«Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione, approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare?”». Recita così il quesito referendario riformulato dall’Ufficio centrale presso la Corte di Cassazione, che ha ammesso la versione dei 15 giuristi promotori della raccolta di firme di 500mila cittadini. Versione che a differenza della precedente, scritta malamente dai parlamentari della maggioranza, richiama puntualmente le disposizioni costituzionali modificate. Sembra un tecnicismo ma non lo è. L’obiettivo è quello di consentire agli elettori una maggiore comprensione del contenuto della riforma su cui si dovranno esprimere.

Certo è, comunque, che decidere tra il Sì e il No, limitandosi a leggere ciò che troveremo scritto sulla scheda elettorale il 22 e 23 marzo non basta. Quello che va compreso è il contesto: i reali obiettivi che il governo intende perseguire con la sua riforma blindata, ovvero il disegno complessivo di potere che essa incarna. La riforma della giustizia rappresenta infatti un tassello centrale di una strategia più ampia di ridefinizione degli equilibri istituzionali. L’intento è ridurre l’autonomia della magistratura, incanalandone il funzionamento entro un perimetro – o, se si preferisce, un “recinto” – più controllabile dal potere esecutivo. La posta in gioco è alta. È la tenuta dello Stato di diritto. Sono le nostre libertà. Quello che sta accadendo nel Paese – e non da oggi – ne è la prova lampante. La destra, per convincere gli elettori, non va per il sottile. Porta al centro della scena il copione di sempre, quello che non tradisce mai: la sicurezza, impastata ad arte con la paura. Su questo tema bombarda in tv e sui social, dove abbondano slogan travestiti da verità e luoghi comuni spacciati per diagnosi. Una narrazione tossica, già vista in occasione dei referendum su lavoro e cittadinanza, oggi riproposta senza nemmeno cambiare l’etichetta.

Gennaio 2010, la rivolta dei braccianti di Rosarno, in Calabria

Immigrati e “maranza” invadono – così almeno si racconta – le città? Colpa delle toghe. Aumentano i furti in casa e gli scippi? Come sopra. “La polizia li arresta, i magistrati li liberano” è il refrain ripetuto ossessivamente da mesi, anzi da anni. Anche il fallimento dei centri in Albania, neanche a dirlo, viene attribuito alla “magistratura rossa”, colpevole di aver bloccato i trasferimenti dei migranti applicando la legge e le direttive europee – dettaglio che, ovviamente, si omette.

Il ministro della Giustizia,Carlo Nordio (imagoeconomica, Alessia Mastropietro)

Se vincerà il Sì, sostengono i Fratellini d’Italia e la Lega, allora la musica cambierà. «Finalmente i cittadini saranno tutelati». Ma è una bugia. Lo sdoppiamento del Csm, il sorteggio dei suoi membri e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare per i magistrati, non hanno alcun rapporto con la sacrosanta esigenza ad avere una giustizia più giusta e più celere. La riforma, per esplicita ammissione del ministro Nordio, non risolverebbe nessuno degli annosi problemi che affliggono l’amministrazione della giurisdizione. Ma tant’è.

La musica cambierà davvero, questo sì. Ma a suonare sarà la marcia funebre della separazione dei poteri, uno dei principi fondamentali delle moderne democrazie. La cesura netta tra pubblico ministero e organi giudicanti ne trasforma la natura: non più garante imparziale della verità processuale, come vuole la Costituzione, ma figura sempre più prossima all’esecutivo. Più questurino che magistrato. Un cambio di paradigma che ridisegna la forma dello Stato.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in visita all’agente Alessandro Calista aggredito durante la manifestazione di Torino (Imagoeconomica, via governo)

