
Un ufficiale della Regia Marina che aveva rischiato la vita collaborando con i partigiani e combattendo contro l’occupazione nazifascista riceve, negli ultimi giorni dell’aprile 1945, un incarico apparentemente inconciliabile con la sua attività precedente: salvare Benito Mussolini. Non per riportarlo al potere, né per sottrarlo alle responsabilità del fascismo, ma per consegnarlo vivo agli Alleati. Una missione delicatissima, mentre l’Italia settentrionale insorge, le formazioni partigiane liberano città e territori e la Repubblica sociale italiana si dissolve sotto il peso della sconfitta.
È attorno a questa contraddizione che si sviluppa Dovevo salvare Mussolini. La missione impossibile dell’ufficiale di Marina Giovanni Dessy (Condaghes, 2025), il volume di Carla Cossu, ricercatrice, presidente del Comitato Provinciale dell’ANPI Oristano, con prefazione dello storico Mirco Carrattieri. Una indagine documentaria che restituisce alla storia un protagonista poco conosciuto della Resistenza e invita a interrogarsi sulla complessità delle scelte individuali in uno dei passaggi più drammatici del Novecento italiano.

Il titolo potrebbe suggerire un libro incentrato esclusivamente sugli ultimi giorni del dittatore, sul suo arresto e sulle controversie che ancora accompagnano la ricostruzione della sua morte. Ma il lavoro di Cossu offre qualcosa di più interessante: la possibilità di osservare la fine del regime fascista attraverso l’esperienza di un uomo che, pur provenendo dalle istituzioni militari della monarchia, contribuì concretamente alla lotta di Liberazione.
Dessy non appartiene alla generazione degli antifascisti cresciuti nell’opposizione clandestina alla dittatura. Non è un militante politico, non è un intellettuale perseguitato dal regime, né uno dei tanti giovani che dopo l’8 settembre salirono in montagna rompendo con il proprio passato. È un ufficiale di carriera, formato nella cultura militare del Regno d’Italia, legato a un’idea di disciplina, responsabilità e fedeltà alle istituzioni. Un uomo che aveva conosciuto la guerra dall’interno della macchina militare dello Stato fascista. Eppure, quando quello Stato crollò, scelse di non mettersi al servizio della Repubblica sociale di Salò e dell’occupante tedesco. Partecipò invece alla Resistenza, mettendo a disposizione dei combattenti le proprie conoscenze, le relazioni costruite durante la carriera e una capacità organizzativa maturata in anni di servizio. La sua vicenda non racconta un eroismo senza contraddizioni, ma la trasformazione del senso del dovere in una scelta concreta di opposizione al nazifascismo.

La ricerca di Cossu ha il merito di non ridurre Giovanni Dessy alla sua missione più clamorosa. Attraverso documenti militari, carte d’archivio, testimonianze e materiali familiari, ricostruisce anche la vicenda privata di un uomo nato a Oristano nel 1904, cresciuto in un ambiente relativamente agiato e avviato giovanissimo alla carriera militare. A quindici anni entrò nell’Accademia navale di Livorno. La Marina divenne il centro della sua esistenza: un luogo di formazione professionale, ma anche un universo di riferimenti morali, abitudini e convinzioni.

Ma dietro la divisa esisteva una vita familiare segnata da perdite e responsabilità. Nel 1938 era rimasto vedovo. Aveva due figlie e doveva occuparsi anche del padre. Durante gli anni dell’occupazione la famiglia attraversò difficoltà economiche aggravate dalle distruzioni dei bombardamenti. Nel 1943 Dessy era alla ricerca di un lavoro che gli consentisse di provvedere alle necessità dei propri cari. Sono particolari che restituiscono una dimensione spesso assente nelle ricostruzioni della guerra clandestina: quella degli uomini e delle donne che dovevano conciliare l’impegno militare con la precarietà quotidiana, la paura per i familiari e l’incertezza del futuro.

