Milano, congresso della Lega (Imagoeconomica, Roby Bettolini)

Provate a immaginare un telegiornale che, dopo il congresso della Lega che lo ha riconfermato segretario, parlando di Salvini lo avesse presentato come la “mente della Lega”. Pensate per un attimo, un attimo solo, ad Antonio Tajani: lo definireste mai “la mente di Forza Italia”? Continuiamo il nostro gioco. Dando per scontato che i due dirigenti politici summenzionati siano delle “menti”, vi verrebbe da pensare a loro come brillanti strateghi, due stelle politiche che il mondo intero ci invidia, oppure vi aspettereste che da un momento all’altro spuntasse nei loro confronti un avviso di garanzia, come è accaduto a Youssef Siher, ricercatore fermato dopo i disordini di Milano e subito definito “la mente” del Movimento 17 ottobre?

Milano, 17 ottobre 2026 (Roby Bettolini)

La parola è la stessa. Cambia soltanto il contesto. “Mente” è una parola curiosa, in qualche misura double face. In politica suona come un complimento: evoca intelligenza, capacità, visione strategica. Ma quando entra nella cronaca giudiziaria, soprattutto se il protagonista è un movimento di protesta, cambia improvvisamente significato. Non indica più soltanto chi pensa, organizza o orienta: suggerisce chi trama, chi cospira e dirige nell’ombra. Il regista, insomma, di un disegno criminale.

Youssef Siher esce dal carcere (Imagoeconomica, Clemente Marmorino)

Con Siher il salto è stato rapido: da ricercatore fermato dopo gli scontri a presunto cervello di un movimento, da persona indagata per condotte ancora da accertare a protagonista di una narrazione che sembrava avere già distribuito le parti. E il Movimento 17 ottobre, quasi per conseguenza, è stato presentato come una struttura eversiva, se non addirittura terroristica. Quali fatti giustificavano un simile racconto? Quali elementi concreti autorizzavano a trasformare un movimento di protesta in una minaccia terroristica? Nessuno, ovviamente.

Milano 17 ottobre (Imagoeconomica, Roby Bettolini)

Le accuse sono una cosa, le prove un’altra. E le suggestioni mediatiche non sono né le une né le altre. Eppure in questi giorni la distinzione è sembrata interessare poco. Il sospetto ha preso la forma di una certezza. Il tutto con il rischio di criminalizzare il conflitto sociale prima ancora di avere esaminato i fatti.

(Imagoeconomica, Canio Romaniello)

Poi è arrivata la gip di Milano, Tiziana Landoni. E qui la narrazione ha incontrato un piccolo inconveniente: il diritto. Che, come si sa, è una disciplina fastidiosa, soprattutto quando si mette di traverso alla propaganda. La giudice non ha convalidato il fermo di Youssef Siher e non ha accolto la richiesta della Procura di disporre la custodia cautelare in carcere, rimettendolo in libertà. Una decisione che non equivale a un’assoluzione nel merito ma che ha un significato ben preciso: le ragioni addotte per privare Siher della libertà non sono state ritenute sufficienti nei termini prospettati dall’accusa.

Nelle 37 pagine del provvedimento c’è un passaggio che merita di essere letto con attenzione. La gip ha osservato che i contenuti pubblicati da Siher nella chat Telegram Movimento 17 ottobre esprimono modalità di protesta contro le politiche governative ma non si traducono nell’adozione di comportamenti violenti o, più in generale, criminosi. Si tratta, secondo la giudice, della programmazione di manifestazioni settimanali, con l’obiettivo di sensibilizzare e coinvolgere il maggior numero possibile di persone. Detto in altri termini: organizzare proteste contro il governo non è, di per sé, un reato. Ribadirlo sembra una banalità, certo. Ma viviamo in tempi in cui perfino le banalità costituzionali devono essere difese dagli assalti di chi considera il dissenso un atto di lesa maestà.

La reazione di Giorgia Meloni è stata esemplare. Non nel senso che ci si aspetterebbe da una presidente del Consiglio, naturalmente, ma in quello di una protagonista politica che non sopporta che il finale della storia sia diverso da come lo aveva previsto. La premier è comparsa sui social con un video indignato, definendo la decisione «vergognosa» e parlando di una mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’ordine. Poi la domanda, pronunciata con la gravità di chi si ritiene custode esclusiva del buonsenso nazionale: «Non so come possa uno Stato normale difendere le persone perbene di fronte alle decisioni di certa magistratura», dove quel «certa magistratura» è formula dispregiativa che vorrebbe risolvere tutto senza spiegare niente.

