giorgio-gaberLa libertà non è star sopra un albero
non è neanche un gesto, un’invenzione
la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione
”. Giorgio Gaber

 

“Il teatro di Gaber – dice Michele Serra nel libro Giorgio Gaber. La canzone a teatro – è stato visto come un’ininterrotta metafora sull’impotenza. Un uomo solo, pallido e vestito di blu, monologante e refrattario ai cori, nega sulla scena quanto gli altri affermano dietro le quinte”.

Dietro le quinte, fuori dal teatro, nelle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche, negli anni in cui Gaber sta emergendo, c’è la contestazione, la spinta verso la rivoluzione. La rivoluzione si canta, come anche la lotta e la protesta. La canzoni incoraggiano le rivolte per i diritti sul lavoro, raccontano gli scioperi, le occupazioni delle scuole e delle università. 1967, 1968, tanto per cominciare. E Gaber?

Gaber ne sceglierà una sua, di protesta, tutta personale: con la formula inedita del teatro-canzone, che unisce la musica al monologo recitato, costruirà sceneggiature pensate in totale libertà, al di sopra delle ideologie e degli schematismi.

Ma la storia di Giorgio Gaber è anche quella del miglior cantautorato, che sceglie di abbandonare il successo facile per dedicarsi a una canzone d’impegno che racconti a suo modo un lunghissimo arco della storia d’Italia, dagli anni Sessanta fino ai Duemila. Sempre dalla stessa prospettiva sgombra e anti-ideologica.

È a partire dagli anni Sessanta che Giorgio Gaber diventa un personaggio noto al pubblico televisivo: partecipa al Festival di Sanremo, a Canzonissima. Canta canzoni popolari come Porta Romana

o La ballata del Cerutti Gino, parodia delle canzoni celebrative degli eroi della patria. Questa, infatti, delinea la figura di un giovane scansafatiche che bazzica in un bar della periferia milanese del quartiere Giambellino. Una sera cerca di rubare una Lambretta, ma viene colto con le mani nel sacco dalla polizia. La ballata, molto orecchiabile, diventerà presto popolarissima. Chi non conosce Giorgio Gaber?

Le sue sono canzoni leggere, spiritose, di evasione. Eppure lui si interessa anche a quelle che svelano un’Italia diversa da quella spensierata e miracolosa del boom. Quale animatore di trasmissioni come Le nostre serate, Canzoni di mezza sera o Canzoniere minimo, la prima dedicata alla canzone d’autore, si presenta nelle vesti di cantante-conduttore e invita personaggi legati al mondo della canzone popolare e di protesta. Propone dunque un repertorio di testi e musiche che vengono dalla tradizione dei canti sociali, politici e di lotta che in quegli anni stanno riemergendo grazie al lavoro di ricerca del Nuovo Canzoniere Italiano a Milano o dell’Istituto Ernesto de Martino a Firenze. Ci sono voci come quella di Margot Galante Garrone, autrice di Cantacronache, Otello Profazio, Maria Monti, Bruno Lauzi.

La televisione ha una eco così vasta che basta poco per diventare un volto conosciuto. E poi c’è un gran fermento attorno alla musica: le case discografiche che stanno nascendo sul finire degli anni Cinquanta investono nelle voci dei giovani artisti. Molti sono raccolti attorno all’etichetta Ricordi: nel 1959 Nanni Ricordi è un talent scout che produce 45 giri e li lancia nel neonato mercato discografico.

Proprio in quell’anno la famosa hit parade, la classifica di vendita dei dischi, celebra la grande diffusione del nuovo oggetto di massa. È una vera e propria gara con lo scopo di enfatizzare le vendite e di rendere coinvolgente e quasi eroica la vicende della singola canzone, il cui successo diventa una sorta di “battaglia per la conquista della vetta della classifica, non a caso denominata enfaticamente podio” [racconta Felice Liperi in Storia della canzone italiana, p. 265]. Nel mercato italiano si afferma presto la canzone americana, le case discografiche si adattano allo stile oltreoceano e cercano voci, autori che lo incarnino. L’America rappresenta, soprattutto per i teen-agers, un modello di libertà dei costumi, di trasgressione, di successo. Il rock è l’espressione di questi nuovi consumatori di musica. È la liberazione del corpo nella danza, nuovo linguaggio per comunicare un modo di essere: il disprezzo per gli adulti e le loro ipocrisie, il potere, le regole, la voglia di aggressività e sensualità.

