Il premier liberale Mark Rutte (da http://gds.it.cdn-immedia.net/2017/03/rutte-olanda-535×300.jpg)

Ancora una volta, la lista degli sconfitti il giorno dopo una tornata elettorale – in questo caso nei Paesi Bassi – vede ai primi posti i sondaggisti. Certo il PVV del populista di destra Geert Wilders ha saputo aggiudicarsi qualche seggio in più alla Camera, ma i numeri sono ben lontani dalle catastrofiche previsioni della vigilia. E se la VVD del premier liberale uscente Mark Rutte perde 8 scranni, resta nondimeno il primo partito batavo.

Una partecipazione eccezionale, 80% degli aventi diritto, è la risposta che gli olandesi hanno voluto dare a chi vedeva il Paese virare decisamente a destra, lasciando ben sperare per le imminenti elezioni in Francia e Germania.

Jeroen Dijsselbloem, Presidente dell’Eurogruppo in Europa, leader del PVDA (da https://www.pvda.nl/wp-content/uploads/cache/x_src8ea0fa44ea3726b250b050881962c217_parfebb6e54f 5ebcb96b6c3c254443c12cb _dat1482272127.png.pagespeed.ic.Nx0buYU-Fi.jpg)

C’è poi un altro dato da non sottovalutare: sono i due partiti più progressisti, i Verdi ed i Liberali di D66, che vedono realmente aumentare i suffragi, accompagnati, pur in maniera minore, dai democratico-cristiani. A discapito dei socialdemocratici del PVDA, politicamente estinti passando dal 24,8 al 5,7%.

E se questo portasse a una seria riflessione nell’ambito della famiglia della socialdemocrazia europea “tradizionale” potrebbe essere un altro dato rilevante, perché governare in coalizione con il centrodestra non sembra portar fortuna ai partiti del PSE, che perdono il proverbiale ruolo di sola alternativa strutturata al populismo dilagante, incapaci di offrire risposte credibili alla diatriba “apertura al mondo-ripiegamento su sé stessi” o “tolleranza-rigetto”.

Un partito socialdemocratico che ha sostenuto una cieca politica d’austerità a senso unico – Jeroen Dijsselbloem, Ministro delle Finanze in patria e Presidente dell’Eurogruppo in Europa ne è l’emblema – è stato di nuovo duramente sanzionato dagli elettori. Che come nel caso dei Laburisti irlandesi o del Pasok greco, hanno preferito allontanarsi da chi ha scelto il rigore di bilancio, sacrificando gli ideali socialisti all’utopia mercantilista dei “grandi equilibri”.

E non tragga in inganno il risultato del Partito Socialista SP (euroscettico e anti austerità) che perde solo un seggio: i votanti smarriti dai socialdemocratici non hanno girato le spalle all’Europa e non hanno creduto a mirabolanti proposte “più a sinistra di”; hanno conservato i piedi ben per terra e hanno preferito la sinistra ecologista di GroenLinks (GL), che passa da 4 a 14 seggi con un programma filoeuropeo incredibilmente simile a quello che i socialdemocratici proposero cinque anni or sono. Ma che hanno tradito, agli occhi dell’elettore, schierandosi su posizioni ben diverse da quanto annunciato in campagna elettorale. Paradigma che vale anche per i «Liberali di sinistra» di D66, che guadagnano 7 seggi con proposte concrete, critiche certo verso la politica economica della coalizione uscente, ma pur sempre aperte al dialogo e all’Europa.

Il populista di destra Geert Wilders (da http://www.eunews.it/wp-content/uploads/2016/12/geert-wilders.jpg)

Varie quindi le ragioni di questa “non vittoria” di Wilders, ma una fra tutte pare degna di nota: come nel caso delle elezioni presidenziali austriache, in cui il candidato ecologista Van der Bellen ha saputo convincere l’elettore confrontandosi con le tesi populiste in maniera attiva, così nei Paesi Bassi ha ottenuto consensi chi ha saputo mostrarsi determinato e al contempo audace nelle proposte. Dimostrando, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che se il dibattito si svolge su argomenti concreti e con proposte credibili la destra estrema e i populisti in genere sono spiazzati. L’esatto contrario di quanto successo pochi mesi fa nel Regno Unito, dove discussioni di livello bassissimo e senza costrutto hanno portato a risultati che conosciamo.

Interessante poi come gli analisti internazionali, che accreditavano lo scontro sull’islamizzazione della società olandese e l’immigrazione come i nodi focali della scelta degli elettori, si siano completamente sbagliati. Non sono bastate le polemiche con la Turchia, il divieto d’ingresso per i ministri ottomani sul territorio e l’accompagnamento coatto della ministra della famiglia alla frontiera a distrarre i votanti dalla principale preoccupazione: le politiche economiche e sociali.

