Il re sfila nudo nella favola di Hans Christian Andersen. L’incisione ottocentesca è firmata da Vilhem Pedersen

C’è un momento, nelle fiabe, in cui lo stupore si incrina. Si tratta di un attimo breve ma irreversibile. È l’istante in cui il bambino, da una folla silenziosa e timorosa, osa dire la verità: “L’imperatore è nudo”. Dopo il referendum la scena politica italiana sembra aver raggiunto proprio quel punto di rottura.

Ai seggi peril referendum (Imagoeconomica, Saverio De Giglio)

Il voto del 22 e 23 marzo non ha ribaltato (ancora) gli equilibri parlamentari, non ha prodotto (ancora) un terremoto nei numeri. Eppure ha agito altrove: nella percezione, nella fiducia, nell’immaginario che ha sorretto, fino a una manciata di giorni fa, il consenso al governo.

(Imagoeconomca, Clemente Marmorino)

L’infatuazione collettiva per Giorgia Meloni si è spenta nella luce della realtà politica e delle sue sconcezze. Quello che resta è una figura come tante. Peggio di tante altre.

Giorgia Meloni (Imagoeconomica, Giuliamo Del Gatto)

Ogni leadership che aspira a essere più di una semplice gestione del potere ha bisogno di una narrazione. Nel caso della presidente del Consiglio quella narrazione è stata costruita 4 anni fa. Come nelle fiaba di Andersen, I vestiti nuovi dell’Imperatore, tutto è cominciato con due tessitori di illusioni: la comunicazione aggressiva e infarcita di fake e la sua differenza apparente dagli altri attori della scena politica. Essere fuori dal governo Draghi, quando quasi tutti erano dentro, ha funzionato come un marchio di autenticità. Era il segno di una diversità la donna sola contro il sistema che diventava perciò stesso virtù. Quell’assenza è stata il tessuto invisibile della destra meloniana. E poco importa che quei fili fossero a dir poco sottili: le persone ci hanno creduto e tanto è bastato.

(Imagoeconomica, Alessandro Amoruso)

Quando è salita a Palazzo Chigi, Meloni ha continuato a indossare quel vestito immaginario. Solo che ora il palcoscenico era diventato reale. E nella realtà le decisioni e le scelte non possono essere rimandate o ridotte a slogan. In quel passaggio, giorno dopo giorno, il racconto si è fatto fragile. Le difficoltà economiche, le tensioni interne alla maggioranza, gli scandali, l’inadeguatezza dei sui ministri e viceministri, lo schiacciamento acritico su Trump, il voltarsi dall’altra parte di fronte al dramma di Gaza, sono stati tutti elementi che hanno cominciato a mostrare le crepe della sua leadership.

(Imagoeconomica, Luigi Mistrilli)

Il referendum ha accelerato quella disgregazione: non si è votato solo su un principio di diritto, ma su una fiducia politica. E quella fiducia non c’è più. La fragorosa perdita di credibilità del governo non deriva tanto da un errore specifico, quanto dal venir meno, tutto insieme e tutto di un botto, della fiducia nel racconto del vestito della “nuova destra italiana”, che di nuovo ha dimostrato di avere ben poco.

Daniela Santanchè con Ignazio La Russa e Attilio Fontana (Imagoeconomica, Canio Romaniello)

Il governo non cade, ma sbriciola sotto la pressione di sé stesso. Le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi, arrivate come un sacrificio tardivo sull’altare della responsabilità, segnano un punto di non ritorno. E le resistenze ostinate di Daniela Santanchè, abbarbicata alla poltrona come a un simbolo personale di sopravvivenza, diventano l’ultimo atto di una commedia del potere ormai svuotata di pathos.

Salvator Dalì, “La persistenza della memoria”

L’impero comunicativo che Meloni aveva costruito oggi si ritorce contro di lei. I suoi ultimi messaggi suonano esangui, la sua voce artificiale, come una favola che nessuno vuole ascoltare. Il governo può ancora tentare di ricucire la trama ma la credibilità, una volta perduta, pesa più del potere stesso.

Il bambino ha parlato. Ha detto che il re è nudo.

E quel bambino — restando al mondo delle fiabe e dei racconti — richiama alla mente Gianni Rodari e il suo splendido Gelsomino nel paese dei bugiardi. Allontanato dal proprio villaggio per via della sua voce troppo potente e cristallina Gelsomino, intraprende un viaggio che lo conduce in un paese dominato dal tirannico Re Giacomone, un paese dove a tutti è imposto di dire il contrario della verità.

Manifestazione per la vittoria del NO a piazza Barberini, 23 marzo 2026 (Imagoeconomica, Andrea De Biagio)

Ma proprio la voce di Gelsomino, così fuori misura, diventa lo strumento capace di incrinare l’ordine costruito sulla menzogna per restituire alle parole il loro significato.

I Gelsomini della nostra storia sono i tanti, tantissimi giovani che hanno partecipato al voto referendario. Nella fascia d’età tra i 18 e i 34 anni, il “No” ha prevalso nettamente, raggiungendo il 61,1% dei voti. Sono loro, questi moderni e realissimi Gelsomini, ad aver contribuito a far vacillare l’impianto costruito dalla macchina della disinformazione governativa.

Come finirà la vicenda non lo sappiamo. Tante le variabili. Tanti i rischi. Una cosa è certa. Lunedì 23 marzo siamo entrati in un’altra storia.