
“Io non ho mai fatto del male, né predicato l’odio”, afferma ispirato il professore fascista interpretato da Franco Nero nel film Rosso Istria, del 2018. “Ma lei ha la tessera del partito”, ribatte freddamente l’inquisitore jugoslavo. “Tutti per lavorare dovevano avere la tessera”, mente il povero Franco Nero, aggiungendo un altro tassello ai tanti stereotipi falsi sul fascismo, e chiude: “fascisti… comunisti… no: sono solo povere vittime…”. Parla degli italiani, naturalmente, povere vittime per definizione, e così rappresentati in tutti i film prodotti nel nostro Paese sulla Seconda guerra mondiale.

Quella che ho appena descritto è una delle scene più significative della cinematografia a tema storico prodotta dall’Italia in questi anni, un dialogo che contribuisce a rafforzare uno stereotipo già molto solido, quello ben noto degli Italiani Brava Gente. La scena però si svolge nell’area del confine italo-jugoslavo e per questo è ancora più significativa. Proprio in quel territorio appare necessario ribadire che gli italiani sono stati solo, e solamente, “povere vittime”, aggrediti ingiustamente dagli “invasori” jugoslavi. È questa in sostanza la narrazione ribadita in tutta la cinematografia italiana sul tema; nell’immediato dopoguerra, durante la lunga fase di tensione per la delimitazione del nuovo confine (La città dolente, del 1949), e ancora di più negli ultimi vent’anni, quando la Rai, la televisione di Stato, ha prodotto o coprodotto ben quattro film sul tema (Il cuore nel pozzo, Rosso Istria, La rosa dell’Istria, La bambina con la valigia), tutti con il medesimo approccio.

Il cinema, com’è noto, contribuisce a creare immaginario collettivo. Quando è a tema storico costruisce immagini, visioni condivise del passato ben più di quanto riesca a fare un romanzo o, tantomeno, un saggio di storia. Per questo è particolarmente interessante capire come il cinema ha raccontato questa pagina di storia. D’altronde, per lo stesso motivo, il cinema è spesso soggetto a un controllo politico: a monte, mediante finanziamenti pubblici, o a valle, con la censura. Censura e controllo politico hanno in effetti sempre accompagnato in Italia la narrazione cinematografica della Seconda guerra mondiale e dell’epoca fascista.
Solo alcuni esempi: nel 1980 la censura proibisce il kolossal libico Il leone del deserto, che racconta la vicenda del leader della resistenza Omar Al-Mukhtar, impiccato dagli italiani nel 1931; dieci anni dopo la Rai acquista in esclusiva, per non mandarlo mai in onda, Fascist Legacy, un documentario della BBC sui crimini di guerra fascisti. Nel frattempo vengono prodotti decine di film in un’ottica vittimista, in cui anche le guerre d’aggressione, come l’invasione della Grecia (Mediterraneo, del 1991) o dell’Egitto (El Alamein, del 2002), diventano tragedie umane in cui gli italiani sono solo vittime e mai carnefici.

Emblematico proprio il film che dà il nome allo stereotipo, Italiani brava gente, del 1964. La trama si svolge durante la tragica ritirata dalla Russia, dove alcuni soldati italiani sopravvivono grazie ai civili locali che li ospitano nelle loro case nonostante quel che hanno subito nei due anni di brutale occupazione ma incredibilmente sono gli ex invasori a essere definiti “bravi”, non la popolazione che li accoglie! Nel caso della Jugoslavia poi il capovolgimento è macroscopico. Nel cinema italiano, dal 1945 a oggi, esiste un’unica narrazione, sostanzialmente immutabile: italiani innocenti gettati nelle foibe e costretti all’esilio dai partigiani jugoslavi assetati di sangue, animati da odio ideologico e nazionale.

Non un riferimento al contesto di violenza in cui le foibe avvengono, non un’immagine delle violenze fasciste, non un accenno ai crimini nazisti, alle motivazioni politiche e militari che spiegano la “resa dei conti” di fine guerra. Ci sarebbe da credere che il cinema jugoslavo abbia ripagato l’Italia con la stessa moneta, mediante una rappresentazione puramente vittimista e scopertamente propagandistica degli invasori italiani. Tutt’altro!

