A circa tre mesi dall’aggressione russa, il conflitto in Ucraina continua: e se il teatro delle operazioni sembra progressivamente limitarsi alle regioni orientali e meridionali di quel Paese, la ferocia degli scontri aumenta e moltiplica le sofferenze, i lutti, le devastazioni materiali e morali, anche per effetto della decisione dei comandi dell’esercito invasore di colpire sempre più frequentemente obiettivi civili.

(Imagoeconomica)

La situazione di stallo sul terreno induce gli esperti a prevedere una lunga “guerra d’attrito”, o di logoramento, mentre permangono i rischi di un’estensione delle ostilità (si pensi ai raid ucraini in territorio russo e – a quanto è dato di capire – in Transnistria, oppure al dispiegamento di truppe bielorusse ai confini con l’Ucraina); né può essere del tutto escluso il ricorso a ordigni nucleari tattici da parte dei russi, quale estrema risorsa per volgere a loro vantaggio le sorti del conflitto. Senza contare l’eventualità di un incidente, che è sempre dietro l’angolo.

Non erano dunque profeti di sciagure o, peggio ancora, quinte colonne di Putin, quelli che – come l’Anpi – guardavano con allarme all’escalation militare, e paventavano che il massiccio invio di armamenti all’esercito ucraino avrebbe non avvicinato, ma allontanato la pace, soprattutto laddove il sostegno agli aggrediti non fosse stato accompagnato da una seria iniziativa diplomatica (finora delegata a improvvisati e scarsamente autorevoli mediatori).

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Eppure, qualcosa si sta muovendo negli ultimi giorni. Da noi, all’interno della maggioranza di governo si levano dubbi e critiche sulla scelta di continuare a trasferire dotazioni belliche agli ucraini. Nello stesso sistema dell’informazione, le isterie atlantiste cedono il passo ad analisi meditate: probabilmente come riflesso della diffusa preoccupazione dell’opinione pubblica per le conseguenze – in parte già avvertibili – di una prosecuzione illimitata del conflitto, ma forse anche per la sopravvenuta consapevolezza dell’inconsistenza di alcune argomentazioni addotte dai crociati della “guerra giusta”.

Nato in Europa: Paesi membri, chi ha fatto richiesta e chi aspira a entrare

Un solo esempio: quanti sostengono che in Ucraina si combatte una battaglia decisiva fra democrazia e autocrazia, giacché l’invasione russa sarebbe stata dettata dalla volontà di Putin di preservare il suo regime dal contagio dei valori liberali, fanno finta di dimenticare che la Nato accoglie nazioni tutt’altro che rispettose dei fondamenti dello Stato di diritto, come la Turchia di Erdoğan, l’Ungheria di Orbán, la Polonia di Kaczyński; sicché, a voler essere coerenti, si dovrebbe concludere che Putin ha già vinto, essendo riuscito a inoculare nell’Occidente il virus dell’autoritarismo.

Ma questi sono elementi di contorno; le novità davvero significative si registrano sulla scena internazionale. Dopo settimane di proclami bellicisti e di intimidazioni reciproche, dopo che i massimi esponenti della Nato, della Ue e dell’amministrazione Usa hanno sbandierato la volontà di sconfiggere militarmente la Russia, di metterla in ginocchio per mezzo delle sanzioni, addirittura di detronizzare Putin, e dopo che i vertici della Federazione russa hanno minacciato lo scatenamento della “guerra totale”, i toni paiono diventati più prudenti, e si ha l’impressione (speriamo non fallace) che le esibizioni muscolari stiano lasciando spazio alla ragionevolezza.

Il 19 maggio in Senato, nell’informativa sull’Ucraina, Draghi ha parlato anche dell’espulsione dei 24 diplomatici italiani dalla Russia: un “atto ostile che ricalca decisioni simili prese verso altri Paesi europei e risponde a espulsioni di diplomatici da parte italiana. E’ essenziale mantenere canali di dialogo con la Federazione russa e solo da questi canali che potrà emergere una soluzione negoziale” (Imagoeconomica)

L’inizio della correzione di rotta ha coinciso con l’intervento del Presidente Mattarella al Consiglio d’Europa del 27 aprile scorso; a esso sono seguite dichiarazioni – ufficiali o informali – di capi di Stato che, al netto delle concessioni alla propaganda, autorizzano a un moderato ottimismo. Proviamo a elencarle rapidamente. Il discorso pronunciato da Putin in occasione delle celebrazioni del 9 maggio, che è stato caratterizzato da un’inaspettata cautela; l’ammonimento di Macron a deporre ogni velleità di umiliare la Russia; l’appello di Draghi, durante la visita a Washington, a lavorare tenacemente e sinceramente per la pace, e l’auspicio di un’apertura di dialogo fra Usa e Federazione russa; la posizione di Xi Jinping a favore della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina.

