Un importante volume uscito per Laterza fa il punto sul pensiero politico, e non solo, di Giacomo Matteotti. Libro importante perché l’opinione pubblica e l’immaginazione collettiva hanno giustamente collocato Matteotti nel pantheon dei martiri dell’antifascismo e lo hanno esaltato come una delle figure più luminose cui una nazione libera e democratica può ispirarsi ma, allo stesso tempo, la conoscenza del suo pensiero politico e giuridico quanto della sua concezione del socialismo sembra più negletta e oscurata. Se la sua opposizione al nascente regime – come testimonia la sua imprescindibile inchiesta Un anno di dominazione fascista (1923) – e la sua morte violenta sono conosciute ormai nei particolari, quello che mancava era una inquadratura generale del suo pensiero disponibile per tutti e non confinata negli ambiti accademici e nelle riviste specializzate.

Innanzitutto va illustrato il suo socialismo riformista, etico e rigoroso, indirizzato verso una giustizia sociale che non si accontentava di sterili retoriche rivoluzionarie, ma mirava a risultati concreti nel lavoro attraverso l’azione e l’organizzazione del proletariato. Di quest’ultimo Matteotti aveva fatto esperienza nel suo Polesine, nella scuola come luogo decisivo per la crescita intellettuale dei lavoratori e dell’esercizio della libertà politica. La direzione del Partito Socialista Unitario, che lo portò a intensificare i rapporti con la socialdemocrazia europea, raccoglierà i frutti della attività territoriale e gli conferirà una concretezza ignota a molti leader del socialismo italiano. Tutto questo comprovava la conoscenza dell’apparato amministrativo locale e statale. Così come i lavoratori «conoscono l’uso del martello, l’uso dell’aratro o l’uso di una macchina nelle officine» allo stesso modo «il Bilancio, i Conti, le Imposte sono appunto gli strumenti dell’amministratore pubblico, che il socialismo vuole sottrarre ai capitalisti per darlo ai lavoratori».

In questa raccolta di scritti non mancano saggi sul Matteotti riformatore della legislazione penale, sull’impegno nell’ambito dell’istruzione e della riforma agraria, sulla difesa delle autonomie locali e le politiche di bilancio e tributarie. La visione politica di Matteotti vuol dire emancipazione delle classi lavoratrici a partire dalla scuola quale presupposto per la «possibilità di un mondo più consapevolmente e liberamente umano e civile». L’istruzione per Matteotti significa consapevolezza dei propri diritti e della democrazia possibile, da qui tutta l’attività di amministratore locale nel Polesine in favore delle masse popolari, in particolare la lotta per l’istituzione delle scuole serali nel comune di Fratta, la ricerca dei finanziamenti per la costruzione di sedi scolastiche o per istituire ‘scuole pratiche di agricoltura’. Questi sono solo alcuni esempi, documentati dal saggio di Michela Minesso. Nel 1923 Matteotti criticò l’uso del ‘quaderno Balilla’ per le elementari e si oppose alla riforma Gentile per svariate ragioni, tra cui la perdita di laicità del sistema scolastico pubblico e l’idealismo che ispirava la riforma stessa.

A livello agrario Matteotti si porrà sempre nel solco del socialismo riformistico, che voleva dire, in generale, miglioramento della condizione dei braccianti e delle loro relazioni con gli agrari. L’azione si dispiegava attraverso la riscrittura dei contratti di lavoro e soprattutto si esaltava l’uso della contrattazione, che verrà meno da parte dei proprietari terrieri che – con lo squadrismo agrario – abdicheranno a ogni forma di contesa democratica e legale con le classi bracciantili. In realtà la questione, come si può intuire, è molto complessa: gli attori e gli interessi in campo erano molti e la stessa azione di Matteotti non fu esente da limiti, come si osserva nel saggio di Donato Romano.

Altro aspetto importante dell’attività politico-amministrativa di Matteotti sono le faccende di bilancio (locale e statale) e tributarie, perché essenziali all’efficienza di una democrazia. Matteotti denuncia che il bilancio di uno Stato non può essere un mistero, una sorta di corollario da arcana imperii, ma deve essere sottoposto alla conoscenza e al controllo delle assemblee e dei rappresentanti dei cittadini (punto rilevante nella discussione sul bilancio nel dopoguerra): è necessario verificare la spesa pubblica, gli abusi e le distorsioni – per esempio sulle opere infrastrutturali e sociali – dovuti alla lobby del ‘complesso militare-industriale’. Inoltre, se è vero che in regime di guerra è scontato un aumento sensibile del debito pubblico, è anche vero, dirà Matteotti, che «coloro che hanno voluto la guerra ora non vorrebbero pagare […] invocando ‘economie di spesa’». Per “pagare”, in questo caso, Matteotti intendeva la tassazione sui giganteschi profitti di guerra di chi si era arricchito con le commesse belliche. Anche qui il deputato socialista emerge con tutta la sua grandezza a fronte dell’ispiratore del suo assassinio, cioè Mussolini. Il futuro dittatore, col consueto e ignobile opportunismo, nel febbraio del 1923 chiude la commissione che doveva indagare sugli arricchimenti in tempo di guerra e chiude altresì la discussione sui sovraprofitti bellici, punto fermo invece di Matteotti e della sua posizione anti-bellica, tenuta dall’invasione della Libia in poi.

La peculiarità del socialismo etico e riformista di Matteotti era quella di essere essenzialmente pratico: sosteneva di non aver tempo per la teoria (che fra l’altro non gli era ignota), perché impegnato nella risoluzione dei problemi economici a favore delle classi lavoratrici. Il rigore, l’appello ai fatti, la competenza, il senso della giustizia sociale, fanno di Matteotti un italiano atipico, infatti – come è noto – gli italiani cento anni fa scelsero e acconsentirono alla retorica, alla violenza, alla dittatura.
Pubblicato domenica 22 Febbraio 2026
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