L’8 settembre 1943 Dessy comandava l’incrociatore Gorizia, immobilizzato alla Spezia. Davanti all’occupazione tedesca dovette affrontare una situazione nella quale ogni decisione poteva avere conseguenze drammatiche. Trattò con gli ufficiali delle SS, cercò di garantire la sicurezza dell’equipaggio e organizzò il trasferimento a terra dei marinai. La sua preoccupazione immediata fu evitare che gli uomini affidati al suo comando venissero sacrificati in uno scontro privo di prospettive. Quando lasciò definitivamente la nave, dopo aver assistito al suo saccheggio, portò con sé la bandiera che vi aveva sventolato fino al giorno precedente.
È uno degli episodi più significativi raccontati nel libro. Quel gesto racchiude un sentimento che difficilmente può essere ridotto a una formula politica. La nave era stata il luogo della sua responsabilità, del suo lavoro e dell’identità costruita attraverso una lunga carriera. Abbandonarla significava prendere atto della fine di un mondo. La bandiera salvata non cancellava le responsabilità della guerra fascista, né poteva restituire legittimità a una monarchia che aveva sostenuto la dittatura per vent’anni, ma esprimeva, piuttosto, il tentativo di preservare un’idea di dignità del servizio militare mentre le istituzioni dello Stato precipitavano nel discredito.

Da quel momento, il senso del dovere non poteva più coincidere semplicemente con l’esecuzione degli ordini. Occorreva scegliere a chi prestare la propria fedeltà. Non tutti compirono la stessa scelta. Una parte dei militari aderì alla Repubblica sociale, altri cercarono di sottrarsi alla guerra, moltissimi furono catturati e deportati nei campi di internamento tedeschi, rifiutando di combattere al fianco dei nazisti. Altri ancora entrarono nelle formazioni partigiane o nelle organizzazioni clandestine. Dessy appartenne a quest’ultima realtà.

Il suo impegno si sviluppò soprattutto attraverso una fitta rete di collegamenti tra organizzazioni resistenziali e servizi informativi. Collaborò con le Brigate Garibaldi guidate da Cino Moscatelli in Valsesia, con le Fiamme Verdi di ispirazione cattolica e con formazioni autonome. Mise a disposizione informazioni, carte topografiche, armi, munizioni e collegamenti con le strutture clandestine e i servizi alleati. La sua attività si svolgeva tra Lombardia e Piemonte, in un sistema di relazioni che collegava Milano, Arona, la Valsesia, le vallate lombarde e la vicina Svizzera. La geografia della Resistenza non era fatta soltanto di montagne e rifugi.
Negli ultimi giorni dell’occupazione l’impegno si estese alle delicate trattative che accompagnarono la liberazione di Como e la resa dei reparti tedeschi e fascisti, contribuendo a evitare ulteriori spargimenti di sangue.

C’è un elemento particolarmente rilevante nella collaborazione tra Dessy e Moscatelli. Il primo proveniva dalle istituzioni militari della monarchia; il secondo era un comunista che aveva conosciuto la persecuzione fascista e il carcere. Due esperienze politiche e personali profondamente diverse, eppure, nella lotta contro il nazifascismo, quelle differenze non impedirono una cooperazione concreta. È uno degli aspetti più importanti che il libro consente di mettere a fuoco. L’unità della Resistenza non deve essere confusa con un’inesistente uniformità politica e culturale, perché le formazioni partigiane conservavano identità distinte, spesso erano attraversate da contrasti e immaginavano futuri differenti, ma riconobbero la necessità di un’azione comune contro l’occupazione tedesca e il fascismo repubblichino.

La contraddizione più difficile della storia di Dessy emerge però negli ultimi giorni della guerra. Come poteva un uomo che aveva collaborato con i partigiani ricevere l’incarico di salvare il duce? La risposta richiede anzitutto di distinguere il significato politico della missione dall’obiettivo materiale. Salvare Mussolini non significava salvare il fascismo: l’incarico affidato a Dessy mirava a sottrarre il dittatore all’immediata esecuzione per consegnarlo vivo agli Alleati. Non si trattava peraltro di un compito generico. Dessy disponeva di un documento rilasciato dal CLN di Como e dal Comando alleato che gli conferiva «i più ampi e assoluti poteri» per condurre trattative con chiunque fosse necessario allo svolgimento di un «mandato di particolare importanza per la nazione».
È qui che il libro entra nel vivo e si fa inchiesta. La vicenda si colloca in una situazione estremamente complessa. Mentre l’insurrezione partigiana accelerava il crollo della Repubblica sociale, si moltiplicavano le trattative per la resa dei reparti tedeschi e fascisti e la sorte di Mussolini diventava oggetto di iniziative concorrenti. Cossu ricostruisce infatti non soltanto il piano affidato a Dessy, ma le numerose missioni organizzate per salvare la vita del dittatore, alcune reali, altre millantate o di facciata. Fra queste, quella di Dessy fu la più vicina a raggiungere l’obiettivo.
Gli Alleati volevano arrivare a Mussolini vivo, ma dietro questo obiettivo si intrecciavano questioni militari, diplomatiche e politiche e strategie non sempre coincidenti. Anche il fronte resistenziale era tutt’altro che uniforme: il CLN di Como, il CLNAI, il Comando delle Brigate Garibaldi e la 52ª Brigata che aveva in custodia Mussolini rappresentavano centri decisionali distinti, mentre sullo sfondo agivano i servizi alleati e in particolare l’OSS. È proprio la sovrapposizione fra poteri, ordini e iniziative diverse a rendere comprensibile il precipitare degli eventi.

