Nel variegato ecosistema del Delta del Po, tra la grande biodiversità di specie animali e vegetali, c’è anche un’importante pagina di storia da conoscere.

Nel Ravennate, precisamente sull’isola degli Spinaroni: o meglio, un isolotto che si protende nella Pialassa della Baiona per poche centinaia di metri ma che, a dispetto della sua superficie esigua, durante la Resistenza è stato uno scenario altamente strategico.

Arrigo Boldrini, al centro della foto, sta per ricevere la MdO VM dal generale Mc Creery

Arrigo Boldrini, il comandante Bulow (MdO VM), infatti, originario di queste zone, ne fece un avamposto fondamentale per organizzare la Liberazione di Ravenna, che da qui dista meno di 15 chilometri.

Fenicotteri all’Isola degli Spinaroni

Il retaggio resistenziale è dunque diventato eredità nel presente: questo luogo, intriso di storia e del ricordo delle avvincenti vicende partigiane, è stato recuperato grazie all’appassionato e costante impegno dell’Anpi locale che, con in un lavoro sinergico con le istituzioni e il tessuto associazionistico della zona, oggi permette di visitare gli Spinaroni.

Arrigo Boldrini (in impermeabile bianco) quando l’isola degli Spinaroni non era stata ancora recuperata. Ringraziamo Bruna Tabarri per averla donata a Patria

È possibile, infatti, prenotare delle escursioni in barca per raggiungere l’isolotto sul quale si trova anche il rifugio dei partigiani del distaccamento “Terzo Lori”, recuperato grazie all’intervento conservativo della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali dell’università di Ravenna, che ne ha preservato l’aspetto sottraendolo all’azione erosiva del tempo e delle intemperie.

All’isola degli Spinaroni con l’imbarcazione “Bulow” e a destra il capanno dei partigiani

Grazie ai volontari e alle volontarie è oggi possibile ripercorrere quella storia che, nel dicembre del 1944, portò sull’isola circa 600 partigiani: un’impresa di proporzioni enormi, soprattutto se si considera l’estensione di questo lembo di terra.

Ivano Artioli, già presidente provinciale Anpi Ravenna, durante una lezione di storia della Resistenza del territorio e sul ruolo strategico dell’isola degli Spinaroni

Da quasi dieci anni, il costante impegno degli eredi dei partigiani insieme a quello dell’associazione Spinaroni permette un’intensa stagione di visite – da aprile a novembre –, a bordo di una motonave che al comandante Boldrini deve il suo nome. Un itinerario pensato per l’arricchimento culturale e l’“irrobustimento democratico”, sempre nel rispetto del patrimonio paesaggistico e culturale di questi luoghi.

E di recente il lavoro di ricerca e recupero di storia e memorie si è arricchito di un ulteriore tassello: la pubblicazione di Nella pentola la cultura di un popolo – I mangiari della Brigata Spinaroni nella valle Baiona, edito lo scorso ottobre e curato da Bruna Tabarri, dell’Anpi provinciale di Ravenna, Enrica Trombini ed Ebe Valmori, con il contributo dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea in Ravenna e provincia.

L’idea nasce dal grande impegno di Ivano Artioli (fino allo scorso anno presidente del comitato provinciale Anpi Ravenna) per la salvaguardia del patrimonio materiale e immateriale rappresentato dall’isola degli Spinaroni. Artioli a questo progetto editoriale ha contribuito anche con l’introduzione nella quale si anticipa al lettore uno scenario fatto di storia e di profumi inequivocabili, tipici di quella Romagna portata in tavola grazie al rito collettivo della cucina.

La curatrice del volume Bruna Tabarri, figlia del comandante partigiano Ilio Tabarri e della partigiana Olghina Guerra

E il libro, che dell’“orizzontalità” fa la sua chiave di lettura, si impreziosisce grazie ai contributi dei singoli cittadini, principalmente discendenti dei resistenti degli Spinaroni, che hanno partecipato con foto e testimonianze, della stessa Brigata Spinaroni e degli “incontri conviviali”, come si legge.

Un volume strutturato come un ricettario, ma che non manca di parlare dell’esperienza partigiana, attraverso la difficoltà di reperire le materie prime, le intemperie e quella grande dote che sempre accompagna la necessità di sostentamento: l’inventiva.

Una cucina che sa spiegare anche le tradizioni e la storia di un popolo in modo profondo e spontaneo – letteralmente di pancia – fornendo continuamente spunti di riflessione. E così, sapori, aromi e profumi diventano testimonianza di tempi passati, di emozioni e riti, per scrivere e descrivere chi si era.

Attraverso queste pagine, è possibile entrare in stretto contatto con gli ingredienti che raccontano il territorio e la sua conformazione – come stridoli, salicornia, fiori di acacia, rosolacci –, ma anche le parentele e i legami, come dimostrano i peperoni della nonna Renata e il latte brulé della nonna Olga. Non solo: accanto alle preparazioni tipiche di questa regione, passatelli in primis, c’è una frequente rivendicazione territoriale, con l’inserimento nei nomi dei piatti di toponimi come valle Baiona e Porto Corsini.

Un’esperienza che non si limita, però, solo alla cucina: il libro è suddiviso nelle classiche sezioni “antipasti”, “primi piatti e zuppe”, “secondi piatti”, “contorni”, “pizze e focacce” e “dolci” e ciascuna sezione è anticipata dai testi introduttivi di Dover Roma che si focalizzano su dove, perché, quando, chi e cosa, delle pietanze in relazione alla storia che ha percorso questi luoghi.

L’ultima sezione è riservata all’“angolo della tradizione romagnola”, in cui piatti e procedimenti sono scritti in dialetto locale con… “traduzione a fronte”. Chiude il volume un racconto-ricetta, a firma di Ivano Artioli, ambientato in pieno boom economico, carico di Romagna e di personaggi felliniani, per descrivere la preparazione dei calamaretti “del Fiocinino”.

Estate 1944, partigiani all’isola degli Spinaroni (isoladeglispinaroni.it)

Questo libro si può sfogliare come fosse un ricettario, certo, o leggere come un compendio di storia locale: in qualsiasi caso, permette di entrare profondamente in contatto con le radici degli Spinaroni. Radici metaforiche, certo, ma che non sono mai davvero separate da quelle reali, da quei prodotti della terra alla base di moltissime preparazioni.

Ingredienti che non mancano mai, poi, sono la convivialità, l’accoglienza e la capacità di sopperire alla povertà con la fantasia per scoprire il sapore vero e autentico che deriva dallo spartire il pane e le emozioni. E Nella pentola la cultura di un popolo lo spiega con grande semplicità: le ricette diventano la preziosa formula, tra chimica e magia, per moltiplicare il cibo, condividendolo.