La Linea Gustav

Dal gennaio 1944 fino al maggio dello stesso anno, le forze alleate intenzionate a sfondare la Linea Gustav, anche per liberare la capitale Roma, il principale obbiettivo, svolsero quattro sanguinose battaglie a Cassino, provincia di Frosinone, situata in una posizione strategica e perno della difesa tedesca. Lì era situata l’abbazia di Montecassino, il più antico monastero della cristianità, fondato nel 529 d.C. da san Benedetto, per secoli luogo “di scienza e di fede”.

Incontro in Italia di generali americani: da sinistra George Patton, Henry H. Arnold e Mark Wayne Clark

A Cassino era presente la V Armata alleata, formata da soldati di ben dodici nazioni diverse e comandata dal generale statunitense Mark Clark. Che decise di insistere nell’attaccare frontalmente la Linea Gustav (voluta dal feldmaresciallo tedesco Kesselring per fermare gli alleati che procedevano da sud verso nord), proprio nel suo punto cardine: la cittadina di Cassino e la montagna alle sue spalle, dove si ergeva il monastero benedettino, e da cui si dominavano la Valle del Liri e quella del Rapido.

Ulteriori dettagli
Bernard Freyberg a Cassino. La foto è del 3 gennaio 1944

Clark spinto soprattutto da un sottoposto, il generale neozelandese Bernard Freyberg, decise di far bombardare l’abbazia di Montecassino, perché secondo segnalazioni, che poi si riveleranno essere errate, li si trovavano i soldati tedeschi. Il bombardamento rappresentò uno degli attacchi militari più controversi della seconda guerra mondiale.

Sull’Abbazia di Montecassino saranno scaricate 453 tonnellate di bombe

Il bombardamento fu effettuato da aerei americani e cannoni, e cominciò la mattina del 15 febbraio tra le ore 9.24 e le ore 9.45. In seguito alla prima incursione vi furono altre quattro ondate di bombardieri che cesseranno il fuoco verso le 13.30. In totale vennero impiegati 230 bombardieri e sganciate 453 tonnellate di bombe. Nessun tedesco però venne ucciso, perché non erano presenti nell’abbazia visto che le informazioni erano errate.

L’Abbazia dopo il bombardamento

Inoltre il generale neozelandese Bernard Freyberg non inviò subito avanti i suoi uomini, e in questo modo i tedeschi riuscirono a impadronirsi delle rovine dell’abbazia, fermando così l’avanzata degli alleati per tre mesi, fino alla fine di maggio. A causa del bombardamento furono distrutte quasi completamente le strutture del complesso monastico. Durante il bombardamento molti dei confratelli si trovavano a Roma, dove avevano scortato parte del prezioso patrimonio artistico, archivistico e bibliotecario dell’Abbazia, come era stato stabilito dal comando tedesco nei mesi precedenti alla battaglia.

Il generale tedesco Von Senger mentre accompagna l’abate di Montecassino Gregorio Diamare sulla vettura che condurrà il religioso a Roma. La foto è successiva al bombardamento dell’Abbazia

Tuttavia nel monastero erano rimasti l’abate Gregorio Diamare, alcuni monaci e un gruppetto di frati, al fine di ospitare 1.500 civili, tra anziani, donne e bambini, che da Cassino avevano risalito la montagna per trovare rifugio nelle mura del monastero che nessuno immaginava che sarebbe stato attaccato. I civili rifugiatisi nel monastero ricevevano aiuti anche dai parenti rimasti nelle campagne, grazie all’autorizzazione delle sentinelle tedesche.

Durante quel tragico attacco persero la vita 400 persone, molti i bambini, mentre l’abate assieme a pochi frati e monaci e al resto dei civili riuscì a salvarsi. Tuttavia la maggior parte dei civili sopravvissuti all’attacco dovette curarsi per mesi le ferite e le ustioni, e molti morirono nei giorni e nelle settimane successive. Del bombardamento il New York Times parlò come del “peggiore assalto aereo e di artiglieria mai diretto contro un unico edificio”. Dopo la guerra il generale statunitense Mark Clark, lo definirà «un tragico errore».

