Per celebrare l’8 Marzo, Giornata internazionale della donna, abbiamo tenuto molto a intervistare la scrittrice Maria Rosa Cutrufelli, autrice di vari libri tra cui “La donna che visse per un sogno”, finalista al premio Strega nel 2004; “Complice il dubbio”, da cui è stato tratto il film “Le complici”; e “Il giudice delle donne”, tutti pubblicati da Frassinelli. Questa volta, dopo il successo con Mondadori de “L’isola delle madri”, sempre per l’editore milanese ha dato alle stampe il romanzo intitolato “Il cuore affamato delle ragazze”.

In questo nuovo libro, la scrittrice racconta la storia di Etta, figlia di migranti siciliani negli Usa, durante i primi decenni del 900. Etta frequenterà quell’ambiente di donne femministe e indipendenti che trovano il coraggio di scioperare e di battersi per i loro diritti di lavoratrici. In questo romanzo Maria Rosa Cutrufelli fotografa molto bene il momento storico di quegli anni. Elemento centrale è l’incendio della fabbrica di camicette Triangle, in cui nel marzo del 1911 muoiono quasi centocinquanta operaie.

La Trinagle, fabbrica di camicette, in fiamme. Morirono centocinquanta operaie

Alcuni credono che da questo evento scaturì l’idea della Giornata internazionale della donna, ma non è così. Negli anni si sono diffuse leggende e storie infondate sulla nascita della ricorrenza. Una delle più comuni è quella secondo cui fu istituita per ricordare un incendio che uccise centinaia di operaie di una fabbrica di camicie a New York l’8 marzo 1908. Quest’incendio non avvenne mai, in realtà ce ne fu uno il 25 marzo del 1911, che è ben descritto nel libro.

Un’altra versione invece dice che la Giornata internazionale della donna nacque per ricordare la dura repressione di una manifestazione sindacale di operaie tessili organizzata sempre a New York nel 1857.

In realtà, la Giornata internazionale della donna non è stata sempre festeggiata l’8 marzo, infatti fu celebrata per la prima volta il 28 febbraio 1909 negli Stati Uniti su iniziativa del Partito socialista americano, e l’anno successivo venne ripetuta. Proprio nell’estate del 1910, a Copenaghen, si tenne l’VIII Congresso dell’Internazionale socialista, dove Clara Zetkin, politica del Partito socialdemocratico in Germania, propose di istituire ufficialmente una Giornata internazionale della donna, da festeggiare ogni anno lo stesso giorno, tuttavia non venne trovato l’accordo sulla data. A causa di ciò in vari Stati si festeggiò in date diverse.

L’8 marzo 1917, ci fu una grande manifestazione delle donne della capitale dell’impero zarista russo, San Pietroburgo, che chiedevano la fine della guerra. Quattro giorni dopo lo zar abdicò, e quella rappresentò una delle prime e più importanti manifestazioni della Rivoluzione di febbraio, perché, per il calendario giuliano all’epoca in vigore in Russia, avvenne il 23 febbraio.

Dopo la rivoluzione bolscevica, nel 1922, Vladimir Lenin istituì l’8 marzo come festività ufficiale. La Giornata internazionale della donna fu poi ufficialmente fissata per l’8 marzo dalle Nazioni Unite solo negli anni 70. Per approfondire i temi proposti nel libro “Il cuore affamato delle ragazze”, abbiamo raggiunto l’autrice, Maria Rosa Cutrufelli.

Cutrufelli, Da dove nasce questo libro?

Questo romanzo nasce da un’esperienza precedente, ovvero da un racconto, intitolato “Fuoco a Manhattan”, che ho scritto per un’antologia di racconti sul lavoro. Quando mi chiesero di partecipare all’antologia, a me venne subito in mente di scrivere del lavoro delle donne, cosa che tra l’altro risultò poi essere giusta poiché fui l’unica a scrivere un racconto sul lavoro delle donne, mentre gli altri, tutti uomini, scrissero solo del lavoro degli uomini come se il lavoro fosse una proprietà tipica del nascere uomo a differenza delle donne che non si sa bene cosa facciano nella vita. Quando stavo scrivendo questo racconto era casualmente il periodo della festività dell’8 marzo, così mi venne in mente di raccontare questo incendio avvenuto nella fabbrica di New York, che alcuni sostengono abbia dato vita alla ricorrenza dell’8 marzo, la quale serve proprio per ricordare il lavoro delle donne e tutte le sue particolarità e discriminazioni, come quella di essere pagate di meno.

Nel libro tratta l’immigrazione italiana negli Usa nei primi decenni del Novecento, spesso poco ricordata, vuole parlarcene?

Mentre mi documentavo per scrivere il racconto, trovai tutta una serie di altre informazioni che mi hanno stupito perché mi presentavano un’immagine della nostra immigrazione negli Stati Uniti, nel primo decennio del secolo scorso, sotto una luce differente da quella che di solito ci fanno vedere. Questo perché ho trovato delle storie, e una di queste raccontava il primo grande sciopero del tessile negli Stati Uniti, che fu promosso dalle giovani operaie che erano tutte migranti, buona parte di origini italiane e altre invece erano ebree in fuga dai pogrom dell’est Europa, nell’ex impero russo. Quindi mi sono stupita perché della nostra migrazione, negli Stati Uniti, in realtà noi vediamo le immagini che ci hanno catturato come dei film sul padrino e sulla mafia, che non ci dicono la realtà dei nostri migranti di quel periodo, i quali erano molto diversi dallo stereotipo che li descrive tutti tradizionalisti con le donne molto sottomesse. Quello che io leggevo invece mi mostrava una emigrazione fatta di gente povera e analfabeta come braccianti e contadini poveri, ma anche di professionisti e di esuli politici, soprattutto socialisti e anarchici. Ovviamente erano presenti anche le donne, che lavoravano e quindi non erano chiuse in casa come vorrebbe lo stereotipo. Le donne lavoravano e scioperavano, e proprio i loro scioperi ebbero un grandissimo impatto sulla società americana dell’epoca.

