“Scontro con bande armate di Acerra (Napoli). Area completamente distrutta. Abitanti sterminati”. Registrava così il diario di guerra del Reggimento corazzato Hermann Göring della Germania nazista, il 2 ottobre 1943 quando si conteranno 88 morti, oltre 200 edifici distrutti e dati alle fiamme in uno dei più sanguinosi eccidi compiuti nell’Italia meridionale. Tra le vittime Gennaro Auriemma di 11 mesi.

Ottantatré anni dopo e per la prima volta, l’eccidio e la Resistenza della cittadina Medaglia d’Oro al Merito Civile sono stati commemorati il 6 ottobre nella prestigiosa Sala della Regina di Palazzo Montecitorio. Con un interrogativo: quanto conosciamo davvero la Resistenza del Mezzogiorno? E quanto spazio le viene ancora riservato nella memoria pubblica e nell’insegnamento della storia?

“Alla strage si aggiunse anche la deportazione. Sono figlio di un deportato — ha detto il vicepresidente della Camera Sergio Costa —. Nel lager nazista in alta Sassonia dove mio padre per due anni e mezzo fu internato perché fortemente antifascista mi raccontava, e lo scrisse anche in un diario al suo ritorno, che c’erano dei cittadini di Acerra”.

Dopo l’insurrezione popolare delle Quattro Giornate di Napoli e l’avanzata degli Alleati sbarcati a Salerno, l’esercito tedesco si ritira verso nord per attestarsi sulla Linea Gustav. Gli ordini alle truppe sono chiari: requisire tutto ciò che può servire alla Wehrmacht e distruggere ciò che non può essere portato via. In altre parole, fare terra bruciata. Acerra, a nord di Napoli, si trova lungo la direttrice della ritirata tedesca.

Il primo ottobre squadre di guastatori entrano in città, incendiano i palazzi nobiliari, minano la cabina elettrica, il pastificio, la linea ferroviaria, i ponti di accesso al centro abitato. Duecento uomini vengono rastrellati e deportati. Fra essi anche il parroco. Ci sono i primi morti fra chi si oppone. Il giorno seguente, quando i tedeschi ritornano per completare la distruzione, trovano le barricate.
Giovani e meno giovani, armati alla meglio, hanno deciso di opporsi ai nazisti e di difendere la città. Non è una reazione improvvisata. Da tempo gli acerrani si stavano organizzando, e già il 12 settembre c’era stato un conflitto a fuoco fra le parti con il ferimento di un soldato tedesco. Il primo tentativo dei guastatori nazisti di entrare in città il 2 ottobre è respinto. Acerra sembra salva. Ma nel pomeriggio arrivano le truppe corazzate della Divisione Hermann Göring con tre carri armati e un centinaio di soldati. Poco possono le barricate fatte di carri agricoli e mobili. I soldati tedeschi mettono così in atto la più dura e crudele rappresaglia nei confronti della popolazione civile.

“Questa sofferenza è entrata nelle istituzioni ed è parte di memoria, parte di educazione anche nelle scuole — ha continuato Costa nel corso dell’appuntamento che ha riunito rappresentanti delle istituzioni, dell’ANPI, studiosi, cittadini e protagonisti della memoria acerrana —. In un momento storico dove i venti di guerra sono i più alti dalla Seconda guerra mondiale è importante costruire tutti insieme, anche con idee politiche diverse per dire basta alle guerre”.

Tra gli interventi anche quello dell’ambasciatore della Repubblica Federale di Germania in Italia Thomas Bagge, che ha patrocinato il docufilm L’eccidio di Acerra, realizzato dal regista Felice Ceparano, proiettato durante l’evento. “È un gesto che racconta come la Germania di oggi guardi a quella pagina della storia, nel segno di una memoria condivisa e non contrapposta — ha dichiarato l’ambasciatore — nonché un segnale importante di riconciliazione tra due popoli. Vogliamo ricordare le loro storie e i loro volti affinché siano per noi un accorato monito”.
Il documentario ha fatto da tramite tra la memoria privata e quella pubblica. Le immagini, le testimonianze e la ricostruzione dei fatti hanno riportato nella Sala della Regina le strade di Acerra dell’autunno del 1943, quando la guerra arrivò dentro le case e la popolazione si trovò davanti alla scelta se subire o reagire. Non una semplice proiezione, ma un momento nel quale una vicenda locale è stata riportata dentro il quadro della storia nazionale.

