Il libro Nessuna grazia di Cosimo Damiano Damato, edito nel 2025 da Rai Libri, tesse una narrazione di speranza durante il regime fascista intorno alle figure storiche di Sandro Pertini e Antonio Gramsci. Tuttavia, leggendo il libro, è evidente che parlare di personaggi storici è erroneo: la forza narrativa di Damato risiede proprio nel far emergere la persona prima del mito politico: l’autore spoglia le due figure della loro veste iconografica per restituirceli nella loro essenza umana. Il libro narra l’incontro dei due uomini, Sandro e Antonio – prima che Pertini e Gramsci – che si ritrovano confinati nel medesimo centro detentivo per prigionieri politici, il Turi, a partire dalla fine dell’anno 1930.

Il Turi è un penitenziario fascista che pullula di anime variegate, con passati e destini diversi, che l’autore tratteggia con attenta cura. In questo scenario, la vita detentiva è esaltata nella sua cruda peculiarità: uno spazio dove esistenze sconosciute sono costrette all’incontro sotto il giogo della coercizione. Ogni detenuto non è mai una semplice comparsa, ma un individuo restituito alla propria dignità attraverso un nome e un vissuto preciso. Damato ha il merito di trasformare il rumore di fondo del carcere in un coro di storie personali, dove ogni frammento di passato contribuisce a definire l’umanità dolente di quel luogo, rendendo giustizia a chi, come i protagonisti, ha sofferto l’ombra del confino. È qui che i due protagonisti si svelano nella loro fragilità, come uomini fisicamente segnati ma moralmente vividi, consapevoli che le logiche del potere sono diverse per ognuno di loro: «Pertini è stato trasferito al Turi perché non potevano liberarsi di lui e neanche ucciderlo. Gramsci è qui perché vogliono ucciderlo lentamente».
Lontano dal modello plutarchiano delle Vite Parallele, Damato racconta quell’incontro come un appuntamento inevitabile con la Storia. La sovrapposizione delle riflessioni dei due dimostra come la comune solidarietà e tensione antifascista non annulli le differenze ideologiche, ma le nobiliti: è proprio in questa capacità di conciliare visioni diverse sotto il peso della medesima oppressione che si forgia quell’etica della Resistenza che ha cambiato irreversibilmente le sorti del nostro paese. Su Antonio e Sandro si annidano altre storie personali, spesso cariche di una tragicità autentica che rifugge qualsiasi tentazione agiografica o idealista; ma sono esistenze ben saldate alla storia vera, che attestano un’umanità dolente, imperfetta e del tutto reale.
È il caso dell’anarchico Luponio, che si fa portavoce del tradimento supremo operato dal regime gridando che «Mussolini sta tradendo l’umanità», un tradimento che segnato fisicamente sulle pareti della cella dove il detenuto scrive, in un grido muto: «Ho perso lo spirito, ho perso l’emozione». Ne è un ulteriore esempio la cella di Gramsci, dove campeggia «un crocifisso arrugginito senza Cristo sulla parete bianca altissima»: un’immagine di potente desolazione che sembra riflettere l’assenza di un dio e di una giustizia in quel luogo di pena. In questo microcosmo, ogni comparsa ha un nome e una sua storia, trasformando la prigione in un coro di voci dove nessuno è lasciato nell’anonimato.