La discografia italiana risponde con artisti e musiche di stile americaneggiante, come la lunga lista di “urlatori”, da Tony Dallara a Mina.

Giorgio Gabersik, di padre slavo, sceglierà quale nome d’arte Giorgio Gaber, invece di Joe Cavallo o Jimmy Nuvola, come la casa discografica gli propone. Ma il 45 giri Ciao ti dirò, è il suo primo successo in pieno stile rockeggiante.

In coppia con Jannacci, duo noto come I due corsari, registra poi Il cane e la stella e Una fetta di limone, anticipando i successi del rock demenziale.

La satira e il grottesco caratterizzano questo primo Gaber, personaggio popolare, a metà tra un repertorio facile, alla portata di tutti e uno più ricercato, impegnato e provocatorio. Prima o poi occorrerà fare una scelta.

“C’erano gli editori che facevano le canzoni – dice Nanni Ricordi – e i cantanti che bisognava fargliele su misura […]. Noi cercammo di fare un discorso razional-culturale cercando non di partire scritturando dei cantanti, ma di capire se c’era della gente, per caso, come in altri Paesi, che aveva delle cose da dire tramite la canzone. E la nostra indagine andò in questo senso […]. Si facevano caterve di provini” [Claudio Bernieri, Non sparate sul cantautore, p. 91]. Lo stesso Giorgio Gaber rammenta come Nanni Ricordi investisse su autori “ai quali non avrebbe creduto nessuno, non era il genere di prodotto che si pensava potesse vendere” [Paolo Jachia, La canzone d’autore italiana, p. 38]. Invece, grazie a questa lungimiranza, molti artisti riescono a emergere e ad avere un certo successo, facendosi portavoce di un anticonformismo che anticipa gli imminenti cambiamenti sociali.

La Milano dei primi anni Sessanta è quella dei locali come la Muffola, l’Intra’s Derby Club dove si suona musica dal vivo, si unisce la recitazione al canto, si fa cabaret inventando un nuovo modo di far ridere. Ma è anche centro di ricerca sulla canzone popolare con la riproposta di canzoni dialettali. Milano è laboratorio del nuovo. Attorno al Piccolo Teatro, per esempio, si raccolgono personalità di artisti e intellettuali che, sull’esempio di Brecht, aprono il teatro alla canzone, reinterpretano l’esperienza tedesca rinnovandola. Fondano canto, musica, cabaret, teatro, scrittura musicale e propongono storie che raccontano fatti reali con crudezza e verità. Le “canzoni della mala” con i testi di Giorgio Strehler e Dario Fo, le musiche di Fiorenzo Carpi e la voce teatrale di Ornella Vanoni o di Milva, rinnovano l’idea dell’opera totale, della canzone come luogo d’incontro di linguaggi diversi tutti orientati a raccontare il vero. Come anche le creazioni di Franco Fortini interpretate da Laura Betti. E poi gli spettacoli di Dario Fo che uniscono satira e intento pedagogico, con l’idea di accrescere il senso critico dello spettatore e la sua capacità di analisi dei fatti. La canzone-cabaret dei Gufi, il Nuovo Canzoniere Italiano e la ricerca sul canto sociale, popolare, politico.