L’Associazione nazionale magistrati ha definito l’intervento della premier un attacco «scomposto», denunciando quello che considera un ormai consueto esercizio di intimidazione nei confronti della magistratura. Ma il punto non è soltanto il tono. È il messaggio politico sotteso: se un giudice non decide come vogliamo noi, non è semplicemente un giudice che ha valutato diversamente gli atti. È qualcuno che, in qualche modo, non protegge le persone perbene. E chi stabilisce chi siano le persone perbene? Ma perbacco, la presidente del Consiglio!

Matteo Salvini (Imagoeconomica, Giuliano Del Gatto)

A questo punto, come poteva mancare Matteo Salvini? Il segretario della Lega si è precipitato a definire «incredibile» la liberazione di Youssef Siher. Poi ha tirato fuori il pezzo forte: se si verificheranno nuovi episodi di violenza e altri danni, a partire dai cortei di venerdì a Milano, «pagherà di tasca sua il giudice» che ha deciso di rimandare a casa «questo galantuomo»?

(Imagoeconomica, Saverio De Giglio)

Proviamo, a nostro rischio e pericolo, a entrare nella mente raffinata del leader leghista: il giovane ricercatore doveva rimanere in carcere non per quello che ha fatto ma per quello che potrebbe fare fra un giorno, fra un mese, perfino tra un anno o, forse, mai. La logica è irresistibile, purché si rinunci a ogni nozione di diritto.

(Imagoeconomica, Andrea Di Biagio)

Viene allora da chiedersi che cosa sarebbe accaduto se fosse passato il referendum sulla giustizia promosso dal centrodestra, che avrebbe modificato in profondità l’assetto della magistratura. Non si può sapere se la decisione della gip sarebbe stata diversa. Quel che è certo è che una magistratura esposta a maggiori condizionamenti politici sarebbe stata una garanzia più debole per tutti. E le reazioni di Meloni e Salvini mostrano quanto possa essere scomoda, per chi governa, una giustizia che non considera il consenso politico una fonte del diritto. Perché il vero scandalo, agli occhi dei due sembra essere proprio questo: avere a che fare con un giudice che non si comporta da scendiletto del governo.

Ma torniamo alla parola da cui siamo partiti: “mente”. Per un paio di giorni i telegiornali, tanto quelli Rai quanto quelli Mediaset, si sono buttati a pesce sulla definizione. La “mente” funziona benissimo in tv: evoca un progetto occulto, suggerisce una regia, promette al pubblico che dietro il disordine esiste finalmente un responsabile al quale dare un volto. È una parola perfetta per confezionare una storia semplice: c’è il caos, c’è il cervello che lo dirige, ci sono gli esecutori. E poi ci sono loro, i buoni, che non vanno tanto per il sottile e, come il 7° cavalleggeri, snidano i cattivi, preferibilmente se italiani di seconda generazione.

(Imagoeconomica, Clemente Marmorino)

Non occorre immaginare ordini impartiti da Palazzo Chigi o dal Viminale per interrogarsi sul meccanismo. Basta osservare come funziona: una definizione viene lanciata, i mezzi d’informazione la riprendono, i politici la rilanciano e, a forza di sentirla, il pubblico finisce per scambiare una formula giornalistica per una conclusione investigativa. Quando arriva una decisione che rimette le cose in discussione, anziché interrogarsi sulla distanza tra l’accusa e gli elementi valutati dal giudice, si attacca il giudice.

(Imagoeconomica, Canio Romaniello)

Il rischio è che, a forza di cercare menti criminali tra chi protesta, si finisca per non riconoscere le menti politiche all’opera nella costruzione di una narrazione che precede le prove e sopravvive alle decisioni giudiziarie. Una narrazione nella quale il sospetto diventa colpa, il dissenso minaccia e il magistrato che applica la legge un problema da risolvere.

Forse dovremmo restituire alla parola “mente” la sua neutralità. Una mente può essere brillante o mediocre, lucida o confusa. Può appartenere a un segretario di partito, a un ricercatore o a chiunque altro. Ma non è, per definizione, la prova di un reato.