Alessandro Pertini fa il suo ingresso al carcere Turi esattamente come Ulisse approda all’isola dei feaci, entrambi stremati da un’odissea di privazioni, violenze e peregrinazioni che sembra non voler trovare mai fine. L’accoglienza dei feaci è offerta a Pertini dai detenuti, i quali – analogamente al mito di Ulisse – gli concedono spazio per un excursus sulle proprie imprese. Infatti, è innegabile il substrato classico dell’autore, che sceglie di accompagnare i prigionieri e i carcerieri con precisi epiteti descrittori: il valore di questo richiamo dotto, se da una parte dimostra l’utilizzo di strumenti letterari come lente di lettura degli accaduti, dall’altra parte crea una stridente e feconda crepa fra gli eroi della lirica antica e le figure del suo libro. Gli epiteti – come Luponio ‘o pazzo, Mimì ‘o tenore – operano un cortocircuito estetico: invece di proiettare l’individuo nel mito, lo calano in un regime di nuda quotidianità. Questi soprannomi diventano i vessilli di vite vere, segnate dagli stenti e da sorti ingiuste, eppure ferocemente autentiche: l’epiteto non è qui un fregio dorato, ma una cicatrice identitaria che restituisce a ogni prigioniero la propria verità storica.
Così, se dall’arbusto di Antonio e Sandro partono ramificazioni che raccontano altre esistenze, intersecate e inestricabili fra loro, pur nel perimetro asfittico del carcere, il tono della quotidianità permette al lettore di sentirsi anch’esso coinvolto e sorretto sui rami dello stesso albero, cresciuto fino a noi. La voce di Gramsci ci ammonisce che «l’indifferenza è il peso morto della storia», rendendo chiaro che la Storia smette di essere altrove e diventa una questione che ci riguarda da vicino. La capacità espressiva dell’autore rende chiaro questo rapporto di continuità fra il passato dell’onorevole e dell’avvocato e l’odierno Noi. In questo senso, il libro gioca di contrasto con l’idea di spazio: se da una parte l’azione del libro è fisicamente confinata al perimetro detentivo del carcere, dall’altra i fatti narrati sono carichi di un potere che gli consente di oltrepassare qualsiasi recinzione. Le mura di Turi si fanno porose, permettendo a quell’etica del sacrificio di evadere dalla cronaca del tempo per farsi memoria viva e universale.

Difatti, seppur nello sconforto di una reclusione che impedisce anche l’espressione emotiva, dove Gramsci e Pertini lamentano l’impossibilità di una parola privata (le lettere scritte per i loro affetti sono lette e setacciate dalla censura), è proprio in questo silenzio forzato che si misura la grandezza della loro tenuta: in un Paese dove «non si può parlare, non si può manifestare, non si può pensare», pur privati della libertà di dirsi, non perdono mai l’idea di un futuro differente. Questa speranza non è un’astrazione, ma una forza concreta che permette loro di abitare il tempo della prigionia senza farsi annientare. La capacità di restare integri nasce dalla forza di non aver mai smarrito la speranza in un futuro migliore, una visione che andava ben oltre la propria sopravvivenza individuale.

Nel corso della narrazione esistono diverse spie che conducono a quest’altezza valoriale che non smarrisce mai la speranza. Infatti, della lente letteraria l’autore salva un’unica chiave interpretativa: la poesia. In mezzo alla concretezza degli eventi, scansionati per ipotassi per meglio rendere l’inesorabilità del corso degli avvenimenti durante il ventennio, si insinuano immagini icastiche che sfiorano picchi di liricismo, spesso sorrette da una struttura paratattica, per lasciare più ampio respiro a un’espressione poetica che vuole promettere al lettore la speranza di un domani scevro dalla violenza fascista che Antonio, Sandro e anche altri detenuti, non hanno mai smarrito.
Perché, come suggerisce Damato, «un fiato corto di speranza c’è sempre», e il sovrapporsi reiterato delle stagioni, è scandito dai colori dei frutti e dei fiori del periodo. Nel grigiore di una quotidianità sempre uguale, ciò che meravigliosamente offre la natura è quanto basta a non perdere di vista i valori per i quali stanno combattendo («Pertini d’istinto raccoglie e mangia uno spicchio di mandarino spaccato. Il sapore di quel frutto gli dà pace.»). È questo senso di orizzonte aperto, nonostante il muro davanti agli occhi, a costituire l’eredità più preziosa di questo incontro. Questo è quel che il termine della lettura regala a chi incontra il libro di Damato.
Chiara Parronchi
Pubblicato sabato 28 Febbraio 2026
Stampato il 28/02/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/librarsi/antonio-e-sandro-due-antifascisti-speciali-nel-carcere-di-turi/