Non sarà questa la strada che Gaber percorre, quella della canzone militante, dell’impegno dichiaratamente politico. La sua protesta sarà, appunto, nella scelta di un linguaggio, di una forma espressiva totalmente inedita e spiazzante rispetto a tutte le altre modalità di spettacolo. Basta con la televisione, il mercato discografico e lo show-business. Gaber sceglierà di chiudersi in teatro e, con il teatro-canzone, di raccontare a suo modo l’Italia, attraverso un filtro critico personale e mai scontato. Ora “il fulcro della sua produzione artistica e culturale – dice Nando Mainardi – […] non è più basato sulla produzione discografica, così non è più basato, nelle esibizioni dal vivo, sulle canzoni: ora, con il teatro-canzone, poggia su una forma artistica ed espressiva più ampia, che comprende brani musicali e parti attoriali in un continuum che, per essere compreso, non può essere spezzato” [Mainardi, La magnifica illusione, p.85].

Non può mancare, nel suo percorso, il riferimento agli chansonnier francesi a cui tanto deve, per l’ironia di un Georges Brassens o per lo stile teatrale e marcato di un Gilbert Bécaud.

Ma anche altri elementi lo portano alla fatidica svolta. Nel 1967 al Festival di Sanremo il cantautore Luigi Tenco si uccide dopo aver interpretato il suo brano Ciao, amore ciao.

È il suicidio di un giovane di ventinove anni e di una canzone che parla di emigrazione, di problemi sociali di quell’Italia dell’industrializzazione sfrenata del boom. Tenco gettava uno sguardo alla realtà sociale del Paese e ai costi a cui le grandi trasformazioni stavano andando incontro, denunciando ingiustizie e ipocrisie. Tematiche forse sgradite al grande pubblico festivaliero che prediligeva temi meno impegnati. La giuria del festival, infatti, gli preferisce una canzone di evasione come Io, tu e le rose cantata da Orietta Berti. Nel suo biglietto d’addio Tenco dichiarerà: “Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro), ma come atto di protesta contro un pubblico che manda in finale una canzone come Io tu e le rose e una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi”.

La rivoluzione, testo di Mogol-Soffici edulcorava di parecchio il clima di agitazione sociale e politica che si viveva al di fuori dello spazio protetto, contenitore di messaggi tranquillizzanti, che era la Rai con il Festival di Sanremo:

“Ci sarà la rivoluzione – cantava Pettenati -/nemmeno un cannone però tuonerà/ci sarà la rivoluzione/l’amore alla fine vedrai vincerà”.

Il malessere verso il mercato, il sistema e il grande business delle canzonette adesso non poteva più restare un grido inascoltato. Qualcosa doveva cambiare.

Fuori dal teatro grida la contestazione. Paolo Pietrangeli canta le vicende degli studenti di Valle Giulia che non vogliono scappare davanti alle cariche della polizia. Canta Contessa e la voglia di rispondere con la violenza alla violenza dei padroni nelle fabbriche. Gualtiero Bertelli canta le lotte degli operai davanti alla Montedison a Porto Marghera.

Gaber invece canta E allora dai (1967), “una canzone di protesta, che non protesta contro nessuno.” Una canzone in cui tutti sono d’accordo. Sul fatto, per esempio, che per cambiare il mondo basterebbe evitare la violenza, le guerre, sostenere il principio dell’uguaglianza. In pratica essere coerenti agli ideali tanto sbandierati.

E poi c’è l’esperienza in teatro, esaltante, a fianco di Mina. Nel 1968 il Teatro Piccolo gli propone un recital a fianco della grande interprete. L’esordio avviene nel 1970 al Teatro Ariston di Sanremo. È la prima volta che Gaber sente l’empatia con il pubblico, la capacità di comunicare con la gente in modo così diretto. Il teatro è la sua dimensione.

Quando il Piccolo Teatro accetta la sua proposta di uno spettacolo interamente originale, Il signor G., all’inizio della tournée i teatri sono semivuoti. È il 1970 e al Teatro San Rocco di Seregno fa la sua comparsa il personaggio dell’“impegnato”, ovvero “del militante che ragiona solo per formule ideologiche e sul piano dell’organizzazione politica – dice Nando Mainardi –. E la distanza da parte del cantautore nei confronti di tale figura pare essere massima” [Mainardi, p. 128].

