C’è una parola che in Italia, negli ultimi anni, è stata sottoposta a un’opera deliberata di trasformazione del suo significato. Le parole sono strumenti potenti e chi vuole orientare il pensiero politico spesso comincia cambiando il significato delle parole attraverso cui la politica si racconta. Questa parola è patriota. Il significato che le attribuisce oggi buona parte della destra italiana, in particolare Giorgia Meloni, è profondamente distante da quello che ha assunto nella storia del nostro Paese. Non si tratta di una semplice evoluzione linguistica, ma di una precisa operazione politica di risemantizzazione, attraverso la quale si cerca di sostituire un significato storico con un altro, funzionale a una diversa visione della società e del potere.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (Imagoeconomica, Sara Minelli)

La utilizza, per esempio, il gruppo Patriots for Europe promosso da Viktor Orbán, al quale aderiscono il partito di Marine Le Pen e la Lega di Salvini. Fratelli d’Italia non ne fa parte, collocandosi nel gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR), tuttavia Meloni ha molto contribuito a trasformare il termine in una sorta di marchio identitario, associandolo a un preciso universo politico e culturale: sovranismo, opposizione all’immigrazione, difesa dei cosiddetti valori tradizionali, ostilità verso l’ambientalismo e i diritti delle persone LGBTQIA+, esaltazione della sovranità nazionale e di una concezione autoritaria della leadership.

Il manifesto di Atreju 2017, la festa di Fratelli d’Italia. Nell’edizione di quell’anno era era intitolata “È tempo di patrioti”

In questa rappresentazione, il patriota diventa il fedele di una missione definita dall’alto, da un leader che stabilisce quali siano i valori da custodire e i nemici da combattere. Sei patriota se ti riconosci in un “noi” che qualcun altro ha stabilito per te. Non lo sei se contesti, critichi o chiedi conto delle scelte del potere. La critica, che dovrebbe rappresentare una delle forme più alte di responsabilità verso la propria comunità, finisce per essere interpretata come un tradimento. Una parola nobile viene così utilizzata per conferire rispettabilità a concezioni politiche illiberali e autoritarie.

Ora anche Futuro Nazionale di Roberto Vannacci punta sull’amor di Patria, secondo la sua visione (Imagoeconomica, Alessandro Amoroso)

Ma per comprendere meglio questa operazione bisogna tornare alla storia. Patriota deriva dal latino patria, la terra dei padri, il luogo della comunità alla quale si appartiene per nascita o per scelta. Nella storia moderna ha assunto un significato politico profondo: patriota è chi lotta per la libertà e l’autodeterminazione del proprio popolo, anche opponendosi allo Stato esistente per liberarlo dall’oppressione e renderlo più giusto. Meloni richiama frequentemente la formula «Dio, Patria e Famiglia», trasformandola in uno strumento identitario per stabilire chi appartiene alla comunità e chi ne resta escluso. La patria, da luogo di appartenenza e responsabilità condivisa, diventa così un criterio di esclusione. Ed è qui che emerge la contraddizione storica più profonda.

Il medagliere dell’ANPI nazionale

A partire dall’autunno 1943, in Italia, il termine patriota venne utilizzato per indicare i partigiani. Il dizionario Treccani ricorda che durante la Seconda guerra mondiale il partigiano venne chiamato «patriota», soprattutto nella prima fase della lotta resistenziale. Anche l’Accademia della Crusca documenta l’impiego del termine per designare coloro che presero le armi contro i nazifascisti. Solo nel dopoguerra, per ragioni amministrative, assistenziali e di riconoscimento dei benefici previsti dallo Stato, furono introdotte distinzioni più precise di carattere prevalentemente militare (e ciò andò a scapito delle donne). I decreti del 1945 definirono così diverse qualifiche, tra cui quelle di partigiano combattente, patriota e benemerito della lotta di Liberazione, oltre che di caduto, in base al tipo e all’intensità della partecipazione alla Resistenza.

Fin dal primo numero, questo giornale riprendeva il concetto assunto all’inizio della Resistenza, lotta di popolo, come Secondo Risorgimento, con i suoi patrioti

Ma la classificazione di esperienze diverse della lotta di Liberazione, nata per necessità “burocratiche” e per assegnare le ricompense al Valor Militare, stabilita dallo Stato italiano a partire dai decreti luogotenenziali del primo mese di agosto dell’Italia libera, non modificarono il significato originario attribuito a quella parola. “Patrioti”, erano coloro che avevano scelto di schierarsi contro la dittatura fascista e l’occupazione tedesca, assumendosi il rischio della disobbedienza e della rivolta.

