Ian McEwan sa descrivere il nostro tempo meglio di un trattato di geopolitica. In Quello che possiamo sapere (Einaudi) lo scrittore e sceneggiatore britannico, attraverso uno strabiliante viaggio letterario, offre una chiave per riscattare il presente dal senso di catastrofe imminente che lo attanaglia per immaginare un futuro in cui non tutto è perduto.

Siamo nel 2119 e tutte le paure e gli annunci di guerre e catastrofi climatiche sono già avvenuti, lui li chiama il Grande Disastro e l’Inondazione. Gli abitanti del ventiduesimo secolo sono avvezzi al disagio e alla penuria e anche inclini a guardare alla ricchezza e alla varietà del mondo precedente ora con rabbia ora con sognante nostalgia. “Mentre l’economia mondiale andava in frantumi e la natura si scatenava contro di noi, le idee di progresso e perfino di un possibile cambiamento di rotta a poco a poco vennero meno. Contava solo la sopravvivenza”, si legge ad un certo punto. Nell’ultimo romanzo di McEwan c’è uno studioso di letteratura alla ricerca di un poema perduto, composto nel 2014. Non voglio raccontare troppo della trama perché questo gioiello narrativo va assaporato poco per volta. Non si tratta solo di letteratura, ma di sensibilità umana, di analizzare le nostre vite iperconnesse e piene di messaggi via smartphone, contenuti postati sui social che faranno parte un giorno probabilmente di un qualche archivio che documenterà questo nostro periodo così tragico eppure così bizzarro e curioso per i futuri abitanti della terra.

“Mi ero stupidamente convinto di essere nato nell’epoca sbagliata. Esaltavo la bellezza e la vitalità del passato ignorandone lo squallore, la crudeltà e la morbosa cupidigia – fa dire McEwan al suo protagonista – Se fossi stato trasportato indietro nel tempo fino a quell’epoca l’avrei detestata. Stupidità e sprechi mi avrebbero sopraffatto, fino a farmi impazzire. E così pure la cattiveria dei social, al tempo attivi a scopo di lucro e non di pubblica utilità. E che dire, voleva sapere, dell’ipocrisia e della malvagità o della pura follia miope e opportunistica dei leader politici – tutti indistintamente – associate alla quiescenza, alla pavida idiozia o al terrore delle popolazioni? Che dire della sconsiderata venerazione della gente per gli autocrati?”
Il romanziere parla del nostro tempo, attraverso la ricerca del protagonista, una sorta di caccia al tesoro stevensoniana di un manoscritto perduto. E questo cercare legami umani tra le pagine di libri del passato agisce come un balsamo, fa capire come esseri umani quanto dobbiamo alle parole. “Ammisi che mi lamentavo troppo spesso della decadenza del nostro mondo. La decadenza esiste da sempre e a noi restava il dovere di vivere”, dice il protagonista. Le parole – in questo caso la ricerca letteraria, il pensiero, l’umano di nuovo al servizio della bellezza – scavano una possibile via di uscita dal tempo catastrofico, offrono la salvezza, un tentativo per andare avanti, per provarci. Allora potremmo tutti prendere spunto dalla saggezza e dalla bellezza nonostante la catastrofe narrata da McEwan per questo nuovo anno.
Ma che fare? Lo sappiamo già che fare. La società siamo noi, le persone siamo noi, quelle, le altre, siamo sempre noi. IA, guerra cognitiva, minaccia nucleare, balletti su TikTok, corruzione, la storiella del merito, i mondi al contrario, la bruttezza, l’orrore, le parole sguaiate, le facce, le smorfie. Mettiamo tutto da parte.

Si potrebbe fare uno sciopero alla rovescia, alla maniera dello storico attivista non violento Danilo Dolci, raccontato nel libro Processo all’articolo 4. A Partinico, provincia di Palermo, il 2 febbraio del 1956 un gruppo di braccianti guidati dallo stesso Dolci iniziò a lavorare una strada lasciata all’incuria: furono arrestati per occupazione di suolo pubblico e resistenza a pubblico ufficiale e per difendersi citarono proprio il diritto e dovere al lavoro previsto dall’articolo 4 della Costituzione. Potremmo fare uno sciopero alla rovescia nelle nostre vite, iniziando da piccoli gesti. Dedicandoci alla bellezza del quotidiano, a cercarla nel disastro e in tutto il caos che ci circonda.
E per chiudere: buon anno. Sì, un anno buono, proficuo, impegnato, pieno di grazia, di cura per le persone, le cose, gli esseri viventi in generale. E di parole gentili.
Auguri!
Pubblicato martedì 13 Gennaio 2026
Stampato il 13/01/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/librarsi/il-balsamo-delle-parole/