Da quello spettacolo, Suona chitarra fa riflettere sul ruolo del cantautore, che per aver successo è bene si dia a canzoni allegre e spensierate, invece di toccare temi impegnati, col rischio di cadere nella censura e di venire presto dimenticato:

E allora suona chitarra facci divertire/suona chitarra non farci mai pensare/al buio alla paura al dubbio alla censura /agli scandali alla fame all’uomo come un cane /schiacciato e calpestato.

Canzone che ricorda tanto Il ratto della chitarra di Fausto Amodei (1960), che racconta del furto della chitarra dell’autore, abituata a cantare “senza paura/dei versi un poco insolenti/ in barba alla censura/ contro i padroni e i potenti”. Verrà sequestrata e disonorata, costretta “a suonar sui marciapiedi le canzoni di Sanremo”, ovvero le canzonette di tema amoroso ed esotico.

Fuori dal teatro, intanto, il Movimento studentesco organizza manifestazioni di piazza in cui, spesso, avvengono scontri con la polizia. Nascono le Brigate Rosse. Il Parlamento italiano introduce la legge sul divorzio.

Quando Gaber porterà in scena Storie vecchie e nuove del Signor G. (1971-’72) il pubblico sarà già numeroso e coinvolto dalla sua feroce critica alla società borghese e alle sue ipocrisie e falsità:

I borghesi son tutti dei porci/più sono grassi più sono lerci/più son lerci e più c’hanno i milioni/ i borghesi son tutti… (I borghesi, brano rielaborato dall’omonima versione di Jacques Brel)

Lo spettacolo Dialogo tra un impegnato e un non so (1972-’73) segnerà, invece, l’avvio della stagione del tutto esaurito. Con Sandro Luporini, ormai fidato autore di testi.

Il pubblico di quegli spettacoli lo racconta proprio lui: “Erano quasi tutti giovani – dice Luporini in Vi racconto Gaber – in gran parte venivano dal movimento studentesco […] Con quei giovani c’erano anche tanti intellettuali e una parte del mondo operaio e sindacale. […] All’interno del movimento confluivano due anime differenti. In alcuni prevaleva una posizione politica molto sfumata, direi anzi assolutamente priva di vincoli ideologici […]. Pacifismo, non violenza, parità dei diritti e rispetto per la dignità dell’individuo erano per loro temi che diventavano politici solo per riflesso. In altri, invece, prevalevano l’impegno e la militanza su qualunque fatto personale. Erano molto più ideologici e schematici. C’era chi aveva avuto una formazione ben inquadrata nelle sezioni giovanili del Pci e chi apparteneva invece a gruppi extraparlamentari, certamente più radicali nelle idee e nei comportamenti, raccolti sotto organizzazioni come Avanguardia operaia, Potere operaio, Lotta continua, Gruppo Gramsci. […] Eravamo d’accordo su certe loro battaglie, però ci potevamo permettere di scherzare sul concetto di rivoluzione in cui tanto credevano: secondo loro era già lì, a portata di mano. Io e Giorgio, si sa, ne eravamo un po’ meno convinti”.

Un pubblico che si è nutrito di manifestazioni politiche, sit-in, scioperi, convegni, incontri, discussioni. Di letture e di partecipazione ai festival come “Re Nudo”. Un pubblico che si incontra negli spazi di condivisione creati per giovani che amano ascoltare comizi o concerti musicali e poi dibattere, dire la propria, partecipare.

Fuori dal teatro, nel 1972, Pietro Valpreda è in carcere per la strage di Piazza Fontana. A Milano viene assassinato il commissario Luigi Calabresi, mentre a Segrate viene ritrovato il cadavere di Giangiacomo Feltrinelli. Giulio Andreotti guida l’ennesimo governo democratico. In dicembre, sulla eco delle manifestazioni contro la guerra in Vietnam, verrà approvata la legge sull’obiezioni di coscienza. C’è un clima ancora rovente, di stragi, uccisioni, di scontri di piazza, di conflitti sociali.