Gli olandesi hanno preferito mantenere la tradizionale moderazione, rifiutando ogni estremizzazione e concentrandosi sui problemi quotidiani. Un’economia di servizi che avrebbe tutto da perdere ad uscire dall’Euro e dalla UE – ergo debole sostegno alle proposte del PVV e del SP – ma al contempo famiglie ed imprese che, pur senza ostentazione, hanno gravemente sofferto durante la crisi e non si sono riconosciute nella “violenza economica” che Dijsselbloem ha applicato nei confronti della Grecia. Il modello olandese – fatto d’integrazione, di sostegno sociale alle famiglie, di pragmatico approccio alla quotidianità – resta d’attualità e gli elettori lo hanno ritrovato nella campagna e nelle proposte dei democratico-cristiani della CDA, tra i padri del modello sociale batavo, così come in quelle di D66 e GroenLinks. Partiti pro-UE profondamente critici verso la coalizione uscente.

Un suggestivo paesaggio olandese

Grazie ai media poi, la campagna elettorale ha visto qualcosa di inabituale per i Paesi Bassi, ovvero una polarizzazione della comunicazione sui due principali leader, il populista Wilders ed il “liberale di destra” Rutte. L’intensa attenzione ai capifila non appartiene alla tradizione locale ma questa volta ha chiaramente giocato un ruolo nelle scelte, tanto da dare vita ad un’applicazione per smartphone che non vorremmo diventasse un’abitudine anche da noi: il “Kamergotchis”, crasi di “Tamagotchi” e di “Kamer”, intesa coma “la Camera”. Come nel giochino in voga qualche decennio fa, gli utenti erano chiamati a coccolare e mantenere in vita personaggi virtuali, non più pigolanti gallinacei in erba ma i protagonisti della campagna elettorale. 750.000 olandesi hanno scaricato l’app sul loro telefonino, godendosi ripetuti richiami del tipo “Non dimenticarti di dar da mangiare a Wilders!” oppure “Hey, hai fatto le coccole a Rutte?”.

Per fortuna, degli olandesi intendo, i creatori del “dibattito 2.0” non hanno avuto modo d’integrare gli ultimi virulenti scambi tra i due leader, evitando così di trascendere.

“Voglio che i Paesi Bassi siano la prima nazione a metter fine al cattivo populismo”, ha esordito Rutte nel confronto televisivo dell’antivigilia, subito ritoccato da Wilders con “Se volete che i vostri soldi vadano ai richiedenti asilo, a Bruxelles ed in Africa, invece di restare nel vostro portafoglio, votate pure per lui”. Il ciuffo biondo della destra estrema ha poi rilanciato ricordando il suo tweet: “Bisogna espellere l’Ambasciatore turco e tutto lo staff dell’Ambasciata”, facendo il gioco del Primo Ministro uscente che ha potuto rispondere “C’è un’ovvia differenza tra twittare dal divano di casa e dirigere un Paese, se si governa si debbono prendere misure sensate!”. E via dicendo, in una serata televisiva infuocata che quasi faceva dimenticare che i due avversari, in realtà, hanno un passato di stretta collaborazione, visto che Wilders è un ex membro del partito liberale e che il suo attuale partito, il PPV, ha sostenuto il governo di Rutte sino al 2012.

Certo la differenza tra i due è notevole. Wilders aveva promesso, se eletto, di chiudere le moschee e le frontiere ai musulmani e di vietare la vendita del Corano, in un Paese in cui il 5% della popolazione è di religione islamica. Rutte è un ex pianista che ha cercato di recuperare voti a destra con l’infelice frase: “Qui da noi ci sono delle regole, se non vi piacciono siete liberi d’andarvene”. Wilders è un cattolico dal cinguettio telematico facile, divorziato e sposato in seconde nozze con Krisztina Marfai, di cui si suppongono origini ungheresi e una simpatia per Israele. Rutte è protestante, un single che vive con la mamma e che sino a due anni fa si ostinava ad usare un vecchio cellulare Nokia sostenendo d’avere dita troppo grandi per usare uno smartphone. E ancora, se Wilders era un promettente giocatore di tennis che ha lasciato lo sport per un kibbuz – e spesso lascia intendere di essere in ottimi rapporti con il Mossad, il servizio segreto israeliano – Rutte si definisce un “solitario felice”, nonostante i sei fratelli, con una passione per il film Hair, visto la prima volta quando aveva 12 anni.

E tra i due litiganti altri hanno approfittato, in una tornata elettorale che ha visto schierarsi 28 partiti (un record nell’Olanda del dopoguerra) con idee e programmi a volte assolutamente folcloristici.

