(Archivio fotografico Anpi nazionale)

Una domanda ricorrente, che lega tante donne e uomini che hanno avuto un significato per noi, le nostre maestre e i nostri maestri, chi ci ha insegnato a pensare e a contestare, a leggere il bello e rifiutare l’empietà, a vivere nella libertà: cosa penserebbero, adesso che non sono più con noi fisicamente, di fronte a quanto sta accadendo, nell’ora della nostra contemporaneità? Non è una domanda stupida, anche se deve tener conto di come cambiano, con i tempi, le logiche per interpretare il mondo: non dovrebbe esprimere rimpianto o nostalgia, l’incapacità di prendersi carico del frammento di storia che abitiamo delegando ad altri, una lucidità che preferiamo evitare. Piuttosto è il dover constatare che chi pensa in un modo onesto e profondo può farlo aiutando molte altre persone, nella stagione storica che gli compete, ma anche andando più in là a raggiungere chi abita le stagioni che seguiranno.

Nel passaggio tra il primo e il due novembre 2025, festività cattoliche di Ognissanti e della memoria dei defunti, abbiamo vissuto il carico pesante di questi 50 anni senza Pier Paolo Pasolini. Chi gli tolse la vita ha sottratto a noi altro tempo di cinema, di poesia, di letteratura, di pensiero critico, di provocazione, di contraddizione.  Soprattutto ci ha tolto una voce e una coscienza capaci di interpretare – o tentare di farlo – una stagione storica difficilissima. Il mio ricordo prevalente tra i tanti di PPP è legato a un testo famoso, Il romanzo delle stragi del novembre 1974, dagli Scritti Corsari, un testo che ha segnato la mia giovinezza. È una dichiarazione di impotenza e di libertà, in un ossimoro straziante, quello che contraddistingue l’identità civile delle persone libere che abitano in questa Italia:

Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere.

In queste righe c’è tutto il dramma di un Paese che non ha mai potuto esprimere il meglio di sé, che è stato (ed è) soggiogato nonostante la generosità, il coraggio, il martirio di tante persone: e il dramma di un uomo che ha capito con grande lucidità, ma ha subito le conseguenze del suo mestiere di intellettuale, pagando con una morte violenta. Al di là delle congetture possibili e delle storture di un’inchiesta e di un processo vergognosamente condotti, per inefficienza, forse connivenza, dichiaro il mio pensiero: quello di Pasolini è un omicidio politico e chi ha avuto vantaggio dalla sua morte, avendo peraltro dichiarato e mostrato, nel corso degli anni, l’intento di ucciderlo, non potevano che essere i fascisti.

Pasolini durante le riprese del film “Accattone”

Noi abbiamo vissuto in libertà, ma sapendo bene che era una condizione relativa al molto che potevamo sapere delle loro nefandezze, ma che non eravamo in grado di portare a tema politico. Infatti, se rileggendo il testo di Pasolini, dobbiamo annotare che nel frattempo prove e indizi ne abbiamo definiti in gran quantità, ciò non ha prodotto una elaborazione processuale compiuta, non tanto per l’esito in aula dei procedimenti, ma perché non c’è stata una condanna morale unanime da parte del Paese. Dico questo in riferimento diretto a Il romanzo delle stragi e al molto che PPP ha scritto e diffuso negli anni: chi ha operato in maniera criminale nei lunghi anni della strategia eversiva, prima e dopo di segno fascio piduista, in transito del brigatismo rosso, ha visto portata alla luce una parte consistente delle trame ordite, un tramare che aveva come finalità l’impedire che i processi democratici si compissero fino in fondo e che ci fosse un cambiamento di ordine politico e governativo.

Abbiamo saputo tutto tutti, ma questo non ha mai prodotto la sconfessione dei riferimenti politici dei gruppi terroristici di estrema destra, che hanno operato in tragica sinergia con massoneria e servizi segreti, entrambi deviati, mafie e intelligence straniere, delineando il quadro dell’efficacia con cui si è operato un depistaggio micidiale. Con il senno di poi anche la stagione del brigatismo – culminata con l’omicidio di Aldo Moro: e proprio in relazione a esso – rimane nell’area oscura dei crimini politici italiani. Se abbiamo avuto un altro grande intellettuale, Leonardo Sciascia, a cercare di tirare i fili di quanto accaduto, il rimpianto di non aver avuto la mente lucida di Pasolini in quel passaggio storico così cruciale e confuso rende ragione dell’affermazione con cui ho aperto questa riflessione.

In altro linguaggio, i colpevoli non hanno pagato, nemmeno sul piano della pubblica esecrazione. La vicenda stessa dell’omicidio Pasolini enuncia il dato dell’impunibilità di cui autori e mandanti di gesti criminali di portata incredibile hanno goduto. Avendo avuto un ruolo di formazione e di coordinamento di una Associazione come Libera mi è capitato spesso di confrontarmi con giovani donne e uomini, a cui ho dovuto confessare un senso di impotenza e di sofferenza contemplando questo immane disastro. Sofferenza soprattutto per loro, a cui stiamo consegnando un Paese in pieno genocidio culturale (dopo cui si cerca spesso di operare quello concreto, delle persone). Non essere riusciti a comporre un giudizio politico unanime su quanto accaduto ci consegna, oggi, la classe politica che ci sta governando. Anche su questo il poeta friulano aveva scritto a suo tempo. I versi di Gli italiani suonano di crudele profezia.