Per ottenere questo risultato si è disposti a tutto: anche a confezionare verità di comodo, anche a improvvisare set mediatici di terz’ordine. Così l’aggressione – certamente condannabile – al poliziotto Alessandro Calista, avvenuta a margine della manifestazione per Askatasuna del 31 gennaio scorso a Torino, dove 50 mila persone avevano sfilato pacificamente, diventa l’occasione per criminalizzare da un lato i movimenti e il conflitto sociale e dall’altro la magistratura, che – ma guarda un po’ tu! – si ostina ad applicare le regole del diritto e non gli ordini dei Salvini o Donzelli di turno. Il giorno successivo agli scontri di Torino, mentre Niscemi è accerchiata da una frana che è non solo il risultato del dissesto idrogeologico della Sicilia ma anche e in primo luogo un atto di accusa alla classe dirigente locale e nazionale di questo Paese – Giorgia Meloni approda all’ospedale Molinette per visitare Calista e il collega intervenuto in suo aiuto (secondo i filmati circolati, quest’ultimo non avrebbe subito violenze).

(Imagoeconomica, Saverio De Giglio)

I poliziotti appaiono nel letto d’ospedale come in una camerata di caserma, con gli scarponi ai piedi. Sembrano in buone condizioni, senza segni evidenti di percosse. Nessun livido. Eppure, per Giorgia Meloni si tratta di «tentato omicidio». La premier-giudice sembra avere la sentenza già scritta: «Mi aspetto che la magistratura valuti questi episodi per quello che sono, senza esitazioni, applicando le norme che già ci sono e consentono di rispondere in modo fermo, perché non si ripeta che alla denuncia dei responsabili non segua nulla, come purtroppo è accaduto troppe volte». Toga avvisata.

L’attore Franco Nero protagonista del film del 1973. Sopra la copertina del libro di Andrea Girolami sul film

Il Paese raccontato dal governo sembra uscito da un poliziottesco degli anni Settanta: sbirri duri e risoluti, pistola in pugno, che combattono il crimine mentre una magistratura imbelle e cavillosa coccola delinquenti e immigrati clandestini. “La polizia incrimina, la legge assolve”. “La polizia ha le mani legate”: sono decine le pellicole di quegli anni che veicolano la mitologia della giustizia sommaria, quella in cui le garanzie diventano un fastidio. In quel cinema di serie B la magistratura è sempre lenta, burocratica e indifferente. In una parola, inutile. Applausi. Sipario. Discussione chiusa. Ora tutti disciplinatamente a votare come suggerito da Palazzo Chigi. Se non fosse tragico, sarebbe solo ridicolo. Il frame è semplice e brutale: se non sei al sicuro, è colpa dei magistrati. Non dei decreti legge del governo. Non delle carceri trasformate in discariche umane. Non delle politiche securitarie che – Salvini docet – vorrebbero trasformare il Paese in una enorme zona rossa. Non della mancanza di vere politiche di accoglienza. No: è colpa di una casta di toghe ideologizzate che, tra una sentenza e l’altra, complotta contro l’ordine pubblico. In questo clima da fiction mal scritta, il colpo di maglio sull’autonomia e sull’indipendenza della magistratura viene venduto come la cura definitiva. L’estrazione a sorte è presentata come soluzione geniale nella sua semplicità: una pallina, un’urna e via. Niente più correnti, niente più orientamenti. Un magistrato vale l’altro. Purché non conti troppo, non abbia autorevolezza.

Un’assemblea plenaria del Csm per la nomina del Presidente della Corte suprema di Cassazione (Imagoeconomica, Francesco Ammendola)

I sostenitori del Sì affermano che il sorteggio eliminerà incrostazioni e degenerazioni e che riguarderà anche i membri laici. Falso. Quello per i non togati sarà, a voler essere generosi, un sorteggio solo formale, filtrato da liste predisposte dal Parlamento, luogo – si perdoni l’ironia – notoriamente immune da correnti e logiche di potere. Chi comporrà quelle liste? E quanto saranno lunghe? Ad oggi (del doman non v’è certezza) gli esterni alla magistratura nel Csm unico sono 8. Per assurdo la lista da cui “sorteggiare” i membri laici potrebbe essere lo stesso numero più uno. È difficile, insomma, non prevedere che la loro formazione sarà largamente condizionata dalla maggioranza politica in quel momento prevalente.