La leader di Artikel 1 Sylvana Simons (da https://nos.nl/data/image/2016/12/24/342171/864×486.jpg)

Artikel 1, partito fondato alla fine del 2016 dall’ex star della televisione Sylvana Simons per lottare contro il razzismo, ha centrato la sua campagna sul passato coloniale dei Paesi Bassi, proponendo d’istituire la Festa Nazionale dell’abolizione della schiavitù il primo luglio e di vietare “Pietro il Moro” – “Zwarte Piet” – il personaggio che compare nella notte tra il 5 e il 6 dicembre nei panni di un domestico moresco che aiuta San Nicola a distribuire i doni ai bambini. Un po’ come se gli animalisti volessero vietare le renne di Babbo Natale.

Una rappresentazione di “Pietro il Moro” – “Zwarte Piet” (da http://images0.tcdn.nl/binnenland/article26953992.ece/BINARY/q/zwartepiet4702)

Non certo meglio StemNL (Vota NL), che ha suggerito che ogni proposta di legge approvata dal Parlamento fosse votata dai cittadini attraverso un app, un programma da scaricare sul proprio telefonino. Eccesso di democrazia diretta temperato dal Partito degli Astenuti – Niet Stemmers – che con stringente logica ha chiesto il voto di chi non vota per far contare in Parlamento la voce degli astenuti.

Ben rappresentati anche i partiti d’ispirazione religiosa, dal classico CDA – i cristianodemocratici – al Partito Politico Riformato – SGP – profondamente conservatore, che sostiene il divieto d’apertura dei negozi la domenica per permettere agli Olandesi di andare a messa. Senza dimenticare JezusLeeft – Gesù vive – un partito il cui slogan elettorale è “non mette acqua nel nostro vino” e che si batte per una società basata sull’amore. Concetto evangelico particolare, tenuto conto della scelta di presentare, sin dalla sua creazione, solo uomini sulle liste elettorali. Anche JezusLeeft è a favore di una “domenica senza lavorare”, ammorbidendo però la posizione con l’accettare gli atti di carità o i mestieri indispensabili. Inflessibili invece nei confronti dei 600 coffee shops ancora autorizzati a vendere cannabis – chiusura totale – così come verso il divieto assoluto di pubblicizzare bevande alcoliche.

Il simbolo del Partito Libertario Olandese (da http://www.movimentolibertario.com/wp-content/uploads/2014/02/TOINE.png)

Estremismo combattuto dal Partito Libertario, che è invece favorevole alla liberalizzazione totale di ogni sostanza stupefacente, sia per quanto attiene alla produzione sia il possesso e la commercializzazione e aborre ogni interferenza governativa nella vita dei cittadini. Nato nel 1993, il partito predica, senza molto successo, l’abbandono della UE, della NATO e dell’ONU, che esistono, secondo uno degli slogan della recente campagna, “solo per aiutare i politici a far carriera”.

Di fondamentale importanza la battaglia di 50Plus, partito destinato a difendere, nomen omen, i diritti degli ultracinquantenni. Accanto a migliori regole per il pagamento delle pensioni e interessanti proposte sull’età pensionabile, 50Plus ha fatto dell’obbligo di avere una toilette per ogni vagone ferroviario l’argomento cardine della campagna. Riuscendo, con questo, a farsi ammettere al voto del 15 marzo dal Consiglio Nazionale Elettorale, che ha dovuto esaminare le richieste di ben 81 movimenti e partiti diversi, tra i quali svettavano il Partito Cleptocratico, quello Politicamente Corretto e lo “HHH”, che in olandese si legge “Ha Ha Ha”, ovvero la rivisitazione di “una risata vi seppellirà”.

Dichiarazioni roboanti a parte, tra un “Questa volta la democrazia è salva” ed un “Gli olandesi salvano l’Europa”, il primo degli attesi appuntamenti elettorali è passato senza grossi scossoni. Resta da valutare come la “non vittoria” di Wilders possa impattare i risultati francesi, mentre l’elezione di Martin Schulz alla presidenza della SPD con il 100% dei voti e qualche conversazione con i colleghi tedeschi inviati a Bruxelles, lasciano ben sperare per i risultati di settembre. Ma il cammino è ancora lungo e irto d’ostacoli, dall’annuncio ufficiale della Brexit, previsto per il 29 marzo, alla richiesta di nuovo referendum scozzese. Che – detto tra noi – scalda ogni cuore che batte per l’Europa e l’autodeterminazione dei popoli, alla faccia di chi, Le Pen in testa, sostiene che i due concetti siano incompatibili.

Filippo Giuffrida, giornalista, Presidente ANPI Belgio, Vicepresidente della FIR in rappresentanza dell’ANPI