Restando su questa tematica, nel suo romanzo racconta che i migranti italiani erano chiamati ‘negri bianchi’ e ‘mangiatori d’aglio’. Perché venivano chiamati così?

Quella italiana rappresentava una nuova ondata migratoria, rispetto ad esempio agli irlandesi, scozzesi e tedeschi che erano di più antica immigrazione; quindi, questa nuova ondata migratoria non solo era vista male ma incorporava gli stereotipi razzisti. Tali stereotipi li conosciamo bene anche in Italia, perché anche noi eravamo razzisti con i migranti meridionali, i “Terroni”, accusati ad esempio di non lavarsi e di essere analfabeti, come se le campagne piemontesi o venete sfornassero fior di intellettuali, ma non era così. Infatti la classe dirigente del primo Regno d’Italia, era composta da molti meridionali. Nonostante questo razzismo interno, quando siamo emigrati in America, eravamo visti come pari dagli occhi dei vecchi emigranti che si erano integrati, così le più vecchie ondate migratorie trattavano tutti gli italiani come gli italiani del nord trattavano i migranti del sud. L’epiteto “negri bianchi”, serviva proprio a stigmatizzare e a giustificare la discriminazione, perché sotto i “negri bianchi” ci stavano solo i “negri” ovvero gli afroamericani, quindi gli italiani erano al penultimo gradino della scala sociale. Chiaramente, anche quando è passato molto tempo, i pregiudizi sono difficili da far sparire.

Come si verificò l’incidente della Triangle, e che ripercussioni ebbe?

Era un periodo in cui le operaie del tessile, di cui moltissime italiane di recente immigrazione, scioperavano per i loro diritti, nonostante l’ostilità perfino del sindacato che inizialmente aveva paura che non riuscissero a tenere lo sciopero. Quando, anche il sindacato dette l’ok allo sciopero, queste donne riuscirono a ottenere gran parte di quello che chiedevano. Dopo la vittoria di quasi tutte le fabbriche, ma la sconfitta della Triangle di cui le sue operaie erano state le prime a promuovere lo sciopero, avvenne la tragedie. La Triangle, tra le altre cose, rifiutò la cosa principale che queste ragazze chiedevano, ovvero fare entrare il sindacato nella fabbrica, perché le operaie erano alla mercé dei contractors, da noi chiamati caporali, con tutti le vessazioni che questo comportava. Una fabbrica sindacalizzata doveva seguire delle regole e l’ingresso in fabbrica delle operaie avveniva in maniera più sicura. Quasi tutti i padroni delle fabbriche firmano l’accordo tranne appunto la Triangle. Questa era un’azienda tessile situata agli ultimi piani di un grattacielo di Manhattan. La tragedia avvenne il 25 marzo 1911, quando le operaie stavano terminando il loro turno, ma a causa di un mozzicone di sigaretta caduto in un bidone pieno di scarti di stoffa, scoppiò un incendio. Le lavoratrici tentarono di mettersi in salvo, tuttavia si trovarono di fronte a un ostacolo insormontabile dovuto al fatto che le porte erano chiuse dall’esterno, così in pochissimo tempo persero la vita 148 persone, in massima parte donne tra i sedici e i ventitré anni, per la maggior parte immigrate italiane ed ebree. Fu il più drammatico disastro industriale nella storia della città di New York. Il processo ai proprietari della fabbrica non individuò alcun responsabile, ma da questa tragedia scaturì un’ondata di lotte sindacali che portarono a importanti riforme delle normative sul lavoro. I padroni della Triangle furono assolti perché non potevano sapere che le porte erano chiuse a chiave, ma in realtà lo sapevano benissimo visto che era una regola chiudere le porte a chiave, perché avevano paura che uscissero prima o che si portassero via qualche pezzo di stoffa.

(Imagoeconomica, Canio Romaniello)

Guardando all’Italia, dove le donne ancora subiscono discriminazioni a lavoro, e prendendo spunto da quelle lotte che te ben racconti nel tuo libro, che messaggio vuoi lanciare alle donne nel nostro Paese in questo 8 Marzo?

Le donne hanno acquisito una coscienza dei propri diritti, anche se spesso ci adagiamo in una consapevolezza, del fatto che abbiamo dei diritti e ce li siamo conquistati, senza considerare che tali diritti sono suscettibili di cambiamenti e attacchi. Tuttavia, proprio perché ho fiducia in questa coscienza che si attiva e diventa resistenza quando questi diritti vengono attaccati, più che un messaggio voglio lanciare una raccomandazione sullo stare attente e ricordarsi che questi diritti una volta acquisiti non lo sono per sempre, e che cambia il tempo e il contesto in cui i diritti vengono esercitati perciò ci sono sempre dei cambiamenti che possono essere fatti in meglio o in peggio. Proprio per questo bisogna esercitare sempre una sorveglianza su quello che ci succede attorno, per capire dove sono le nuove frontiere dei diritti acquisiti o ancora da acquisire. Non bisogna mai dimenticare che anche la consapevolezza può affievolirsi perché i tempi mutano così come la natura dei diritti, quindi dobbiamo sempre esercitarsi a capire cosa cambia nel mondo e a capire il modo giusto per vivere meglio con gli altri.

Andrea Vitello, storico e scrittore