Gaber, con lo spettacolo Dialogo tra un impegnato e un non so, vi risponde con toni provocatori e ironici. Che non sono mai presa di parte esclusiva, ma quella voce al di sopra che condanna errori e limiti, che induce a riflettere, a far insorgere uno spirito critico. Cosa che pare ancor più importante della accettazione cieca alle ideologie.

Canzoni come Un’idea smontano qualsiasi possibilità di realizzare gli ideali un po’ astratti che governano i movimenti da parte del cittadino comune, quel Signor G. che, nella sua esistenza quotidiana, vi aderisce solo superficialmente, poiché troppo distanti dalle problematiche di una vita ordinaria:

Un’idea un concetto un’idea/finché resta un’idea è soltanto un’astrazione/se potessi mangiare un’idea
avrei fatto la mia rivoluzione

Ciò che serve davvero, affinché diventino concreti, è una partecipazione vera, reale, non di facciata. Quella che si può realizzare solo in una dimensione di totale libertà:

Vorrei essere libero/libero come un uomo/Come un uomo appena nato/che ha di fronte solamente
la natura/che cammina dentro un bosco/con la gioia di inseguire/un’avventura

Nello spettacolo successivo Far finta di essere sani (1974-’74) emergono tematiche peculiari della poetica gaberiana: alla base del suo pensiero, infatti, ci sono gli studi di Ronald Laing e David Cooper sull’antipsichiatria che negli spettacoli diventano critica radicale al concetto di malattia mentale e messa in discussione del concetto di normalità. Chi sono i sani e chi sono i malati?

Vivere non riesco a vivere/ma la mente mi autorizza a credere/che una storia mia positiva o no/ è qualcosa che sta dentro la realtà

In questo spettacolo, inoltre, Gaber mette in luce la sua forte sensibilità verso la sfera del privato: è come se volesse dire, l’autore, che se un individuo non conosce le sue verità più profonde, se non comprende l’animo delle persone a lui più vicine, è impossibile che possa intendere e tanto meno affrontare i grandi drammi, le questioni che sconquassano quegli anni tormentati, come la guerra in Vietnam o le violenze politiche.

Chiedo scusa se parlo di Maria è proprio emblematica della scelta di dare spazio all’aspetto dei sentimenti, del personale, del privato come azione prioritaria rispetto all’adesione alle grandi questioni collettive. La canterà al Palalido di Milano durante una manifestazione di solidarietà per il popolo cileno dopo il colpo di stato di Pinochet. Sarà fischiato e contestato. Ma lui era coerente all’idea che non esiste una rivoluzione fatta di slogan: la rivoluzione viene dal quotidiano senso di realtà.

Maria, la libertà

Maria, la rivoluzione

Maria, il Vietnam la Cambogia

Maria, la realtà.

Anche per oggi non si vola (1974-1975) esce in contemporanea alla grande avanzata elettorale della sinistra, e ne esprime la totale disillusione, preannunciando, forse, gli esiti di quello slancio fatuo. In quel momento il Pci è un partito cui si guarda come una possibile guida per il Paese. Ha guadagnato consensi nelle elezioni amministrative del 1975 con una campagna elettorale impostata sulla “volontà di cambiare” e sulle capacità di ben governare a differenza dei predecessori. Quaranta milioni di italiani vanno al voto per rinnovare i consigli di 6.345 città, 86 province, 15 regioni a statuto ordinario. Il 20 giugno 1976 le elezioni politiche, però, disattendono le istanze di rinnovamento. Il Pci ottiene il suo più grande successo di sempre, ma questo non basta a superare la Democrazia Cristiana. Nelle elezioni del 1976, infatti, i partiti di sinistra non riescono a raggiungere la maggioranza relativa alla Camera, mentre la Dc esce dalle consultazioni con diverse percentuali di voti in più e con la possibilità di dare vita a un nuovo governo, che di nuovo ha ben poco. Si rinnovava, infatti, la carica di primo ministro a Giulio Andreotti che attuerà un programma restrittivo, per rispondere alla nuova crisi economica che colpisce il Paese. Con le industrie costrette a chiudere, gli scioperi, le proteste all’Alfa Romeo, alla Pirelli, alla Fiat.

