Il 1° maggio 1947 “qualcuno” sparò sulla folla di lavoratori che manifestavano per la giornata internazionale dei lavoratori. Fra uomini, donne e bambini, 11 saranno i morti, più di sessanta i feriti.

Serafino Petta, l’ultimo sopravvissuto: “avevo 16 anni, pensavo che fossero i petardi della festa, ma alla seconda raffica ho capito. Ho cominciato a cercare mio padre, non l’ho trovato. Quello che ho visto sono i corpi distesi per terra. I primi due erano di donne: la prima morta, sua figlia incinta ferita”. Ha ricordato ancora Petta: “I mandanti non si conoscono ancora ma ad armare la mano furono la mafia, i politici e i grandi feudatari”. Aggiungendo: “Volevano farci abbassare la testa perché lottavamo contro un sistema in cui poche persone possedevano migliaia di ettari di terra e vi facevano pascolare le pecore, mentre i contadini facevano la fame”  [1].

Il 20 aprile dello stesso anno, in Sicilia si tengono le prime elezioni libere dopo la dittatura fascista. Vincono le sinistre.

Umberto Terracini (da https://storia.camera.it/ img-repo/scheda/persona/9 /p28550.jpg)

Il 2 maggio 1947, nella seduta numero 107 dell’Assemblea costituente, si discute dei fatti di Portella della Ginestra avvenuti il giorno prima. Apre la seduta il presidente Umberto Terracini (Pci) che legge le interpellanze rivolte al ministro dell’Interno Scelba (Dc). Le interpellanze “con richiesta d’urgenza” sono quattro, brevi e dai toni decisi. La prima, a firma del socialista Musotto, dei comunisti Li Causi, Montalbano, D’Amico Michele, Fiore e del repubblicano De Vita: “…criminale imboscata…”, “…ancora una volta le forze della reazione tentano di sopprimere il grandioso movimento dei contadini…”. La seconda a firma Mattarella – padre dell’attuale Presidente della Repubblica – della Democrazia cristiana: “…conoscere una esatta versione dei luttuosi fatti di eri…”. La terza a firma di Varvaro del Gruppo misto: “…informazioni sulla orribile strage perpetrata in Sicilia contro innocenti lavoratori da parte di criminali ignobili…”, “…rispetto della libertà e dei diritti delle classi lavoratrici…”. La quarta a firma dei socialisti Di Giovanni, Rocco Gullo, Di Gloria, Pera, Vigorelli, Bennani, Zanardi, Lami Starnuti, Rossi Paolo, D’Aragona, Bocconi e Ghidini: “Chiedono di sapere quali urgenti e adatti provvedimenti il Governo abbia preso e intenda attuare per colpire tutti i responsabili, reprimendo il grave fenomeno, che potrebbe essere foriero di più gravi conseguenze”,

Mario Scelba, presidente del Consiglio dal 10 febbraio 1954 al 6 luglio 1955 e ministro degli Interni dal 2 febbraio 1947 al 7 luglio 1953 e poi dal 26 luglio 1960 al 21 febbraio 1962

Risponde il ministro dell’Interno Scelba, con un intervento che, nel suo complesso individua nel banditismo i responsabili. Dopo la cronaca dei fatti, entra nel merito. “Il delitto si è consumato in una zona fortunatamente limitata – e sarebbe estremamente ingiusto generalizzare a tutta la Sicilia – in cui persistono mentalità feudali sorde e chiuse, che pensano di ripagarsi con un’imboscata o con una bravata fatta eseguire da arnesi di galera per torti ricevuti. Non è una manifestazione politica questo delitto: nessun partito politico oserebbe organizzare manifestazioni del genere, non fosse altro perché è facile immaginare che i risultati sarebbero nettamente opposti a quelli sperati.” E chiude. “Ogni cittadino, ogni uomo non può non deplorare questi residui di banditismo feudale, ed il Governo esprime il profondo e sentito cordoglio per le vittime…”

Riporto, di seguito, stralci della discussione avvenuta fra gli onorevoli: Li Causi (Pci), Mattarella (Dc), Varvaro (Gruppo misto), Orlando Vittorio Emanuele (Gruppo misto), Giannini (Uomo qualunque), Bellavista (liberale).