A dare particolare forza alla ricostruzione sono soprattutto le relazioni scritte dallo stesso Dessy l’1 e il 2 maggio 1945, a pochissimi giorni dai fatti, corredate da numerosi allegati. Questi documenti confluirono nella relazione destinata all’OSS dell’agente americano Valerian Lada Mocarski (nomi in codice Valla, Maj, Topper), costruita anche sulle testimonianze raccolte fra i protagonisti degli avvenimenti. Cossu le mette a confronto con altre fonti e ne riproduce una parte significativa nell’appendice documentaria.
Il mandato si tradusse in due tentativi ravvicinati di raggiungere Mussolini e prenderlo in consegna prima che altri decidessero della sua sorte. In entrambi i casi Dessy si mosse in una situazione estremamente fluida, cercando di far valere le credenziali ricevute e affidandosi a una rete eterogenea di intermediari e contatti. Ma il rapido spostarsi del dittatore, la presenza di autorità e formazioni che rispondevano a ordini differenti e la difficoltà di far riconoscere il proprio mandato impedirono di portare a compimento l’operazione. Nel corso di questi tentativi Dessy si espose personalmente a gravissimi rischi, fino alla possibilità di essere passato per le armi: la missione che sulla carta gli attribuiva poteri eccezionali si rivelava, sul terreno, sempre più difficile da controllare.

Ne emerge non una lineare operazione militare, ma una corsa contro il tempo nella quale ordini formalmente autorevoli si scontravano con una realtà ormai difficilmente controllabile. Questa frammentazione dei poteri divenne evidente il 28 aprile. Mentre Dessy cercava di eseguire il mandato ricevuto, il “colonnello Valerio”, Walter Audisio, raggiunse Como e poi Dongo con proprie credenziali, diretto a prendere in consegna Mussolini. Qui incontrò la diffidenza degli uomini della 52ª Brigata Garibaldi, che non intendevano cedere il prigioniero e faticavano a riconoscere l’autorità degli ordini di cui era portatore. La tensione arrivò a un passo dallo scontro armato. Valerio riuscì infine a prevalere e a prendere in consegna Mussolini. È uno dei momenti nei quali appare con maggiore evidenza la sovrapposizione di autorità, ordini e obiettivi diversi che rese impraticabile la missione affidata a Dessy.

Ma la questione forse più interessante, sul piano umano, riguarda ciò che possiamo sapere delle convinzioni del protagonista. Carla Cossu non nasconde l’interrogativo. Si chiede se Dessy avvertisse un conflitto interiore, se considerasse moralmente sostenibile la missione e come giudicasse la prospettiva di salvare colui contro il quale aveva contribuito a combattere. Le carte non offrono una risposta definitiva ed è quindi importante rispettare questo limite. Sappiamo che Dessy assunse l’incarico e cercò di portarlo a termine.
Il 28 aprile, con l’uccisione di Mussolini, la missione era definitivamente fallita. Ma proprio il modo in cui fallì costituisce uno dei nuclei più interessanti del libro: non l’epilogo inevitabile di un piano astratto, ma il risultato di una convulsa sovrapposizione di iniziative, autorità e decisioni contrastanti nelle ultime ore della guerra.

Ciò che rende la vicenda di Dessy particolarmente significativa è la distanza da una rappresentazione semplificata dell’eroismo, in quanto il suo percorso è attraversato da appartenenze, fedeltà e responsabilità differenti: è un militare della monarchia che combatte contro il nazifascismo; è un uomo formato alla disciplina che entra nella clandestinità; è un collaboratore dei partigiani incaricato di salvare il loro principale nemico.

