CAMPS: «Se li sterminassimo tutti, ci sarebbe paura per generazioni».
TIMERMAN: «Cosa intendi con tutti?»
CAMPS: «Tutti… circa 20.000. E anche le loro famiglie. Dobbiamo cancellarli, insieme a chiunque possa ricordare i loro nomi».
TIMERMAN: «E perché pensi che il Papa non protesterà contro questa repressione? Molti leader mondiali, personaggi politici, sindacalisti, scienziati… lo stanno già facendo».
CAMPS: «Non rimarrà traccia o testimonianza».
TIMERMAN: «È quello che Hitler ha cercato di fare con la sua politica della “notte e nebbia”. Mandare a morte, ridurre in cenere e fumo coloro da cui aveva già rimosso ogni traccia umana, ogni identità. Eppure, da qualche parte, in qualche ricordo, i loro nomi, le loro immagini, le loro idee sono rimasti».
CAMPS: «Hitler ha perso la guerra. Noi vinceremo».

Questo dialogo agghiacciante avvenne nel 1977 in un centro clandestino di detenzione argentino. A riportarlo fu il giornalista e imprenditore Jacobo Timerman, sequestrato nell’aprile di quell’anno, torturato e detenuto illegalmente per oltre due anni prima di essere liberato grazie alle pressioni internazionali. Nelle sue memorie, Timerman ricostruì conversazioni e scene che rivelavano la logica del sistema repressivo instaurato dalla dittatura militare. In quelle frasi si condensa il cuore del progetto politico della giunta: non soltanto eliminare gli oppositori, ma cancellare ogni traccia della loro esistenza, distruggere la memoria e diffondere un terrore destinato a durare generazioni.


Tutto era iniziato cinquant’anni fa. Il 24 marzo 1976 le Forze Armate argentine realizzarono un golpe che pose fine al governo costituzionale della presidente María Estela Martínez de Perón. La cosiddetta “Isabelita”, rimasta alla guida del Paese dopo la morte del marito Juan Domingo Perón nel 1974, fu destituita e arrestata. Il potere fu assunto da una giunta militare composta dal generale Jorge Rafael Videla, comandante dell’Esercito, dall’ammiraglio Emilio Eduardo Massera, capo della Marina, e dal brigadiere Orlando Ramón Agosti, comandante dell’Aeronautica.
Fin dalle prime ore successive al golpe, i militari si presentarono come i salvatori della patria. In un comunicato diffuso a livello nazionale annunciarono di aver assunto il potere «in adempimento di un obbligo irrinunciabile», con l’obiettivo di ristabilire l’ordine e recuperare l’identità nazionale. Il programma politico della giunta militare prese il nome di “Processo de Riorganizzazione Nazionale”, una formula apparentemente neutra che nascondeva in realtà un ambizioso progetto di rifondazione autoritaria dello Stato e della società argentina.

Il nuovo regime concentrò nelle mani della Junta tutti i poteri dello Stato. Le tre Forze armate si spartirono il controllo delle istituzioni: ministeri, province, amministrazioni comunali, imprese pubbliche, università, televisioni e radio. Il Paese fu suddiviso in zone, sottozone e aree militari corrispondenti ai comandi dei corpi d’armata, creando una struttura capillare destinata a organizzare la repressione su tutto il territorio nazionale.

Il “Processo di Riorganizzazione Nazionale” non si limitava a reprimere la violenza politica che aveva caratterizzato gli anni precedenti. La giunta militare intendeva trasformare radicalmente la società argentina. Il suo obiettivo era sradicare ogni forma di dissenso e riplasmare il Paese, secondo un modello politico, economico e culturale profondamente conservatore. In questo senso, la repressione non fu soltanto uno strumento per eliminare la guerriglia, ma il mezzo attraverso cui disciplinare l’intera società.
Per raggiungere questo obiettivo, il regime costruì un sistema di terrorismo di Stato pianificato e centralizzato. La violenza non fu il risultato di eccessi individuali o di episodi isolati: era parte integrante di una strategia deliberata, pensata ai vertici delle Forze armate e applicata in modo sistematico su tutto il territorio.
Il cuore di questo sistema fu l’istituzionalizzazione della tortura. Nei centri clandestini di detenzione la tortura divenne una pratica quotidiana, organizzata e insegnata come metodo di interrogatorio e di controllo. Le vittime venivano sottoposte a scariche elettriche con la picana, a pestaggi, a simulazioni di fucilazione, a violenze sessuali, alla privazione del sonno e del cibo. Spesso restavano bendate e incappucciate per settimane o mesi, isolate dal mondo esterno e private di qualsiasi forma di tutela legale. La tortura aveva diverse funzioni. Serviva a ottenere informazioni, a spezzare la volontà dei prigionieri e a diffondere un clima di terrore che paralizzasse la società. Ma aveva anche una dimensione simbolica: trasformava il corpo del detenuto in un luogo di esercizio assoluto del potere dello Stato.

