Sono ottant’anni della storia d’Italia quelli che l’Anpi compie il 6 giugno. E da quel lontano 1944 l’Anpi si è sempre mossa all’interno dell’elastico continuità-rinnovamento, per arrivare ai giorni nostri in piena salute: oltre 153mila iscritti su tutto il territorio nazionale. Certo, c’è stato un momento periodizzante quando, nel 2006, si decise di aprire le iscrizioni a tutti gli antifascisti che condividessero lo statuto e le finalità dell’associazione. Fu una scelta – come si dice oggi – esistenziale, perché riservare l’adesione all’Anpi ai soli partigiani, com’era in passato, ne avrebbe segnato in pochi anni la fine per la inesorabile legge del tempo.

Da quella data non solo è, com’era ovvio, aumentato il numero di iscritti con un fondamentale aumento percentuale di donne, ma si è spalancata la porta a tutte le generazioni successive a quella dei ragazzi del ’43-’45, incorporando così esperienze, sensibilità, culture che da un lato assumevano i valori della Resistenza e dei suoi protagonisti, dall’altro la attualizzavano nei diversi contesti sociali e politici dei diversi tempi.

Questa progressiva evoluzione dell’associazione si è simbolicamente rappresentata, negli ultimi anni, prima con la presidenza di Carla Nespolo, classe 1943, donna e ovviamente non partigiana, poi con la presidenza mia, classe 1949.

Carla Nespolo, la presidente nazionale Anpi scomparsa nell’ottobre 2020 (Imagoeconomica)

Fra continuità e rinnovamento
Se l’apertura agli antifascisti ha rappresentato il momento fondamentale della recente storia dell’Anpi, l’intreccio fra memoria e impegno civile è sempre stato una caratteristica dell’associazione, né poteva essere altrimenti, dato che fin dalle sue origini lo statuto prevedeva (e prevede) fra i compiti dell’associazione il “concorrere alla piena attuazione, nelle leggi e nel costume, della Costituzione Italiana, frutto della Guerra di Liberazione, in assoluta fedeltà allo spirito che ne ha dettato gli articoli”. L’intera storia dell’Italia repubblicana si può leggere all’interno dello scontro fra le forze che hanno operato per la piena attuazione della Costituzione e quelle, al contrario, che hanno lavorato per disattenderla o per svuotarla più o meno parzialmente. Basti pensare che la Corte Costituzionale è nata nel 1956 e le Regioni, enti di rilievo costituzionale, nel 1970.

Le stesse riforme del premierato e dell’autonomia differenziata, entrambe volute dal governo Meloni, si muovono su di una traccia più o meno esplicitamente esterna al perimetro costituzionale, disegnando una sorta di Frankenstein istituzionale, dove da un lato si cancellano la centralità del Parlamento e i poteri fondamentali del Presidente della Repubblica consegnando a un solo uomo (o donna) una sorta di comando, e dall’altro si nega di fatto l’unità e l’indivisibilità della Repubblica, umiliando per di più la funzione dei Comuni, sottoposti all’accentramento regionale e differenziando i diritti a secondo delle Regioni.

Ma della Costituzione rimangono fra le altre ancora sostanzialmente inattuate, o parzialmente attuate, le disposizioni riguardanti il lavoro; basti pensare all’articolo 36 ove si recita al primo comma “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”: nulla di più lontano dalla realtà attuale, caratterizzata dal dilagare del lavoro precario e del lavoro povero.

Non solo: più volte negli ultimi decenni la partecipazione italiana a imprese militari all’estero ha messo in fibrillazione il rispetto dell’articolo 11 della Costituzione, ma in particolare da più di due anni la continua escalation nell’invio di armi in Ucraina – Paese, com’è noto, che non fa parte della Nato – entra, per diversi costituzionalisti, in palese contrasto con il “ripudio della guerra” sancito dai Costituenti.

Si comincia alle 20.30 con la BandaJorona per continuare con la “Milonga Partigiana” di Massimiliano Taggi “musicalizador” e infine il grande Enrico Capuano con la sua “Tammuriata Rock”! Sarà presente il presidente nazionale Anpi, Gianfranco Pagliarulo

L’impegno civile dell’Anpi non è affatto una novità: tutte le battaglie per la pace, dagli anni 50 in poi, hanno visto sempre l’associazione in prima fila; in prima fila era l’Anpi durante il grande movimento popolare contro il governo Tambroni, che costò lacrime e sangue, perché il governo sparava sulla folla, da Licata a Reggio Emilia, da Palermo a Catania; l’Anpi fu una delle anime della mobilitazione permanente prima contro lo stragismo fascista, poi contro il terrorismo; ricordo infine l’impegno dell’associazione in occasione dei referendum del 2006 e in particolare del 2016 contro riforme costituzionali sbagliate e pericolose. Ecco la continuità di un’associazione che non si è mai limitata alla pur necessaria e doverosa deposizione di corone, ma è stata protagonista della vita civile e sociale del Paese.