Nel luglio 1975 Francesco Alberoni preannunciava una imminente esplosione giovanile che si sarebbe manifestata all’interno delle università, “aree di parcheggio di disoccupati intellettuali che tirano avanti ancora per un po’ attraverso borse di studio e sussidi e poi con lavori precari. Ma tutto questo ha un prezzo: una delusione profonda sul piano personale, una sfiducia radicale nel funzionamento del meccanismo economico” [Alberoni, Scoppierà nel 1978 la contestazione n. 2, Corriere della Sera, 1975, p. 2].

In questo contesto lo spettacolo di Gaber non fa che anticipare gli eventi e prende le distanze dal clima di utopie che sembra aleggiare nel Paese, preferisce “stare dalla parte della ragione”, come dice Michele Serra, continuando a mantenere uno sguardo critico su ciò che accade.

Nessuna rivoluzione, infatti, nessun cambiamento sembra giungere, né dalle lotte del ’68 e neppure dalle recenti contestazioni degli anni Settanta. L’album Libertà obbligatoria (1976-’77), che si apre con I reduci, suona “come amaro e definitivo commiato dalla storica sconfitta del ’68”, dice Michele Serra. Quella rivoluzione mai avvenuta si sconta adesso, in questa nuova crisi sfociata nel nichilistico Movimento del ’77.

E tutto che sembrava pronto/per fare la rivoluzione/ma era una tua immagine o soltanto/una bella intenzione.

La rivoluzione tanto sperata non arriva e le teorie della Scuola di Francoforte, di Theodor Adorno e Herbert Marcuse ispirano a Gaber l’idea che la generazione che ha mancato la rivoluzione si sia smarrita tra le troppe libertà di un consumismo sfrenato. Nient’altro che una finta libertà.

Canzoni come Il cancro, o Quando lo vedi anche sono emblematiche in questo senso:

Quando lo vedi sulle facce degli altri/quando li osservi in quel loro appiattimento/in un salotto in un bar/ con un Campari soda/così assuefatti alla violenza dolce della moda

Ma nessuna condanna verso la società è così furiosa come quella che Gaber getta in faccia alla generazione fallita, nello spettacolo più volte contestato Polli d’allevamento (1978-1979). Qui, di fronte al riflusso degli imminenti anni Ottanta, del disimpegno politico e sociale, del ripiegamento verso la sfera del privato, nel clima ovattato della disillusione e del ritorno a valori del passato, si mette drasticamente la parola fine a qualsiasi possibilità di rinnovamento o di evoluzione. L’intera società è ormai spacciata. Su tutto regna l’omologazione:

Cari cari polli di allevamento/coi vostri stivaletti gialli e le vostre canzoni /cari cari polli di allevamento/nutriti a colpi di musica e di rivoluzioni.

La festa è una sconsolante fotografia di una generazione alla deriva: di uomini e donne che si sono accontentati dei piaceri e dei divertimenti di massa, i ristoranti con le terrazze sopra il mare, le discoteche  e le musiche da ballo, i film con tutti gli ingredienti “che piacciono alle massa/che stanno lì inchiodate/e si divoran tutto senza protestare”.

Gaber con estrema franchezza chiude la favola bella della rivoluzione, solo un sogno irrealizzato da cui prende le distanze: il “noi” usato a indicare una appartenenza collettiva alla stagione degli ideali e delle battaglie sociali e politiche, viene sostituito da un “io”, dalla dimensione individuale di azione e pensiero, unita a un distacco definitivo dalla realtà politica e sociale.