Girolamo Li Causi (da https://upload.wikimedia.org/ wikipedia/commons/3/34/ GirolamoLiCausi.jpg)

Prende la parola Li Causi che non si ritiene “affatto soddisfatto delle dichiarazioni del Ministro dell’Interno”. Prosegue invitando a che “…si finisca con la retorica della difesa della Sicilia… il popolo siciliano che va difeso è quello che, nella sua enorme maggioranza, il 20 aprile (elezioni in Sicilia in cui vincono le sinistre, ndr), ha espresso il suo sentimento profondamente democratico e unitario”. Prosegue raccontando la sua testimonianza nell’aver visto “carni lacerate”. Spiega il valore del luogo facendo riferimento al “sasso sacro alla memoria di Nicola Barbato”, e al luogo in cui i contadini “…per venti anni, durante il fascismo, hanno conservato il labaro del fascio del 1894 che oggi torna a risplendere al sole”. A seguire entra nel merito dei presunti colpevoli. “Un particolare che si acclarerà: il maresciallo dei carabinieri di Piana dei Greci ‘schiticchiava’ – in siciliano vuol dire che si divertiva a mangiare – coi mafiosi della zona. I nomi dei probabili organizzatori della strage sono corsi sulla bocca di tutti e noi li facciamo, perché li abbiamo fatti sulla stampa e i contadini della zona li conoscono, e li conosce bene anche l’onorevole Bellavista (Unione democratica nazionale, ndr.). Sono i Terrana, gli Zito, i Bosco, i Troia, i Riolo-Matrenga; sono i capimafia, sono i gabellotti, sono gli esponenti del Partito monarchico e del blocco monarchico liberal-qualunquista di San Giuseppe Jato”.

Girolamo Bellavista

Bellavista lo interrompe: “Siete voi gli assassini!”. Giannini (Uomo qualunque) sostiene che “Il giornalista Li Causi non ha diritto di parlare qui! È un diffamatore!”.

Riprende Li Causi: “Siamo di fronte ad un fatto che mostra la decisa volontà di provocare in Sicilia la guerra civile, di mantenere, specialmente dopo il responso del 20 aprile, l’isola in uno stato di tensione, di torbida agitazione”. Poi rivolgendosi direttamente al Ministro: “…liberateci dagli alti funzionari addetti alla polizia, profondamente compromessi con i monarchici prima e dopo il 2 giugno come siete stato informato; e liberateci da quei marescialli dei carabinieri che vanno a braccetto coi mafiosi e cercano di mettere i galera il segretario della sezione comunista, della sezione socialista, i segretari dei partiti democratici, il segretario della Camera del lavoro…”.  Dopo lo scambio di battute fra Miccolis (Uomo qualunque) e Nenni (socialista), il verbale riporta: “Agitazione – Scambio di vivacissimi apostrofi fra l’estrema sinistra e la destra – tumulto – Il Presidente sospende la seduta e fa sgomberare le tribune”. Interessante leggere nel verbale il motivo dei tumulti…

La seduta riapre con Miccolis che sostiene di esser stato frainteso. Poi Li Causi riesce a finire l’intervento: “Il Governo non si è voluto rendere conto che in Sicilia bisogna fra piazza pulita di tutti gli alti dirigenti della pubblica amministrazione, della polizia, ed anche della magistratura. Basta coi massacri, più orrendi di quelli consumati dai tedeschi e dai fascisti repubblichini contro le popolazioni inermi!”.

