Il sociologo Zigmunt Bauman

In questo marzo iniziato con una nuova guerra da aggiungere alla lista — o la continuazione di una vecchia — dobbiamo annotare la conferma dello smantellamento di qualsivoglia regola. Quello che l’applicazione della legge della giungla o legge del più forte provoca è la regressione. “Viviamo vite che non possiamo più permetterci” spiegava tramite uno dei suoi saggi qualche anno fa Zygmunt Bauman, un sociologo e filosofo polacco. Perché vediamo il luccichio di esistenze che non esistono, di merci, oggetti, corpi, case che non abbiamo, che vorremmo ma che forse sono create con l’AI e che a volte sono talmente false da suscitare straniamento.

Tutta l’economica mondiale gira intorno alle contrattazioni di Borsa

Questo serve per alimentare “la macchina”. Se c’è l’inflazione, se un pasto caldo costa molto di più di un tempo, se il salario resta bloccato oppure non c’è proprio, non importa, attraverso lo smartphone si possono immaginare tante vite mentre piano piano si perdono i diritti fondamentali. Ma che gioco è questo? Oggi si chiama tecnocapitalismo. I poveri sono sempre gli stessi, quelle regole non cambiano mai. Con la guerra all’Iran, la chiusura di fatto dello stretto di Hormuz, il conflitto armato si è trasformato all’istante in una crisi delle supply chain globali ovvero della catena di approvvigionamento. Le merci, le cose, i servizi, le materie prime. Intanto il petrolio, poi il gas naturale liquefatto eccetera.

Queste merci servono per far andare avanti le nostre vite. Facilmente si archiviano le notizie dei bombardamenti, delle nuove guerre o altro perché dobbiamo guardare al carovita, al quotidiano, alle bollette, a chi lascia l’Italia per non tornare più in cerca di fortuna, in generale a quello che è più vicino alla nostra esperienza. “La gente comoda nelle case asciutte provò dapprima compassione, poi disgusto, infine odio per la gente affamata”. Questa citazione è tratta da Furore, il monumentale romanzo di John Steinbeck del 1939 e credo sia molto utile per comprendere il presente. Non mi riferisco solo a Gaza o al nord est della Siria o al Sud Sudan per esempio e a tutte quelle tragedie o ingiustizie che “dobbiamo” dimenticare perché ne arrivano sempre di nuove.

Immagine satellitare dello stretto di Hormuz

In questo nuovo mese pieno di contraddizioni, breaking news, dirette di azioni di guerra guardate sul divano, influencer bloccati a Dubai — la città-Stato scelta da qualunque faccendiere del nostro nuovo mondo e chissà che cosa ne avrebbe scritto Graham Green — la domanda è: a chi serve tutto questo ulteriore caos?