Il generale polacco Wladyslaw Anders, dietro le macerie dell’Abbazia

Dopo la fallimentare incursione, il generale Oliver Leese, comandante dell’VIII Armata britannica, contattò il generale polacco Władysław Albert Anders, comandante del 2° Corpo d’Armata polacco in Italia, per spostare le sue truppe a Cassino. L’apporto dei soldati polacchi per la liberazione di Cassino e di Roma fu fondamentale, infatti il bilancio per il 2° Corpo d’Armata polacco, fu di 860 Caduti (72 ufficiali e 788 tra sottoufficiali e soldati), 2.822 feriti (204 ufficiali e 2618 sottoufficiali e soldati), 102 dispersi (5 ufficiali e 97 sottoufficiali e soldati).

Ancona, monumento alla Resistenza

Dopo la liberazione di Roma, il generale Anders guiderà verso il nord 65mila uomini, polacchi, inglesi e italiani, che facevano parte del CIL, Corpo Italiano di Liberazione del generale Umberto Utili, e della partigiana Brigata Maiella. Le vittorie di Anders e dei suoi soldati saranno fondamentali per la liberazione delle Marche, tra cui Ancona e Loreto. Va detto tuttavia che nella regione fu importante il ruolo della Resistenza partigiana. Operante fin da dopo l’armistizio, era nata con il convergere di quella militare, la prima a organizzarsi e agire; quella dell’antifascismo uscito dalla clandestinità, di cui la componente più coordinata era tra i comunisti, e quella di inglesi e slavi fuggiti dai campi di prigionia. Il Corpo di Armata polacco proseguirà poi la risalita della penisola in Emilia Romagna, liberando Forlì, Faenza e Predappio, paese natale di Benito Mussolini.

La tomba di Anders

La battaglia di Montecassino aveva però segnato per i polacchi un prima e un dopo. Tant’è che il generale il generale Anders, disporrà con testamento, morirà a Londra nel 1970, di essere sepolto assieme ai suoi soldati proprio a Cassino dove, inaugurato il 1° agosto 1945, si trova a uno dei quattro cimiteri militari polacchi in Italia.

Il cimitero militare polacco a Cassino

Lì, tra oltre mille tombe, un’iscrizione ricorda il sacrificio dei polacchi con queste parole: «Noi soldati polacchi per la nostra e la vostra libertà abbiamo dato le nostre anime a Dio, i nostri corpi alla terra italiana, i nostri cuori alla Polonia».

I soldati polacchi all’interno dell’Abbazia bombardata

In totale durante la grande battaglia di Montecassino, in realtà sono quattro le sanguinose battaglie, che durò dal 15 gennaio 1944 al 18 maggio 1944, persero la vita circa 135mila tra alleati, italiani, e tedeschi. Tra i primi a entrare nelle macerie deserte dell’abbazia di Montecassino, ci furono le truppe polacche guidate dal generale Anders.

L’Abbazia vista dal cimitero militare polacco di Montecassino

Successivamente papa Paolo VI, definirà l’abbazia di Montecassino «incomparabile monumento di religione, di cultura, di arte, di civiltà». Al nuovo abate Ildefonso Rea (1945-1971) spettò il compito di promuovere e sostenere la riedificazione del complesso monastico nel secondo dopoguerra, che della cattedrale preservò i pochi elementi superstiti, come alcuni affreschi sulla parete del presbiterio, l’altare maggiore e l’urna in bronzo contenente i resti dei santi Benedetto e Scolastica, la porta in bronzo dell’XI secolo, parte del coro, il tabernacolo di Nicola Salvi e la tomba di Piero de’ Medici, oltre a parte della cripta. Decisero di optare per un progetto di ricostruzione basato sui disegni di Cosimo Fanzago (XVII-XVIII sec.). La nuova abbazia di Montecassino venne inaugurata in forma solenne da papa Paolo VI, il 24 ottobre 1964.

Il Presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, nel 2004, in occasione del 60° anniversario della distruzione dell’abbazia di Montecassino, ha definito il monastero: «Un faro della civiltà europea».

Andrea Vitello, storico e scrittore, autore tra gli altri di “Il nazista che salvò gli ebrei. Storie di coraggio e solidarietà in Danimarca”, pubblicato da Le Lettere con prefazione di Moni Ovadia


Bibliografia:

M. Parker, Montecassino 15 gennaio-18 maggio 1944. Storia e uomini di una grande battaglia, Il Saggiatore editore, Milano 2009;
L. Garibaldi, Gli eroi di Montecassino: Storia dei Polacchi che liberarono l’Italia, Mondadori editore, Milano 2013.