Il sistema repressivo si basava su una vasta rete di centri clandestini di detenzione disseminati in tutto il Paese. A oggi, ne sono stati identificati più di 800. Alcuni si trovavano in installazioni militari, altri in edifici apparentemente anonimi nel cuore delle città. Tra i più tristemente noti vi erano la Scuola di Meccanica della Marina, l’ESMA, nel centro di Buenos Aires; il garage Olimpo, sempre nella capitale; e La Perla, nella provincia di Córdoba. È notizia di questi giorni l’identificazione dei corpi di dodici detenuti scomparsi nel campo di concentramento di La Perla, dove furono sequestrate circa 2.500 persone, quasi tutte scomparse [1].

Le persone venivano sequestrate da gruppi armati che agivano di notte, spesso con il volto coperto. Entravano nelle case senza mandato, prelevavano le vittime davanti alle famiglie e le caricavano su autovetture prive di targa. Da quel momento in poi, la loro esistenza cessava ufficialmente. Non venivano registrate come detenute e le autorità negavano qualsiasi informazione sul loro destino.
La maggior parte dei prigionieri non uscì mai viva da quei centri. Dopo giorni o settimane di torture, molti venivano assassinati. Per cancellare le prove dei crimini, i militari svilupparono metodi sistematici di eliminazione dei corpi. Tra questi, uno dei più terribili fu quello dei cosiddetti “voli della morte”. I detenuti venivano sedati, caricati su aerei militari e gettati vivi nell’oceano Atlantico o nel Río de la Plata. In questo modo i corpi scomparivano e non lasciavano tracce materiali.
È da questa pratica che nasce la figura simbolica dei desaparecidos, gli “scomparsi”. Secondo le stime delle organizzazioni per i diritti umani, tra il 1976 e il 1983 furono circa 30.000 le persone sequestrate e fatte sparire dal regime militare. A queste si aggiungono centinaia di migliaia di cittadini perseguitati, incarcerati, torturati o costretti all’esilio.
Il concetto stesso di desaparecido rappresenta uno degli aspetti più radicali del terrorismo di Stato argentino. Rispondendo alla domanda del giornalista José Ignacio López in una conferenza stampa nel 1979 alla Casa Rosada, il dittatore Jorge Rafael Videla pronunciò una frase che sarebbe poi diventata tristemente famosa: «Il desaparecido, intanto che si trovi in questa situazione, è un’incognita. Se l’uomo apparisse, bene, avrebbe un trattamento x, e se la ricomparsa si convertisse nella certezza del suo decesso, avrebbe un trattamento z. Ma mentre è desaparecido, non può avere nessun trattamento speciale. È un’incognita, è un desaparecido, non ha entità, non c’è. Non è né morto, né vivo. È un desaparecido».
Il neologismo “desaparecido”, sia in Argentina che all’estero, verrà direttamente associato all’ultima dittatura argentina, poiché ciò che distingueva questa dittatura era qualcosa che nessuno dei regimi precedenti aveva praticato: la sparizione sistematica delle persone.
Con queste parole il dittatore descriveva la logica della sparizione forzata: mantenere la vittima in una zona grigia tra vita e morte, privandola di identità e diritti. Non avere un corpo, non avere una tomba, non avere un riconoscimento ufficiale significava cancellare l’individuo non solo fisicamente ma anche simbolicamente.
Uno degli aspetti più crudeli del terrorismo di Stato fu il sequestro dei bambini nati in prigionia. Molte donne incinte sequestrate venivano mantenute in vita fino al parto. Dopo la nascita, i loro figli venivano sottratti e affidati illegalmente a famiglie vicine ai militari o a coppie che ignoravano l’origine dei bambini. Le madri, nella maggior parte dei casi, venivano poi assassinate. Decenni dopo, grazie al lavoro delle organizzazioni per i diritti umani e all’uso delle analisi genetiche, molti di quei bambini – ormai adulti – hanno potuto recuperare la propria identità.
Nonostante la brutalità della repressione, la dittatura riuscì a operare per anni anche grazie alla passività di una parte significativa della società. Dopo un lungo periodo di conflitti politici e violenze armate, molti settori della classe media vedevano nei militari una promessa di ordine e stabilità.
Questa “maggioranza silenziosa” non partecipò direttamente alla repressione, ma il suo silenzio contribuì a creare le condizioni che permisero al regime di agire con relativa impunità.
Allo stesso tempo, però, nacquero forme di resistenza che avrebbero avuto un ruolo decisivo nella costruzione della memoria democratica del Paese. Nel 1977 un gruppo di donne iniziò a riunirsi ogni settimana davanti alla Casa Rosada per chiedere notizie dei propri figli scomparsi. Sarebbero diventate note come le Madres di Plaza de Mayo. Accanto a loro si organizzarono anche le Abuelas de Plaza de Mayo, impegnate nella ricerca dei bambini rubati durante la dittatura. Queste organizzazioni, insieme a molti attivisti e difensori dei diritti umani, documentarono i crimini del regime e denunciarono la sparizione delle persone quando gran parte del mondo preferiva non vedere.
Con la caduta della dittatura nel 1983 e il ritorno della democrazia, l’Argentina intraprese un lungo e complesso processo di ricerca della verità e di giustizia. La Commissione Nazionale sulla Scomparsa delle Persone raccolse migliaia di testimonianze e pubblicò il rapporto “Nunca Más”, che documentava la struttura del terrorismo di Stato. Nel 1985 il processo alle giunte militari portò alla condanna dei principali responsabili del regime.