Pur in un sistema meno pluralista, lo sguardo cinematografico su quella pagina di storia è stato, in Jugoslavia, molto più variegato di quello italiano. In una prima fase, quella ancora stalinista e di scontro sul confine, gli invasori sono rappresentati come rapaci e brutali. Ma negli anni successivi si offre al pubblico jugoslavo una visione sempre più sfumata e complessa, con una crescente dicotomia tra i fascisti, colpevoli dell’invasione e dei crimini di guerra, e i semplici soldati, vittime inconsapevoli e poi essi stessi partigiani al fianco dei resistenti locali. Emblematica è la figura del capitano Riva, interpretato anche in questo caso da Franco Nero, che sceglie la libertà e diserta dall’esercito fascista per unirsi alla resistenza jugoslava nel più noto partizanski film, il kolossal La battaglia della Neretva, del 1969.
La stessa parabola lavorativa dell’attore Franco Nero potrebbe riassumere l’evoluzione dello sguardo cinematografico su questa pagina di storia. Giovane e promettente, negli anni Sessanta lavorava in film come quello appena citato, che pur con comprensibili toni eroici, raccontavano onestamente la lotta per la liberazione della Jugoslavia, senza nascondere la tragedia della guerra civile e la scelta partigiana compiuta da decine di migliaia di ex invasori italiani. Quarant’anni dopo lo troviamo in un film horror serbo girato a Mamula, un campo di concentramento italiano in Montenegro, all’epoca abbandonato e oggi trasformato in resort di lusso: emblema del disinteresse e forse anche del disprezzo con cui gli attuali stati nazionali guardano alla storia della Jugoslavia unitaria. Pochi anni fa, l’ultima performance: il giovane ufficiale antifascista che sceglie la Resistenza diventa, in Rosso Istria, un vecchio professore fascista, intento a giustificare i crimini del regime con una volgare banalizzazione della società italiana dell’epoca.
L’elemento che più colpisce non è la scorrettezza della ricostruzione storica, ma il messaggio racchiuso in queste pellicole. I soldati italiani che in Jugoslavia hanno scelto la Resistenza sono esistiti davvero. Ma l’hanno fatto in gran parte dopo l’Armistizio e dunque dopo due anni e mezzo di occupazione brutale, non prima, come mostrato ne La battaglia della Neretva. Lo scopo di quel film (e di molti altri prodotti nella Jugoslavia di Tito) è quello di rappresentare gli italiani sotto una luce migliore di quella reale, per contribuire a una pacificazione tra popoli che si erano duramente affrontati, specie nell’area di confine.
I partigiani jugoslavi hanno combattuto per liberare la propria terra invasa e, come ben sanno gli storici, hanno condotto a fine guerra una repressione politica, non nazionale, prendendo di mira fascisti e collaborazionisti dei nazisti: sloveni, croati, serbi e anche italiani. L’insistenza in tutti i film italiani sul presunto odio nazionale (“voglio vedere fuori da questa terra non solo l’ultimo fascista, ma anche l’ultimo italiano”, proclama il leader partigiano in Rosso Istria), la rappresentazione dei resistenti jugoslavi come subumani assetati di sangue (grottesco e macchiettistico è il protagonista negativo de Il cuore nel pozzo, del 2004) non sono solo false: hanno uno scopo politico. Quello di mostrare i partigiani comunisti jugoslavi sotto una luce totalmente negativa, di richiamare l’immaginario criminale nazista, a cui di fatto vengono assimilati.

Se pensiamo al contesto in cui questa propaganda viene prodotta, qual è in effetti l’obiettivo politico di chi crea quell’immaginario attraverso il cinema? La Jugoslavia non esiste da più di trent’anni e nessun Paese erede ne rivendica la tradizione. I regimi comunisti si sono praticamente estinti, i partiti comunisti non ricoprono alcun ruolo nello scenario politico attuale. Cosa rimane dunque dei partigiani-comunisti-jugoslavi rappresentati come assassini disumani senza scrupoli e para-nazisti anche nelle ultime due fiction prodotte dalla Rai (La Rosa dell’Istria e La bambina con la valigia) nel 2024 e nel 2025? Eliminando le due parole che non hanno alcun significato nell’Italia di oggi (“comunisti” e “jugoslavi”) rimane solo la parola “partigiani”. Sono i partigiani dunque ad essere rappresentati come i nazisti: ecco lo scopo di quella narrazione così falsa e stereotipata.

Un messaggio che usa il passato, ma parla al presente: resistere, lottare per un ideale, per un mondo più giusto e in pace, come hanno fatto i partigiani, fa di te un nazista, esattamente come quelli che intendi combattere. La retorica dei “fascisti di sinistra” o dei manifestanti per la pace in Palestina rappresentati come antisemiti disposti a compiere una nuova Shoah, segue esattamente la stessa logica. Chi predica l’odio dunque? Chi lo pratica?

Il capovolgimento della narrazione cinematografica sul Ventennio e sulle foibe è emblematica. I fascisti che hanno scatenato l’odio e la violenza in quelle terre di confine diventano “povere vittime” e la colpa è interamente addossata a chi ha lottato per liberarsi dall’oppressione. Per tre decenni il cinema jugoslavo si è sforzato di presentare il popolo italiano come vittima del suo stesso regime, talvolta piegando la vicenda storica a questa esigenza narrativa. I film italiani più recenti, interamente finanziati dallo Stato e quindi diretta emanazione della politica, hanno invece rappresentato in maniera grottesca e antistorica chi combatteva una guerra non voluta per liberarsi da un’invasione ingiusta e brutale. L’Italia del Ventennio fascista ha certamente scatenato l’odio in quelle terre. L’Italia di oggi continua a “predicare” lo stesso odio.
Su questo tema Eric Gobetti propone lezioni visuali nelle scuole e nelle sale di tutta Italia.
Pubblicato lunedì 9 Febbraio 2026
Stampato il 09/02/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/chi-ha-predicato-lodio-cinema-e-politica-sul-confine-orientale/





