L’italianizzazione forzata delle minoranze era cominciata a Trieste prima dell’arrivo di Mussolni al potere. Le squadracce fasciste nel 1920 avevo incendiato il Narodni dom, sede delle organizzazioni degli sloveni triestini

L’italianizzazione forzata e la difficile situazione di Trieste, aveva cominciato a peggiorare ulteriormente nel 1930, quando, in occasione dell’inaugurazione ufficiale dell’anno giudiziario, il procuratore generale Carlo Alberto Mandruzzato, della Corte d’Appello di Trieste, rivolgendosi al pubblico presente e ad Alfredo Rocco, ministro di Grazia e Giustizia e degli Affari di culto, elogiò i Patti Lateranensi.

Il cardinale Pietro Gasparri, Segretario di Stato della Santa Sede e Mussolini firmano i Patti Lateranensi

Erano stati firmati l’11 febbraio 1929, quando il cardinale Gasparri e Mussolini siglarono i tre accordi, comprendenti il trattato, la convenzione finanziaria e il concordato. Con il trattato, la Chiesa riconosceva il Regno d’Italia sotto la dinastia di casa Savoia, con Roma come capitale dello Stato italiano, e l’Italia riconosceva lo Stato del Vaticano sotto la sovranità del Sommo Pontefice. La convenzione stabilì il pagamento del governo italiano alla Santa Sede di 750 milioni di lire in contanti, e un miliardo di lire in cartelle del consolidato al 5% al portatore (al valore nominale). Il concordato rinnovò la legislazione ecclesiastica dello Stato italiano che, tra le varie cose, comportò il riconoscimento della religione cattolica come religione dello Stato, gli effetti civili del matrimonio religioso e l’insegnamento fino alle scuole secondarie della dottrina cattolica.

I tre accordi, conosciuti come i Patti Lateranensi, chiaramente modificarono i rapporti tra lo Stato italiano e la Santa Sede. Durante l’elogio Mandruzzato però sottolineò come l’articolo 22 del Concordato stabilisse che solo i sacerdoti di cittadinanza italiana erano investiti dei benefici ecclesiastici e che, lo stesso articolo, rendeva obbligatoria la conoscenza della lingua italiana per i titolari delle parrocchie e delle diocesi, nonostante vi fossero alcune regole che ribadivano la necessità della Chiesa di prestare assistenza ai fedeli nella lingua localmente in uso.

Monsignor Luigi Fogar

In nome della fedeltà alla patria, i fascisti lamentavano le disobbedienze del clero sloveno e croato, che, tra l’altro, era sottoposto da anni a una pesante vigilanza, a molte angherie, provvedimenti di allontanamento, ammonizione e confino. In questa situazione, Luigi Fogar, nominato nel 1923 vescovo della diocesi di Trieste e Capodistria, e insediatosi nel 1924, si trovò sempre più isolato e in difficoltà nella cura dei fedeli, tenendo conto delle esigenze delle popolazioni di diversa lingua ed etnia.  Il clero sloveno e croato non era intenzionato a desistere con le sue scelte, che in alcuni casi rappresentavano una chiara e diretta opposizione al regime fascista. L’obiettivo era difendere il legame con i fedeli e insegnare la dottrina cattolica ai bambini nella loro lingua madre.

Trieste, Cattedrale di San Giusto

Nel 1925, in occasione della Quaresima, il nuovo vescovo nella pastorale si rivolse alla Santa Sede per denunciare la repressione del clero croato e sloveno da parte del regime fascista e il conseguente sostegno ai religiosi schierati nell’opera di italianizzazione. Il 12 febbraio 1927 il vescovo, il prefetto d’Istria e i dirigenti del partito fascista siglarono un primo accordo, un concordato sul problema dei fedeli sloveni e croati. Questo “patto” anticipava di due anni il Concordato, tuttavia rappresentò un compromesso. Infatti, la lingua della predicazione diventava istituzionalmente l’italiano mentre il mantenimento della lingua slovena e croata diventò una concessione a termine nell’attesa che immigrazione e italianizzazione cambiassero il volto etnico della zona.

Nel 1928, mons. Luigi Fogar pubblicò, sul bollettino della diocesi, una direttiva con la quale vietava mutamenti di lingua nelle funzioni sacre, e quello stesso anno, nella pastorale per la Quaresima, tornò a denunciare l’empietà e la persecuzione attuata nei confronti delle minoranze, creando malumori anche all’interno dello stesso clero. Sempre nel 1928, il prefetto di Trieste, Bruno Fornaciari, appena tornato da Roma impartì nuove istruzioni per combattere la minoranza slava, vietando anche la pubblicazione del quotidiano liberale triestino «Edinost» e di quello cristiano-sociale goriziano «Goriška straža». Monsignor Fogar, senza mezzi termini, difendeva i diritti linguistici di quelle popolazioni come diritti naturali e inalienabili. Il regime fascista ingaggiò quindi, contro il vescovo e contro mons. Francesco Borgia Sedej, arcivescovo di Gorizia avente le stesse posizioni di Fogar, furibonde campagne di stampa.