Partigiani emiliani (Archivio fotografico Anpi nazionale)

Quei patrioti non erano i custodi dell’ordine costituito, ma uomini e donne che avevano scelto di ribellarsi alla dittatura fascista e all’occupazione nazista. Non difendevano l’Italia così com’era. Combattevano per un’Italia diversa, ancora da costruire. Dissero no alla guerra, alle leggi razziali, alle deportazioni, alle rappresaglie, alla tortura degli oppositori, all’obbedienza cieca e all’umiliazione della dignità umana. Misero a rischio la propria vita, e molti la sacrificarono, perché aspiravano a una società fondata sulla libertà, sulla giustizia, sulla pace e sul rispetto di ogni essere umano. La loro patria non si esauriva, nel suolo o nei confini, era un progetto di società nella quale nessuno dovesse essere perseguitato per le proprie idee, la propria origine o la propria diversità.

Franco Cesana, partigiano bambino (Mantova, 20 settembre 1931 – Pescarola, 14 settembre 1944) è stato un partigiano italiano, Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Era di origine ebraica

Una storia aiuta a comprendere il significato di quella scelta: quella di Franco Cesana, un bambino ebreo di Bologna che, a dodici anni, decise di unirsi ai partigiani. In una lettera alla madre raccontò di essersi rivolto ai «patrioti», che lo avevano indirizzato al comando partigiano. Morì a tredici anni, ucciso durante uno scontro. Il giornale partigiano lo ricordò come un ragazzo che aveva risposto alla chiamata della Patria.

Il riconoscimento di caduto del piccolo Franco

Ma di quale Patria si trattava? Non certo di quella rappresentata dal fascismo, che lo aveva espulso dalla scuola perché ebreo. La patria per la quale Franco aveva scelto di combattere era un’Italia che ancora non esisteva: un Paese nel quale nessun bambino sarebbe stato discriminato per la propria origine, nessuno avrebbe dovuto obbedire a un tiranno e la parola «comunità» avrebbe finalmente significato rispetto e solidarietà. È questo il significato storico e morale della parola patriota che la destra contemporanea cerca deliberatamente di sostituire. Da qui nasce una distinzione fondamentale: quella tra patriottismo e nazionalismo.

Il nazionalismo italiano, nella sua espressione fascista, esaltava la potenza dello Stato, l’espansione imperiale, la superiorità della nazione e la contrapposizione tra i popoli. Non si limitava a chiedere fedeltà per la propria terra, ma pretendeva che quella fedeltà si trasformasse in volontà di dominio, anche attraverso la conquista e la guerra. Quando la ricerca della potenza nazionale diventa volontà di sottomettere altri popoli, il nazionalismo si trasforma in imperialismo. I partigiani combatterono proprio contro questa logica. La loro fu una lotta di liberazione nazionale, ma anche una battaglia etica e politica di valore universale, fondata sulla convinzione che nessuno Stato, nessuna bandiera e nessuna ideologia possano giustificare la negazione della libertà e della dignità umana.

Campagna d’Africa

Per questo la risemantizzazione della parola patriota operata dalla destra contemporanea non è un innocuo esercizio linguistico. È un intervento politico sulla memoria collettiva, attraverso il quale si cerca di svuotare il termine del suo significato antifascista e liberatorio per riempirlo di contenuti identitari, nazionalisti e conservatori. Se patriota diventa chi difende l’identità nazionale, i confini, la tradizione o il proprio leader, la parola viene privata della sostanza politica e morale che le diede la Resistenza. Finisce per indicare l’appartenenza a uno schieramento anziché una responsabilità verso la comunità; la fedeltà a un’identità anziché l’impegno per una società più libera e giusta. Il patriota non è colui che celebra lo Stato o ne difende ogni decisione, ma chi pretende che lo Stato sia all’altezza dei diritti e della dignità delle persone. E quando il potere tradisce questi principi, opporsi può diventare la più autentica forma di fedeltà alla Patria.

Illustrazioni di Marco D’Autilia dedicate alla storia dei partigiani Teresa Seita e Andrea Mensa

Questo fecero i partigiani, pagando spesso con la propria vita. Non combatterono perché l’Italia diventasse una nazione più potente delle altre, ma perché diventasse un Paese nel quale le persone potessero vivere libere, senza paura, senza discriminazioni e senza essere umiliate. La Patria che contribuirono a costruire non si esaurisce in un confine o in una bandiera. È un progetto di convivenza umana, i cui principi fondamentali hanno trovato espressione nella Costituzione repubblicana. Ed è una domanda che ogni generazione dovrebbe continuare a porsi: di quale comunità vogliamo assumerci la responsabilità?

I partigiani diedero la loro risposta, con le scelte, con il coraggio e, troppo spesso, con la vita. Non una comunità fondata sulla paura dell’altro, sulla sopraffazione o sulla ricerca di nemici, ma una società libera, giusta, solidale, capace di riconoscere in ogni essere umano la stessa dignità. È questo il significato di Patria che merita di essere custodito.

Piero Scutari, presidente ANPI città di Potenza