meryl Streep (da https://images.everyeye.it/img-notizie/the-post-steven-spielberg-alla-regia-film-con-tom-hanks-meryl-streep-v3-286675-1280×720.jpg)

«La proprietaria del giornale sono io. Decido io», dirà finalmente Katharine Graham, editrice del Washington Post (una impeccabile Meryl Streep) di fronte al dilemma se pubblicare o no i documenti top segret del Pentagono sulla guerra del Vietnam.

Stiamo vedendo il film The Post di Steven Spielberg, ambientato negli anni 70, nel vivo di quel disastroso conflitto. La realtà delle vicende politiche degli Usa ci mostra come abbia avuto vita grama il limpido concetto “la stampa deve essere al servizio dei governati e non dei governanti”, radicato nei fondamenti della democrazia americana. Se le date ci illustrano un periodo storico ben preciso e tumultuoso, non impediscono che il film abbia un valore attuale di monito più ampio e puntuale nei confronti dell’era di Trump, delle fake news, dei tweet più arroganti, delle manifestazioni sprezzanti verso i giornalisti e le donne, l’era dei conflitti perdenti, delle nuove, tracotanti sfide nucleari guerrafondaie.

Questo riuscito thriller politico ha al centro il dilemma in cui si trovarono direttore ed editrice del prestigioso quotidiano statunitense di fronte al dovere morale di rendere pubblici i segreti inconfessati del Pentagono. In ballo i curricula di quattro presidenti degli Usa di fronte al conflitto nel Vietnam. Settemila pagine scottanti svelavano l’indifferenza dei capi verso le migliaia di giovani americani mandati al massacro in una inutile impresa, destinata a fallire in partenza.

II film ci presenta due figure chiave convincenti e interpretate a perfezione in un cast di prima qualità: il direttore Ben Bradlee (Tom Hanks) e l’editrice Kay (Meryl Streep), erede della proprietà del foglio dopo la morte del padre e la scomparsa del marito affidatario. I loro tête-à-tête, l’iniziale contrapposizione sulla scelta decisiva, che andrà gradualmente mutando, ci guidano lungo le problematiche e gli ambienti giornalistici costretti a destreggiarsi fra il diritto di cronaca e l’imposizione governativa. Le sequenze condotte con mano abile e stile stringente da reportage, partono dalla insidiosa giungla vietnamita e dal fuoco amico, per poi entrare nell’intrico dell’affaire disastrosi dei combattimenti in Vietnam, decide di divulgare 7000 pagine di un dossier redatto nel 1971 su incarico del segretario alla Difesa Robert Mc Namara. Nel rapporto confidenziale vengono a galla tutti gli errori di gestione della politica militare degli Usa nel Vietnam, le reticenze, le menzogne e occultamenti di notizie della Casa Bianca nel corso di trent’anni.

Il contenuto del plico, consegnato al New York Times da uno sconosciuto, inizia ad apparire sulle colonne del quotidiano. Il presidente Richard Nixon reagisce allo scandalo, minacciando apertamente di incriminazione i giornalisti per divulgazione di segreti di Stato e fa bloccare il seguito degli articoli dalla Corte Suprema. È un attentato alla libertà di stampa, che indigna Bradlee e lo convince a venire in possesso delle carte e a ripubblicarne di nuove sul Whashington Post, mentre nel Paese fervono le manifestazioni pacifiste. «Quei tempi devono finire», dice. Sono in gioco l’etica professionale, il significato stesso della comunicazione. L’ostacolo, tuttavia, è rappresentato dal dissenso dei consiglieri e soci di maggioranza della testata. Chi prudente, chi conformista, chi interessato soprattutto al business. E poi vi è la resistenza di Kay, preoccupata del destino del quotidiano da poco quotato in borsa e della ricaduta negativa sui dipendenti.

Bradlee personifica il coraggio professionale e civile, la diplomatica Kay è fino a quel momento in una posizione di secondo piano rispetto alle grandi scelte decisionali, tradizionalmente succube, in quanto donna, del suo entourage.

Qui si evidenzia l’altro, indovinato, tema del film: il riconoscimento pieno della dignità del lavoro femminile e della sua importanza nella gestione dei pubblici poteri. Problema oggi più che mai in primo piano nella società americana che scopre la necessità di un nuovo corso, rispettoso dell’intelligenza muliebre. Kay rappresenta, malgrado le sue doti, quella invisibilità decorata in alte sfere da inchini, mondanità e complimenti, che vive sempre all’ombra delle volontà maschili. Ma via via il personaggio diviene emblematico. Delusa dalle notizie sugli inganni di cui è stato oggetto il popolo americano, da parte di presidenti amati ed osannati come Truman, Kennedy, Johnson e ora Nixon, rivive anche l’inferiorità personale dorata e rimossa, che ha sempre accettato. È giunto il momento di fare un passo avanti, di abbandonare la privacy e di prendere coscienza dei propri compiti.

In quanto prima donna in America a dirigere una testata, le spetta una decisione autonoma e ardita nell’interesse dei cittadini, dell’opinione pubblica angosciata dalle perdite di tante vite destinate al macello, e dalle sorti della democrazia. L’attrice rende benissimo i passaggi dall’incertezza alla convinzione. «Se non pubblichiamo, il Paese perde», le ha detto Bradlee. Così, costi quel che costi, non importano i rischi di prigione e di carriera, Kay pronuncia il suo sì.

È avvincente nel film l’entusiasmo febbrile che si attiva nei locali del giornale, in mezzo agli antichi macchinari e rotative, così come l’eroismo scrivano dei cronisti intenti a ricopiare per ore e ore, in privato, i documenti preziosi. Entusiasmante quell’atmosfera collaborativa speciale, costruita con pazienza da un direttore che Spielberg paragona al capitano di una nave.

La vittoria finale del Whashington Post, con il pronunciamento dell’Alta Corte, darà il via al successivo smascheramento dell’amministrazione Nixon e dei suoi panni sporchi col Water Gate. Così si conclude un film importante, la cui attualità nell’America di oggi è calzante, confermata dallo stesso Spielberg: «Ci sono 50 anni di distanza ma la storia racconta quell’epoca e il nostro tempo, le somiglianze sono sconvolgenti».

Serena d’Arbela, scrittrice, traduttrice, giornalista