Papa Pio XI

Dopo la firma dei Patti Lateranensi, il 23 ottobre 1931, mons. Sedej fu costretto alle dimissioni e sostituito da Giovanni Sirotti, sostenitore deciso del programma di italianizzazione. Nello stesso periodo fu nominato prefetto di Trieste Carlo Tiengo, ex squadrista. Alla metà di quello stesso anno, Fogar si recò a Roma dove venne ricevuto da Papa Pio XI e dal segretario di Stato Eugenio Pacelli (futuro papa Pio XII). L’anno seguente, Fogar compilò un memorandum e lo indirizzò alla Corte d’Appello di Trieste per denunciare i soprusi praticati dai rappresentanti del regime ai danni dei cattolici slavi. In seguito al discorso riservato di Fogar ai chierici italiani di Gorizia, del 3 gennaio 1934, in cui rimproverò loro alcuni atteggiamenti “non cristiani” nei confronti dei confratelli slavi, il prefetto di Tieste promosse una campagna denigratoria sulla stampa locale e nazionale auspicando il suo allontanamento.

Capodistria, veduta con la cattedrale

Il contenuto del discorso di Fogar venne divulgato, in una versione fortemente strumentale, da Il Piccolo di Trieste, che ospitò una campagna denigratoria verso il vescovo, diventato agli occhi della comunità slovena e croata, e negli ambienti iugoslavi, una figura simbolo della lotta al fascismo. L’anno seguente, Fogar venne aggredito dalle squadre fasciste a Capodistria, dove si era recato a cresimare, e nei mesi seguenti numerose altre celebrazioni da lui presiedute furono disturbate da gruppi di fascisti.

Clima nero a Trieste

Nel maggio 1936, Fogar inviò ai chierici una circolare, “Siano rispettate le consuetudini diocesane per quanto riguarda il culto”, che rappresentò il suo ultimo atto ufficiale a Trieste. Nell’estate 1936 fu convocato a Bassano del Grappa, dove il Cardinale Raffaello Carlo Rossi gli comunicò il desiderio del Papa di avere le sue dimissioni.

Il 30 ottobre 1936, mons. Fogar dette le dimissioni e nel suo ultimo discorso, con cui si congedò dai fedeli della diocesi di Trieste e Capodistria, disse: «Pastore delle anime vostre ho vigilato perché la vostra fede e la vostra morale fossero pure. E per questo ho pregato e mi sono sacrificato […]. Ed ora vigilate voi stessi perché ciò che è stato edificato con tanta cura non venga demolito, perché venga conservato in diocesi lo spirito cristiano cattolico. L’avvenire è oscuro e incerto. Potrebbero entrare tra voi dei lupi rapaci che non risparmieranno il gregge […]. Ed in mezzo a voi si leveranno su degli uomini ad insegnare cose perverse, per trarsi dietro dei discepoli […]. Perciò vegliate».

Roma, San Giovanni in Laterano

Lasciato l’incarico, mons. Fogar fu nominato arcivescovo titolare di Patrasso in partibus infidelium (di una diocesi soppressa) e assegnato come canonico della basilica di San Giovanni in Laterano. Trasferitosi a Roma, fu vicario del cardinale Benedetto Aloisi Masella, arciprete di S. Giovanni in Laterano e infine canonico lateranense alla morte di Masella. Nel 1941, mons. Fogar intervenne ufficiosamente, ma senza successo, nelle vicende triestine, quando si adoperò nel tentativo di evitare la pena di morte a un gruppo di militanti comunisti, catturati nel corso di operazioni in collegamento con il Fronte di Liberazione iugoslavo. La morte di mons. Fogar avvenne a Roma il 26 agosto 1971.

18 settembre 1938, Mussolini sceglierà Trieste per annunciare le leggi razziali firmate pochi giorni prima da re Vittorio Emanuele III. Monsignor Luigi Fogar era stato allontanato dalla città due anni prima

In quegli anni a Trieste, la figura di mons. Luigi Fogar rappresentò un chiaro simbolo ed esempio di antifascismo, egli infatti cercò di difendere il diritto di tutti i fedeli a prescindere dalla nazionalità e dalla lingua, non piegandosi di fronte ai piani e ai metodi del regime fascista.

Andrea Vitello, storico e scrittore, autore, tra gli altri, del libro “Il nazista che salvò gli ebrei. Storie di coraggio e solidarietà in Danimarca”, pubblicato da Le Lettere con prefazione di Moni Ovadia


Fonti bibliografiche

Wörsdörfer, Il confine orientale. Italia e Jugoslavia dal 1915 al 1955, il Mulino editore, Bologna 2009; A. Vinci, Sentinelle della patria. Il fascismo al confine orientale 1918-1941, Editori Laterza, Bari 2011; A. Lepre, Archivio di monsignor Luigi Fogar (1882-1971); Inventario sopraintendenza archivistica per il Friuli Venezia Giulia – Biblioteca pubblica del Seminario teologico di Gorizia, anno 2000.