L’intelligenza non avrà mai peso, mai
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai
da uno dei milioni d’anime della nostra nazione, un giudizio netto, interamente indignato: irreale è ogni idea, irreale ogni passione, di questo popolo ormai dissociato da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l’ha mai liberato.
Mostrare la mia faccia, la mia magrezza –
alzare la mia sola puerile voce –
non ha più senso: la viltà avvezza
a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, nella più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce.

Ostia. Monumento a Pasolini dell’artista Mario Rosati, che in precedenza ne aveva realizzato un altro rimasto per decenni abbandonato tra fango e spazzatura senza neppure una targa

Il processo sul delitto Pasolini avrebbe dovuto essere uno di quelli fondamentali per la ricostruzione storica del dopoguerra. Non è stato così. Adesso? Innanzitutto dobbiamo essere certi della forza e della nobiltà delle nostre radici culturali, di cui Pier Paolo è un grande esempio. Un sapere che resta ostinatamente critico e sorretto da un umanesimo esigente: solo così diviene fautore di un’analisi efficace, la vis critica deve essere al servizio dei poveri e dei marginalizzati. Difficile negare alla letteratura e al cinema di Pasolini queste caratteristiche, che lo assimilano a un altro grande oppositore culturale alla peggior borghesia d’Europa, quella italiana: don Lorenzo Milani. Dalle ricerche dell’uno e dell’altro si deve ripartire per ristrutturare un antifascismo che deve diventare ancora più efficace, un pensiero sulla democrazia che ritorni a essere popolare.

Nell’ultima intervista rilasciata alla stampa, poche ore prima di essere ucciso, Pasolini consegnava a Furio Colombo le ultime schegge della sua profonda intelligenza, dell’amore con cui pensava. Proprio Colombo racconta bene cosa era davvero Pier Paolo: “Pasolini mi appariva una sentinella affacciata su un mondo di cui, da solo, conosceva il pericolo, e considerava suo compito avvisarci in tempo”. Quale pericolo? Perché suggerì per l’intervista quel titolo, Siamo tutti in pericolo, che spostava l’attenzione da un rischio costante di cui il poeta era del tutto consapevole, e si poteva capire quale fosse visto i suoi dichiarati nemici, per dirlo a tutti noi? Avrebbe dovuto comunicare il giorno dopo delle note, che avrebbero chiarito ai lettori il suo pensiero. Non poté farlo.

Ignazio La Russa (Imagoeconomica, Sara Minelli)

Consiglio davvero di riprendere in mano questa breve intervista, come atto doveroso di memoria: un testo da aggiungere alla miriade di sollecitazioni e analisi che adesso è importante ripensare, perché nella storia di questo Paese non abbiamo più avuto un intellettuale come lui. Proprio mentre scrivo arriva notizia di un convegno promosso dal Secolo d’Italia (e concluso da Ignazio La Russa) dal titolo “Pasolini conservatore” (Roma, 25 novembre). Un titolo del genere è offensivo anche per chi l’ha ideato. Di certo è inutile cercare sintesi accomodanti su chi del fascismo borghese è stato studioso attento e in grado di metterlo in crisi (come già Lorenzo Milani: anche su di lui nell’anno centenario della nascita si è tentato operazioni del genere), ricevendone in cambio un odio viscerale. È grottesco: ma è espressione diretta del clima culturale attuale, in cui si scommette sull’ignoranza massiva per riscrivere e invertire di senso ciò che dovrebbe essere ovvio.

Per cui si annota, a partire da quanto citavo sopra: bisogna formarsi tutte e tutti come intellettuali, nel tentativo lucido e mai disperato di essere noi stessi coloro che, che mett(ono)e insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la l’arbitrarietà e il mistero. È un compito urgente e resistente. Perché come dice Pasolini a Colombo “Io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che viene con maschere e bandiere diverse… Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata di chi ha, come dire, toccato ‘la vita violenta’”.

Immagine tratta dalla copertina del romanzo di Italo Calvino, “Le città invisibili”

L’inferno sta salendo da noi. Forse è già arrivato. Di certo a Gaza e dove c’è guerra: e suprematismo, classismo, sovranismo, inferni organici e da qualcuno auspicati, promossi e costruiti. Non si può che opporre quel che affermava un altro grande uomo di lettere e di pensiero, Italo Calvino (pure lui toltoci troppo presto) concludendo il suo magistrale Le città invisibili:cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Andrea Bigalli, docente di Cinema e teologia all’Istituto superiore di scienze religiose della Toscana