
Dopo sedici anni di dominio netto sulla scena politica ungherese, Viktor Orbán deve cedere il passo al Tisza di Péter Magyar che, premiato dal responso delle urne ottiene oltre i due terzi dei seggi in Parlamento. Allo stato attuale delle cose, secondo quanto si apprende, al partito vincitore delle elezioni spettano 138 mandati su 199; 55 al Fidesz che perdendone 80 vede ridimensionato il suo peso, 6 seggi vanno a Mi Hazánk (La Nostra Patria), formazione di estrema destra, anche se il suo leader, László Toroczkai rifiuta questa etichetta preferendo definirsi “sovranista”.

Questo, dunque, quanto deciso dal voto di domenica 12 aprile, che è stato caratterizzato da un’affluenza risultata superiore al 77%, cosa mai accaduta in Ungheria dalla svolta del 1989. Il tutto al termine della campagna elettorale più tesa dal ritorno di Orbán al potere, fatta di un lancio di accuse senza esclusione di colpi tra i due principali contendenti. Da una parte le forze governative intente a descrivere Magyar come burattino nelle mani di Kiev, dall’altra lo sfidante che, già da tempo in vantaggio nei sondaggi, indicava l’esecutivo come vero traditore della patria.

Di fatto, Tisza ha saputo intercettare la voglia di cambiamento di una parte consistente della popolazione ungherese, le ha dato voce, speranza. Ciò riguarda anche parecchi aventi diritto non conservatori che hanno unito il loro voto a quello di altri nella prospettiva di una svolta.

Il potere di Orbán è stato fortemente divisivo a livello sociale e di opinione pubblica e ha contribuito ad accentuare una certa predisposizione di buona parte degli ungheresi a tenersi lontani dalla politica, vista come qualcosa con cui è meglio non avere a che fare. Preferibile, secondo questa posizione, lasciarla agli addetti; e gli addetti hanno governato per sedici anni realizzando un controllo esteso, capillare sui vari settori della vita pubblica del Paese. Hanno cambiato la Costituzione, messo il bavaglio alla stampa, infilato le mani dappertutto: economia, magistratura, scuola, università, cultura, e impoverito la vita politica nazionale mettendo a lungo l’opposizione in un angolo, riducendola al ruolo di semplice comparsa senza peso su una scena sovrastata dal premier uscente.

“L’Ungheria agli ungheresi”, era un po’ il refrain, o per lo meno uno dei principali, del sistema facente capo a Viktor Orbán, ma non tutti, secondo la sua propaganda, erano degni di essere considerati dei veri ungheresi aventi a cuore il bene della Patria; solo quanti si affidavano a lui per realizzare il progetto di un’Ungheria pienamente sovrana, capace di realizzare le sue aspirazioni di Paese legato a valori spacciati come patrimonio condiviso che si riassume nella formula “Dio, Patria e Famiglia”, peraltro certamente non riconosciuto da tutti gli ungheresi come tale.
L’allerta sui nemici in agguato ai confini del Paese e sui loro alleati interni non ha fatto altro che creare un clima di tensioni e diffidenze che è entrato nei posti di lavoro, nelle famiglie, un po’ dappertutto. Così hanno prodotto un certo effetto le dichiarazioni di Magyar che, tra i suoi intenti principali, ha da subito menzionato quello di voler porre fine al clima di odio provocato da Orbán e dai suoi alimentando le speranze diffuse in un necessario cambiamento.

45 anni, ex Fidesz, percepito come figura accattivante, il leader di Tisza ha promesso di impegnarsi per dar vita a un processo di distensione interna volto alla pacificazione nazionale, di lottare contro la corruzione attribuita al sistema, di occuparsi concretamente del miglioramento di settori in chiaro affanno come la sanità e la scuola.

Di destinare risorse ai trasporti e sostenere le imprese ungheresi. Magyar intende recuperare i rapporti con l’Ue, rassicurare Bruxelles sulle sue intenzioni e cercare in questo modo di sbloccare i fondi congelati per politiche intraprese e portate avanti dal regime di Orbán e considerate lesive dello Stato di diritto dalle autorità dell’Unione.

Contemporaneamente strizza l’occhio all’elettorato di destra mostrandosi contrario alle quote migranti dell’Ue, tema caro al leader del Fidesz, ha ben chiara la centralità del tema della guerra in Ucraina e afferma di non concordare con l’invio di truppe in quel Paese. Inoltre, come Orbán, non sembra disposto a sostenere una rapida adesione di Kiev all’Ue. Il suo successo alle elezioni è netto e ora si gode il bagno di folla e i festeggiamenti che vedono partecipi molti giovani. C’è euforia a Budapest e nelle altre città dove la gente scende per strada a celebrare un evento cui attribuisce carattere storico, ma risulta che il vincitore abbia conquistato anche le zone rurali, tradizionale bacino elettorale di Orbán.
Ci sarà, però, un dopo: Magyar ha ora la responsabilità di realizzare il cambiamento sperato, di non deludere chi ha creduto in lui, e dopo sedici anni di dominio orbaniano ci sarà un gran lavoro da fare. Come già precisato ha ottenuto oltre i due terzi dei mandati e ha la possibilità di cambiare la Costituzione. Dopo l’ebbrezza della vittoria arriverà, quindi, il momento di rimboccarsi le maniche per ricostruire un Paese portato allo stremo, gravato da una situazione economica caratterizzata, tra l’altro, da un forte aumento dei prezzi e da stipendi che risultano essere circa la metà della media Ue.

Dovrà insomma dimostrare di che pasta sono fatti lui e i suoi collaboratori e se saranno all’altezza del compito. Infine, vi è da notare l’assenza di qualcosa che per lo meno ricordi la sinistra nell’Assemblea nazionale dove troverà posto solo la destra con i tre partiti menzionati in questo articolo. Colui che ha vinto le elezioni non è certo un progressista, non dimentichiamolo. In pratica quello che si è appena svolto è stato un confronto elettorale fra destre in uno scenario politico, quello ungherese, marcato dall’assenza di una sinistra vera e propria.
Pubblicato lunedì 13 Aprile 2026
Stampato il 13/04/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/lungheria-volta-pagina-crolla-orban-la-nuova-fase-tra-macerie-politiche-e-nuove-responsabilita/