Persino Biden ha ammesso che occorre fornire a Putin un’onorevole via d’uscita dal cul de sac in cui si è cacciato. Rimangono barricati nella trincea dell’intransigenza Zelensky e Johnson: ma il primo ha bisogno di tenere alto il morale del popolo e dell’esercito ucraini, il secondo si traveste da Churchill per recuperare presso i suoi connazionali il credito perduto, vellicando le loro nostalgie imperiali. Ciò che mette conto di segnalare è che il recupero di autonomia della Ue rispetto alla linea militarista tenuta dalla Nato rende credibile la sua candidatura a un ruolo di mediazione negoziale: ruolo finora inibito dal suo status di cobelligerante, ma di cui pure vi è impellente bisogno, a fronte della conclamata evanescenza dell’Onu e delle ritrosie della Cina.

Papa Francesco (Imagoeconomica)

C’è un aspetto ancora più importante. Il ritorno alla politica ha portato in evidenza un tema capitale, per troppo tempo colpevolmente ignorato o eluso: quello della costruzione di un nuovo ordine mondiale (su cui – si perdoni l’autocitazione – l’Anpi si era soffermata nel suo documento congressuale).

Se non si presta fede agli espedienti retorici con cui Putin ha preteso di giustificare l’invasione dell’Ucraina, si comprenderà che alla radice di questa sciagurata avventura sta il rifiuto della Russia di rassegnarsi al rango di potenza regionale in cui gli Usa l’hanno confinata attraverso l’allargamento a est della Nato (il suo abbaiare”, secondo la colorita metafora di Papa Francesco: e c’è da essere certi che i latrati risuoneranno a Mosca ancora più forti dopo la richiesta di adesione all’Alleanza atlantica da parte di Finlandia e Svezia).

Xi Jinping, presidente della Repubblica popolare cinese (Imagoeconomica)

L’allargamento dell’area d’influenza della Russia (nei piani originari, l’Ucraina era destinata a diventare uno Stato satellite) è ritenuto da Putin necessario non soltanto a rompere l’accerchiamento del suo Paese e a riaffermarne la rilevanza sullo scacchiere internazionale, ma anche a compensare la sua marginalità nel mercato globalizzato: a differenza della Cina, infatti, il peso geopolitico della Russia poggia sulla vastità, sulle enormi risorse naturali del territorio e sulle dimensioni dell’apparato militare, non certo sulla floridezza della sua economia, anchilosata – sia notato incidentalmente – dalla cessione di enormi quote di risorse pubbliche a una ristretta e parassitaria cerchia di capitalisti. Non a caso gli Usa si mostrano disposti a riconoscere soltanto alla Cina la patente di competitore globale.

Turchia, fine marzo 2022: i negoziati bilaterali tra Russia e Ucraina destinati al fallimento (Imagoeconomica)

L’Europa è di fronte a un bivio. Se insisterà nell’affidare la soluzione del conflitto in Ucraina a una trattativa bilaterale fra Zelensky e Putin, deve sapere che il compromesso sarà molto difficile da raggiungere, e prepararsi a una pace precaria, a una stagione di instabilità e di tensioni, alla riedizione della divisione del mondo in blocchi contrapposti (con la Russia fatalmente attratta nell’orbita cinese, sia pure in condizioni di vassallaggio), a contraccolpi difficilmente calcolabili ma sicuramente negativi sulle dinamiche della globalizzazione.

Un orizzonte radicalmente diverso si aprirebbe se si riuscisse a convincere Usa e Russia a collaborare lealmente all’edificazione di un sistema di sicurezza collettiva fondato sul riconoscimento del multipolarismo e dell’interdipendenza, e garantito dal disarmo bilanciato e dalla riduzione controllata degli arsenali nucleari: in tale contesto sarebbe probabilmente più agevole far valere il diritto dell’Ucraina all’integrità territoriale.

Ferdinando Pappalardo, vicepresidente nazionale Anpi (Imagoeconomica)

I timidi passi verso un rilancio dell’iniziativa diplomatica vanno incoraggiati dal movimento per la pace, che si è ridotto al silenzio forse per stanchezza, forse per sfiducia, forse per assuefazione alle immagini di distruzione e di morte quotidianamente trasmesse dal campo di battaglia, e che deve invece tornare a mobilitarsi su un duplice obiettivo: un immediato accordo per il “cessate il fuoco” e l’avvio di un negoziato ad ampio raggio che approdi a una “nuova Helsinki” (per dirla sbrigativamente). L’Anpi è pronta a fare la sua parte.

Ferdinando Pappalardo, vicepresidente nazionale Anpi, presidente onorario comitato provinciale Anpi Bari