Quando è moda è moda è la canzone che rabbiosamente condanna le falsità, lo snobismo, la falsa militanza, le ideologie stravolte e diventate banale moda, mondanità, atteggiamento esteriore:

E visti alla distanza /non siete poi tanto diversi /dai piccolo borghesi
che offrono champagne e fanno i generosi.

Si parlerà di lui come del “cantore dell’impotenza” per questo continuo sottolineare ciò che sarebbe potuto essere e che non è mai stato, per non aver preso una direzione. “Mi seccava – dice Michele Serra – che uno strumento così implacabile quale mi appariva Gaber sul palcoscenico non fosse al servizio di quella che ritenevo – e ritengo ancora – la parte giusta”. Gaber sarà fortemente contestato soprattutto da quella sinistra che fino ad allora lo aveva sostenuto. Lui la accusava di aver condotto il Paese alla rovina. Morale, sociale, politica, culturale.

Nel suo percorso di ricerca sulla canzone, invece, l’autore affermava il principio più alto cui un artista possa ambire: essere se stesso, potersi esprimere nella totale libertà e autonomia di pensiero, farsi coscienza critica. Al di là degli schieramenti, delle scelte politiche, delle fazioni.

In questo risiede l’unica possibilità di cambiamento, ovvero nella dimensione individuale, piuttosto che in quella collettiva. Basterebbe poco, come spiega nel monologo di Una nuova coscienza, ripreso in uno degli ultimi spettacoli Un’idiozia conquistata a fatica (1999-2000):

“Basterebbe smettere di piagnucolare – dice – criticare, affermare, fare il tifo, e leggere il giornale. Essere certi solo di ciò che noi viviamo direttamente. Rendersi conto che anche l’uomo più mediocre, diventa geniale se guarda il mondo con i suoi occhi. Basterebbe smettere di partecipare a qualsiasi falsa partecipazione. Smettere di credere che il nostro unico obiettivo sia il miglioramento delle nostre condizioni economiche, perché la vera posta in gioco è la nostra vita. Basterebbe smettere di sentirsi vittime del denaro, del destino, del lavoro, e persino della politica, perché anche i cattivi governi sono la conseguenza naturale della stupidità degli uomini. Basterebbe opporsi all’idea di calpestare gli altri, ma anche alla finta uguaglianza. Smascherare le nostre presunte sicurezze. Smascherare la nostra falsa coscienza sociale. Subito. Qui e ora. Basterebbe pochissimo…”

Così Gaber, voce controcorrente, voce del dissenso, ha contrastato gli sbagli e le mancanze di una generazione spenta e imborghesita che ha condannato l’Italia al vuoto desolante di un “Paese mancato”, quello che anche Guido Crainz sembra suggerire nel suo libro. Una generazione a cui non ha risparmiato parole di biasimo e di disappunto. Stimolando la riflessione, la presa di coscienza, il riscatto.

Contestato per la sua mancata militanza, si è sempre riservato un posto al di sopra delle parti. Al di sopra di tutto quello che, profeticamente, avrebbe trasformato quella rivoluzione in una “magnifica illusione” (Non è più il momento 1984-’85). In questa canzone Gaber prende le distanze dai movimenti del sessantotto con tono nostalgico e sconsolato. In altre lo ha fatto con invettive rabbiose e cariche di amarezza.

Quella magnifica illusione non era mica un’idiozia/e tu che sei stato tradito nella tua aspirazione/ora pensi che tutte le idee siano coglione

Le sue canzoni sono tuttora pensiero critico, inducono ad analizzare fatti, situazioni, idee. A riflettere sull’importanza di un giudizio responsabile, arbitrario e non condizionato. Un giudizio libero, di quella libertà che è possibilità di incidere sul presente.

Chiara Ferrari, coautrice del documentario Cantacronache, 1958-1962. Politica e protesta in musica, autrice di Politica e protesta in musica. Da Cantacronache a Ivano Fossati, edizioni Unicopli