Oggi il Narodni dom verrà riconsegnato alla comunità slovena alla presenza del Presidente della Repubblica italiana e del Presidente della Repubblica slovena. Un atto bello e dovuto. Il 13 luglio 1920 gli squadristi incendiavano la “Casa nazionale degli Sloveni” a Trieste. Nello stesso giorno furono distrutti 2 negozi, 4 uffici di avvocati, 7 esercizi commerciali, 3 banche, una scuola privata, la tipografia del giornale Edinost, una sede diplomatica del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Nel mirino le proprietà e i luoghi delle minoranza slave. Nasceva il “fascismo di confine”, prova generale della presa del potere del fascismo. A scriverne per Patria è Franco Cecotti, vicepresidente Aned Trieste, già presidente l’Istituto Friuli-Venezia Giulia per la Storia del Movimento di Liberazione, tra i massimi esperti del fascismo di confine


Copertina della rivista di Lubiana “Mladina” del 10.07.2020

Crisi economica e disagio sociale colpirono la popolazione più debole, lavoratori dell’industria e dell’agricoltura, ma anche gli impiegati pubblici e privati, mentre laceranti tensioni politiche si diffusero in Italia a partire dal 1919, determinate sia dalle rivendicazioni salariali e di nuovi diritti per i lavoratori, sostenute dai sindacati e dai partiti progressisti, sia dalle agitazioni per gli esiti della Conferenza della Pace, promosse dai nazionalisti e dai partiti conservatori.

Nel biennio 1919-1920 si delineò in Italia una nuova geografia politica, con la comparsa di nuovi partiti, ognuno con proprie strategie elettorali e una varietà di programmi, nessuno dei quali conseguì, nella prima votazione con sistema proporzionale (1919), risultati sufficienti per governare autorevolmente e affrontare i problemi di un durissimo dopoguerra.

Tra le nuove formazioni politiche figurava, dal 23 marzo 1919, anche il Fascio italiano di combattimento, che tra le strategie per conquistare il potere prevedeva il ricorso alla violenza, supportato in questa scelta dalla presenza di ex ufficiali ed ex combattenti, ma soprattutto dal sostegno finanziario di industriali e agrari, cioè dalla vecchia classe dirigente liberale.

La violenza fascista ebbe modo di imperversare dal 1919 e per tutta la durata del regime, anche se i primi anni furono quelli di una aggressività brutale, diffusa in modo capillare contro altri partiti, contro i sindacati, contro singoli oppositori, contro amministrazioni comunali e provinciali liberamente elette: bastonature, ferimenti, omicidi, devastazioni, saccheggi e incendi ai danni di cittadini italiani e delle loro proprietà caratterizzarono l’esistenza del fascismo italiano.

Tra le azioni più traumatiche di cui si resero responsabili le squadre fasciste nell’immediato dopoguerra fu sicuramente l’assalto e l’incendio del Narodni dom (in italiano Casa nazionale) [1], avvenuto a Trieste il 13 luglio 1920. Si trattava di un edificio imponente, proprietà della comunità slovena, progettato dall’architetto Max Fabiani e completato nel 1904; la struttura aveva più funzioni, ospitava una banca, un albergo (Hotel Balkan), un ristorante e un caffè, una sala di lettura, un teatro, associazioni culturali e sportive e la tipografia del quotidiano “Edinost”.

Cosa distingue l’attacco fascista sferrato contro il Narodni dom dalle distruzioni e violenze in altre città italiane?

L’edificio testimoniava non soltanto la presenza di una consistente comunità slovena da sempre storicamente residente nella città di Trieste, ma innegabilmente era anche il simbolo della forza sociale ed economica di una borghesia imprenditoriale e finanziaria slovena, consolidata nel corso degli ultimi decenni e consapevole della propria identità nazionale. Un simbolo, assieme ad altri edifici di culto (greco-ortodossi, serbo-ortodossi, protestanti, israeliti), della composizione multiculturale della città, che – nella visione nazionalista dei vincitori del conflitto – doveva essere “italiana” in modo esclusivo.

Immagine interna della rivista “Mladina”, 10.07.2020
Immagine interna della rivista “Mladina”, 10.07.2020

La responsabilità per la distruzione del Narodni dom nel luglio 1920 va attribuita sicuramente al nazionalismo italiano, maturato nei primi anni del Novecento, nella convinzione assoluta che l’Italia fosse una nazione di grande civiltà e, dopo la guerra, anche una grande potenza, al cui confronto le nazioni ad est dell’Italia e di lingua slava – ritenute minori in quanto a forza militare e senza una storia paragonabile a quella italiana – potevano essere oggetto di annessione di tipo coloniale, se non imperialista, da parte del Regno d’Italia e facilmente assimilabili.

La presenza nei territori occupati dall’Italia alla fine del 1918 di abitanti di lingua slovena e croata, con una propria identità, una propria cultura, con una forza economica e una borghesia ben radicata sul territorio, si scontrò con la rappresentazione sostanzialmente razzista (e poco informata) del nazionalismo italiano, tra l’altro condivisa da tanti altri Stati europei.