Negli anni successivi, nonostante ostacoli politici e tentativi di impunità, centinaia di militari e collaboratori civili sono stati processati e condannati per crimini contro l’umanità. Il lavoro delle organizzazioni per i diritti umani ha continuato per decenni a ricostruire le storie delle vittime e a restituire identità ai desaparecidos.

Oggi, tuttavia, questa memoria condivisa è oggetto di nuove tensioni politiche. Con l’elezione alla presidenza di Javier Milei, esponente dell’ultradestra libertaria argentina, si sono diffuse nel dibattito pubblico posizioni revisioniste e negazioniste sulla dittatura. Alcuni membri del governo e settori vicini alla sua coalizione hanno messo in discussione il numero dei desaparecidos e hanno parlato di una presunta “guerra” tra lo Stato e la guerriglia, relativizzando la responsabilità delle Forze armate. Parallelamente, il governo ha attaccato duramente gli organismi per i diritti umani che da quasi cinquant’anni lavorano per la memoria, la verità e la giustizia. Organizzazioni storiche come le Madri e le Abuelas de Plaza de Mayo sono state accusate di avere un’agenda politica e di monopolizzare la narrazione del passato.
Per molti sopravvissuti e familiari delle vittime, queste posizioni rappresentano non solo un tentativo di riscrivere la storia, ma anche una minaccia al fragile consenso democratico costruito dopo la fine della dittatura.

Il torturatore che parlava con Jacobo Timerman credeva che non sarebbe rimasta alcuna traccia delle sue vittime. Credeva che i nomi, le storie e i volti dei desaparecidos sarebbero stati cancellati per sempre. La storia ha dimostrato il contrario. Ma dimostra anche che la memoria non è mai definitiva: deve essere continuamente difesa. In Argentina, come in molti altri Paesi segnati da violenze di Stato, il passato non è mai soltanto passato. È un campo di battaglia in cui si decide che cosa una società vuole ricordare e che cosa, invece, è disposta a dimenticare. Si tratta di una questione che interroga anche la nostra società.
Andrea Mulas, storico
[1] La verdad sale a la luz: identifican los restos de doce víctimas de La Perla – pag|12
Pubblicato martedì 24 Marzo 2026
Stampato il 24/03/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/se-li-sterminassimo-tutti-lorrore-dellultima-dittatura-argentina-1976-1983/