Il terribile mondo attuale
Ma oggi l’Anpi si misura con un mondo completamente diverso sia da quello dei mesi della Resistenza, sia da quello degli ultimi decenni del 900: la popolazione è passata da circa 2 miliardi e mezzo nel 1950 agli attuali 8 miliardi, aprendo inediti problemi di approvvigionamento alimentare, idrico, abitativo, in un pianeta soffocato dai fenomeni di riscaldamento globale e da una diffusione pressoché istantanea delle pandemie a causa della globalizzazione dei trasporti delle persone e delle merci; l’esperienza sovietica si è spenta con un’implosione che ha manifestato limiti ed errori di un intero progetto politico e sociale; la successiva idea di “fine della storia” basata su una ipotetica insostituibilità della formazione economico-sociale capitalistica e della democrazia liberale come punto di arrivo universale e definitivo di governo del mondo si è dimostrata fallimentare: stiamo infatti assistendo alla allarmante decadenza delle democrazie occidentali, sempre più svuotate della loro intrinseca natura di potere popolare, al fiorire di regimi autoritari e autocratici e alla nascita di una nuova stagione di nazionalismi, cesarismi, razzismi, neofascismi, neonazismi.

Davanti alla ricorrenti crisi finanziarie, economiche e sociali abbiamo assistito all’esplosione delle diseguaglianze; la digitalizzazione e, più recentemente, l’intelligenza artificiale, hanno sconvolto la tradizionale organizzazione del lavoro col conseguente declino della fabbrica tradizionale e la nascita di una infinita quantità di modalità di lavoro isolate, parcellizzate, a bassissimo costo, segnando l’avvio di una nuovissima e drammatica questione sociale.

L’unipolarismo americano è messo in discussione dalla grande maggioranza dei Paesi e dei popoli del pianeta che richiedono più eque ragioni di scambio e la fine del dominio del dollaro come moneta dominante nelle transazioni internazionali; il potere delle multinazionali si è moltiplicato rendendo spesso sfuggente e inarrivabile il luogo del comando padronale, mentre il fenomeno migratorio ha assunto proporzioni bibliche, anche in conseguenza dei conflitti degli ultimi trent’anni; il tutto, nella prospettiva sempre più ravvicinata di scenari di guerra generalizzati e catastrofici.

Fare i conti con la realtà
Con questo mondo, con questa Europa e con questa Italia, per la prima volta dal dopoguerra governata da forze di estrema destra, tutti devono oggi fare i conti. Anche l’Anpi, col suo bagaglio di esperienza e di passione. L’Anpi ha ereditato dall’esperienza resistenziale un complesso insieme di valori: democrazia, libertà, eguaglianza, solidarietà, lavoro, pace. Questi valori hanno informato poi la Costituzione della Repubblica, diventando principi inseparabili. Che vuol dire inseparabili? Vuol dire – per esempio – che non può esserci piena giustizia sociale senza libertà, ma assieme che non può esserci piena libertà senza giustizia sociale. In questa Italia così cambiata rispetto al primo dopoguerra, ai venti mesi della Resistenza, agli anni della Costituzione, quei valori/principi così interconnessi e inseparabili possono ancora informare un’idea di società moderna? La risposta non è solo “possono”, ma è “devono”. E così si disegnano oggi i nostri compiti, in primo luogo la promozione di una resistenza moderna davanti al vento di destra che spira in Europa e nel mondo e che trova fra i suoi capifila proprio l’attuale governo italiano.

Ma questa resistenza sarebbe velleitaria se fosse separata dal perseguimento di una visione, di un orizzonte di cambiamento che, in piena coerenza, anzi, in attuazione dei principi costituzionali, restituisca alla parola democrazia pienezza e vigore, contrastando la sua riduzione al solo rito del voto quinquennale, arricchendola col ritorno della partecipazione popolare, della difesa delle proprietà pubbliche e dei beni comuni, nel disegno di una società in cui finalmente libertà ed eguaglianza siano davvero due facce della stessa medaglia.

Gianfranco Pagliarulo, presidente nazionale Anpi (Imagoeconomica)

A poche ore dalle elezioni europee (e da quelle in circa 3.700 Comuni oltre che per le regionali piemontesi), nel momento del suo ottantesimo compleanno, l’Anpi rinnova il suo impegno civile invitando tutte e tutti ad andare a votare e a votare antifascista, perché è qui, nell’antifascismo, il fondamento storico dell’idea stessa di unità europea, e, a maggior ragione, della nascita e della costruzione della Repubblica italiana. Ma non basta il voto. Ci aspetta una stagione lunga di lotte per la libertà, la democrazia, l’eguaglianza e la pace. Insomma, il distillato, nella stagione in cui viviamo, delle ragioni della lotta partigiana. Anche oggi è tempo di resistenza. Sta a noi trasformarlo in tempo di liberazione.

Gianfranco Pagliarulo, presidente nazionale Anpi