Accanto alle motivazioni culturali, sopra indicate, fatte proprie dall’ideologia nazionalista si possono considerare anche motivazioni strettamente politiche, legate alla questione dei confini orientali d’Italia, non ancora definiti nel luglio 1920.

Il nuovo Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, fu percepito nel corso delle trattative di pace come un antagonista del Regno d’Italia e un ostacolo all’annessione dei territori che l’Italia pretendeva in base al Patto di Londra, sia a nord del mare Adriatico, che lungo la costa dalmata.

L’azione fu sicuramente preordinata e colpì, nello stesso giorno di luglio del 1920, non soltanto l’edificio simbolo del Narodni dom, in piazza della Caserma a Trieste (oggi piazza Oberdan), ma altri luoghi e persone della comunità slovena e croata presenti in città, in particolare furono distrutti 2 negozi, 4 uffici di avvocati, 7 esercizi commerciali (ditte, caffè, osterie, locande, una libreria), 3 banche (due slovene e una croata), ma distrutte furono pure una scuola privata, la tipografia del giornale Edinost, una sede diplomatica del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.

Il contesto locale permette di comprendere molto bene l’origine politica, oltreché nazionalista, dell’assalto attuato dai fascisti alla comunità slovena di Trieste nel suo insieme, seguito il 14 luglio da un analogo attacco e incendio al Narodni dom di Pola, la principale città dell’Istria.

Il territorio conquistato dall’Italia si estendeva ad est del vecchio confine con l’Austria-Ungheria, fino ad una linea decisa al momento dell’armistizio nel novembre 1918, che includeva i territori di Trieste, Gorizia, valle dell’Isonzo, alpi Giulie, l’Istria, cittadine della costa dalmata e isole adriatiche (vedi cartina).

narodni dom Cartina del confine orientale italiano 1915 e 1920
Cartina del confine orientale italiano 1915 e 1920

Tali territori nel luglio 1920 risultavano occupati dall’esercito italiano, ma non ancora annessi formalmente, in quanto nessun accordo era stato raggiunto durante le trattative interazionali. La gestione del vasto territorio occupato dall’esercito italiano venne affidata inizialmente ad un Governatore militare, sostituito nel luglio 1919 da un Commissario Civile che amministrerà i territori occupati nel corso di trattative dirette tra Regno d’Italia e Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, concluse a Rapallo nel novembre 1920 con un accordo confinario.

In questo periodo si costituì precocemente il “Fascio di Combattimento” a Trieste e a Monfalcone (aprile-maggio 1919), ebbe inizio l’occupazione della città di Fiume (12 settembre 1919) da parte di Gabriele D’Annunzio, nel dicembre 1919 il vescovo di Trieste e Capodistra, Andrej Karlin (sloveno), fu costretto a dimettersi, mentre si rafforzavano organizzazioni nazionaliste (Sursum Corda, Trento-Trieste). Le pressioni per concludere le trattative di annessione dei territori conquistati militarmente e minacciare il nuovo Stato balcanico proseguirono nel 1920, utilizzando, o per lo meno sfruttando, la violenza del primo fascismo contro strutture socialiste e sindacali (Case del Popolo, Circoli di Cultura Popolare, Camere del Lavoro, Cooperative) e con l’aggressione frontale attuata a Trieste contro la comunità slovena.

In conclusione si può sostenere che il movimento fascista ebbe un nemico ben noto in tutta Italia, cioè il socialismo (e dal 1921 il comunismo), il movimento dei lavoratori rappresentato dai sindacati di sinistra o anarchici, esteso rapidamente a tutti i partiti non fascisti, cattolici, liberali, repubblicani; gli stessi antagonisti vennero combattuti anche nei territori occupati dopo il 1918 e annessi dopo il novembre 1920, ma la differenza rispetto alle altre regioni italiane sta nella presenza storica di Sloveni e Croati nella Venezia Giulia, che costituirono da subito un avversario aggiuntivo, che non si identificava con gli italiani, ma con cui collaboravano se portatori di comuni sentimenti socialisti, mentre potevano essere duramente avversi, se animati da idee nazionaliste.

L’azione del fascismo, una volta giunto al potere, fu un tentativo continuo di negare la presenza di ogni comunità non italiana, attraverso una strategia di snazionalizzazione aggressiva, con la eliminazione di ogni struttura culturale non italiana (scuole, associazioni, gruppi sportivi ecc.), la trasformazione dei nomi di persona e dei toponimi in forma italiana, fino alla eliminazione fisica di Sloveni e Croati, attraverso il confino di polizia, le condanne e le esecuzioni decise dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato.

Franco Cecotti, vicepresidente Aned Trieste, già presidente l’Istituto Friuli-Venezia Giulia per la Storia del Movimento di Liberazione, tra i massimi esperti del fascismo di confine


[1] Un’ottima descrizione dell’edificio e delle sue funzioni e sul valore simbolico per la comunità slovena di Trieste è statapubblicata su “Patria indipendente”, n. 7, luglio 2010, da Milan Pahor, con il titolo “Fuoco al Narodni dom!”. Oggi è disponibile il volumetto di Martina Kafol e Ace Mermolja, Il Narodni dom di Trieste 1904-1920. Percorsi di memoria degli Sloveni di Trieste, Editoriale stampa triestina, Trieste 2020.