Queste contraddizioni non ne cancellano i meriti. Impediscono, piuttosto, di trasformarlo in un personaggio privo di complessità. Il suo coraggio emerge dai fatti documentati, dalla capacità di assumersi responsabilità nei momenti di pericolo, dalla collaborazione con uomini che avevano idee politiche molto diverse dalle sue e dalla continuità di un impegno che lo espose, insieme ai familiari, alla repressione nazifascista. La storia non è fatta soltanto di appartenenze politiche, ma anche di decisioni individuali che possono confermare, modificare o contraddire quelle appartenenze.
Il libro di Carla Cossu offre, in questa prospettiva, un contributo significativo alla conoscenza della partecipazione dei militari alla guerra di Liberazione. Attraverso i materiali dell’Ufficio storico della Marina, dell’Archivio centrale dello Stato, la documentazione dei servizi informativi e le carte americane, l’autrice ricostruisce una vicenda rimasta a lungo poco conosciuta, mettendo continuamente a confronto fonti di provenienza diversa. L’impegno archivistico è considerevole. Cossu confronta testimonianze, segnala discrepanze e lascia aperti gli interrogativi che la documentazione non consente di sciogliere, restituendo al lettore anche il percorso della ricerca, con le piste seguite, le difficoltà incontrate e i vuoti lasciati dalle fonti. È un metodo particolarmente prezioso quando si affronta una materia sulla quale si sono accumulate ricostruzioni contraddittorie e interpretazioni spesso condizionate dalle battaglie politiche del presente.
Proprio dalle carte affiora anche una trama meno conosciuta della guerra clandestina: quella della Rete Nemo, con cui Dessy collaborò. Fondata e diretta dal capitano di fregata Emilio Elia, la rete operava nel complesso intreccio fra Resistenza, servizi informativi italiani e Alleati, raccogliendo informazioni militari, politiche e industriali e svolgendo attività clandestine nell’Italia occupata. Cossu ne ricostruisce anche gli aspetti più controversi, dall’orientamento anticomunista ai progetti rivolti agli equilibri politici del dopoguerra, richiamando le interpretazioni che hanno individuato nella Nemo uno degli antecedenti di Gladio. Particolarmente problematica appare inoltre la presenza nella rete di uomini compromessi con il fascismo e con la RSI. L’autrice distingue tuttavia nettamente la posizione di Dessy, ritenendo «molto più che probabile» che non avrebbe accettato o avallato soluzioni antidemocratiche. La Nemo contribuisce così a illuminare il difficile scenario politico e clandestino nel quale egli si trovò ad agire, senza diventare la chiave interpretativa del suo percorso.
Nel dopoguerra, la vita di Giovanni Dessy tornò progressivamente lontano dall’attenzione pubblica. Il suo valore aveva trovato attestazioni importanti. Oltre alla qualifica di Partigiano combattente, alle due Medaglie d’Argento al Valor Militare già conquistate nel corso della carriera se ne aggiunse una terza per il contributo alla Resistenza. Continuò il proprio percorso nella Marina e in seguito si stabilì ad Arona (NO), dove morì nel 1981, mentre la sua vicenda rimaneva custodita soprattutto nelle carte militari e nelle testimonianze.
Eppure, nonostante un percorso militare e resistenziale di tale rilievo, la promozione a contrammiraglio sarebbe arrivata soltanto alla fine della vita. Un riconoscimento tardivo per un uomo che, nei momenti decisivi della storia italiana, aveva saputo assumersi responsabilità, correre rischi e scegliere da che parte stare. Il merito del lavoro di Carla Cossu non sta dunque soltanto nell’avere riportato alla luce la vicenda di un protagonista dimenticato. La vicenda di Dessy ricorda infatti che le grandi trasformazioni storiche attraversano le esistenze individuali in modi spesso imprevedibili. La memoria della Resistenza non ha bisogno di figure perfette, né di uomini trasformati in monumenti, ma di storie capaci di restituire la complessità delle decisioni, senza smarrire il significato delle responsabilità politiche e morali.
Perché missione decisiva di Giovanni Dessy non fu quella di salvare Mussolini. Fu quella, compiuta, di contribuire alla Liberazione dell’Italia dal nazifascismo.
Andrea Mulas, storico
Pubblicato martedì 27 Ottobre 2026
Stampato il 27/10/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/librarsi/vogliamo-il-duce-vivo/