È questa la ragione per cui la proiezione di Montecitorio va oltre la pur importante occasione commemorativa. Acerra non è stata presentata soltanto come una città martire. È stata raccontata come una comunità che, nel drammatico passaggio seguito all’8 settembre, seppe opporsi all’occupazione nazista. Una pagina della Resistenza meridionale che chiede di essere inserita, con maggiore convinzione, nella narrazione complessiva della Liberazione italiana. Non è un caso che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella abbia scelto proprio Acerra per celebrare il 25 aprile del 2022.

Sul significato di questa Resistenza ha insistito la deputata acerrana Carmela Auriemma. “Ricordare quei giorni non significa soltanto custodire la memoria di una pagina drammatica della nostra storia — ha detto — ma riconoscere il coraggio di una comunità che seppe resistere e il contributo, troppo spesso dimenticato, che Acerra e l’intero Mezzogiorno diedero alla Liberazione dell’Italia”. Un ricordo, ha aggiunto, che deve essere consegnato alle nuove generazioni: “La memoria non può essere soltanto commemorazione: deve diventare consapevolezza”.

Il tema del rapporto tra memoria locale e storia nazionale è stato al centro anche dell’intervento del rappresentante nazionale dell’Anpi Michele Petraroia. “La vicenda acerrana — ha sottolineato — merita di essere conosciuta maggiormente e, soprattutto, di trovare spazio nei libri di storia. Ad Acerra — ha ricordato – si consumò una delle più gravi stragi regionali per numero di vittime, una pagina che, nonostante la sua importanza, continua a essere poco conosciuta fuori dai confini cittadini, al pari di altre stragi nazifasciste al Sud”.

Ci sono voluti ottantatré anni, si diceva, prima che questa memoria varcasse le porte della “casa della democrazia”, eppure per le 1.400 vittime civili della Campania manca ancora un luogo fisico dove quella stessa memoria si possa toccare con mano, come ha considerato lo stesso Petraroia. Emerge dunque l’urgenza di rimettere insieme questi frammenti locali e ricomporre un quadro storico unitario, perché le stragi nel Mezzogiorno sono state numerose: dal primo eccidio del 14 agosto 1943 a Messina, dove caddero cinque carabinieri, fino alle stragi del 6 settembre a Rizziconi, in provincia di Reggio Calabria, e di Rionero in Vulture, in provincia di Potenza, solo per citarne alcune. Tutti accomunati dall’assenza di uno spazio comune in cui “praticare la memoria”.

Da qui nasce una proposta che guarda al futuro: istituire a Napoli — da sempre, sotto il profilo culturale, la porta del Mezzogiorno — un centro fisico e interattivo dedicato alla memoria della Liberazione nell’area metropolitana, in Campania e nell’intero Sud Italia. Un luogo dinamico, capace di raccogliere documenti, testimonianze e materiali d’archivio, trasformando il ricordo della Resistenza e del sacrificio civile in uno strumento permanente di conoscenza e cittadinanza attiva.

L’approdo in Parlamento deve essere considerato, al tempo stesso, un punto di arrivo culturale e un punto di partenza per fare rete nel Mezzogiorno. Acerra non è un episodio isolato: rappresenta la strage più grande della Campania e dell’intero Sud Italia, e come tale deve farsi motore di un riscatto storiografico collettivo.
Perché ricordare Acerra significa onorare le sue vittime, ma anche raccontare le donne e gli uomini che decisero di non arrendersi. Significa restituire un nome, un volto e una dignità a quei morti e, nello stesso tempo, riconoscere che la libertà e la democrazia repubblicana hanno avuto un prezzo altissimo, pagato con il sangue anche dalle città del Sud.
Pubblicato mercoledì 21 Ottobre 2026
Stampato il 21/10/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/acerra-1943-quellottobre-di-sangue-e-liberta-rivive-a-montecitorio/