Ma proviamo a prendere sul serio il sorteggio. Se l’elezione genera correntismo e malcostume, perché limitarsi ai magistrati? Perché non estendere il principio a tutti gli eleggibili e nominabili? Sorteggiamo tutto: deputati, senatori, ministri, presidenti, consiglieri regionali e comunali, perfino gli amministratori delle partecipate pubbliche (dove, per inciso, in queste settimane nel chiuso delle stanze del potere sulle nomine sta andando in scena un do ut des degno della tanto vituperata prima Repubblica). Un grande bussolotto nazionale e la democrazia sarebbe finalmente “depurata”.

Assurdo? Certo. Ma non più del sorteggio del Csm. Il correntismo è una favola utile a chi governa. Il problema vero è un altro: chi controlla chi. Le correnti nella magistratura sono il prodotto di un pluralismo interno, imperfetto quanto si vuole, ma essenziale. L’autonomia e l’indipendenza dei magistrati non sono privilegi di casta: servono a evitare – come dimostra il dibattito dell’Assemblea Costituente – che la giurisdizione finisca sotto il controllo diretto dell’esecutivo, come tragicamente avvenne durante il fascismo.

(Imagoeconomica)

La riforma Nordio non elimina il potere: lo redistribuisce verso l’alto. Lo sposta dai magistrati al governo, dal confronto pubblico alla gestione discrezionale. Un organo sorteggiato non rappresenta, non oppone resistenza, non ha legittimazione né forza. Ed è comodo, molto comodo. Perché quando si inizia a indebolire un organo costituzionale perché “non rassicura abbastanza” il manovratore, il passo successivo è già scritto: oggi la magistratura, domani qualunque altro organo di garanzia. Insomma, quella cui stiamo assistendo è un’operazione di ingegneria istituzionale a trazione autoritaria. Una manovra semplice: indebolire chi non obbedisce e rafforzare un esecutivo che pretende di non dover rendere conto a nessuno.

C’è poi un ulteriore aspetto da considerare in questa vicenda: il ruolo del Capo dello Stato come presidente del Csm. Il padre costituente Piero Calamandrei vedeva nel Presidente della Repubblica una figura super partes, capace di sottrarre il Csm alle dinamiche politiche quotidiane ed evitare che diventasse espressione diretta del governo. La torsione maggioritaria che ha avvelenato la democrazia italiana, unita ai disegni meloniani (per ora nel cassetto) di introduzione del premierato elettivo potrebbero ridurre il Capo dello Stato a un ruolo puramente ornamentale. A una figurina incapace di esercitare un vero ruolo di garanzia.

Il procuratore Nicola Gratteri (Imagoeconomica, Alessandro Amoruso)

A incendiare il dibattito sul referendum anche le parole del procuratore Nicola Gratteri secondo cui a sostenere il Sì sarebbero anche mafiosi e massoni. Apriti cielo! Le sue affermazioni sono state travisate, piegate e distorte per alimentare ad arte la polemica. Chi sostiene il Sì non è necessariamente un nemico della legalità, né un alleato dei mafiosi, né un massone. Questo Gratteri non lo ha mai detto. Ma è altrettanto evidente che mafie e poteri opachi traggono vantaggio da una magistratura debole.

Post scriptum. Un’ultima considerazione sugli esponenti del centrosinistra favorevoli al Sì. Ricordano il Pangloss di Voltaire, convinto che tutto ciò che accade sia necessariamente per il meglio. Guerre, terremoti, malattie e violenze non scalfiscono il suo ottimismo: tutto è perfetto, viviamo nel migliore dei mondi possibili. Animati da questo ottimismo astratto credono di “spingere il carro” della riforma, ma rischiano di assumere il ruolo della mosca cocchiera: persuasi di guidare il processo mentre, in realtà, contribuiscono a legittimare un disegno che altri hanno concepito e che altri controlleranno.