Bernardo Mattarella

Prende la parola Mattarella, che sostiene la possibile azione della criminalità organizzata: “Quello che è avvenuto a Portella è non soltanto grave dal punto di vista umano per il sangue che è stato versato e per i lutti che sono stati determinati, ma anche per il modo come l’imboscata è avvenuta, che denota una fredda e implacabile organizzazione criminosa, organizzazione e manifestazione criminose che non possono non allarmare quanti riguardano all’avvenire e allo sviluppo democratico e libero della vita isolana, perché libertà e democrazia sono anzitutto condanna di ogni forma di violenza soprattutto quando questa violenza si estrinseca in manifestazioni di così preoccupante criminalità”.

Antonino Varvaro

Prende la parola Varvaro che non si ritiene soddisfatto delle dichiarazioni del ministro e sostiene che bisogna cominciare a dare segni concreti della presenza dello Stato: “Uguali dichiarazioni egli (riferito al ministro Scelba, ndr) ha fatto anche in occasioni simili, cioè dichiarazioni generiche sempre e promesse di fare; ma qui non è più il caso di precisare quello che si è fatto o quello che si fa; qui bisogna rivolgere alla Sicilia una parola che tranquillizzi. Siamo al terzo o al quarto episodio di uccisioni e al secondo di strage”.

Vittorio Emanuele Orlando

Chiede di parlare Vittorio Emanuele Orlando che fa un accorato appello alla giustizia: “Onorevole ministro, qui occorre che giustizia sia fatta; ad ogni costo, deve esser fatta. Il sangue di queste vittime lo esige e grida vendetta. Quel piccolo bambino ucciso, quella povera donna trucidata (ricorrono al cuore, fra le varie vittime, i casi più dolorosi e raccapriccianti) bisogna che siano vendicati. Lo comanda la giustizia; lo esige l’onore della Sicilia, in questo momento offeso e compromesso”.

Guglielmo Giannini

Prende la parola Giannini che attacca Li Causi in quanto “…giornalista e che dirige un giornale che batte il record delle diffamazioni. Ne ha quaranta. Da un giornale diretto da un deputato in quelle condizioni non possiamo ascoltare che canzoni e non fatti”. Li Causi interrompe dicendo: “Cantava lei, mentre io ero in galera!”. A questo punto Giannini e Li Causi si ingiuriano ed è costretto ad intervenire il presidente Terracini sul merito delle ingiurie e sul ruolo della Commissione per le autorizzazioni a procedere.

Prende la parola Bellavista. “… il deputato Li Causi dirige La Voce della Sicilia, una allusione che, con un linguaggio un po’ diverso, è stata ripetuta qui dentro, e cioè che ci sono stati comizi infiammatori da parte di chi vi parla”. E conclude: “Il vero si è che io ho avuto oggi una delusione penosa, profonda, nei confronti di un avversario che io stimavo; ho dovuto constatare, con l’amarezza terribile che dà il disinganno, che egli ha tradito questa mia aspettativa, perché la fazione lo ha completamente accecato e la speculazione ha sommerso quello che sedici anni di nobili sofferenze avevano elevato in lui. Oggi non sei stato più tu, Li Causi; oggi non sei stato più tu, quando hai voluto speculare su quelle bare e su quelle tombe”.

Prende la parola il ministro Scelba che sostiene: “…non sempre è possibile al governo prevenire…”, portando ad esempio casi in cui il governo “…ha compiuto il suo dovere” (per trovare responsabili dell’assassinio di Miraglia, segretario della Camera del Lavoro di Sciacca, ndr). Poi risponde a Li Causi e a Orlando sulle volontà del governo: “C’è oggi una procedura speciale la quale colpisce questi crimini. Non spetta al ministro dell’interno e non spetta all’autorità politica di giudicare e responsabili dei crimini. Mi auguro che la magistratura partecipi con la necessaria solerzia, perché dobbiamo riconoscere che non sempre essa interviene tempestivamente a reprimere i delitti contro la libertà dei cittadini”. Continua l’intervento sostenendo, e rivolgendosi Li Causi, che non è un delitto politico ma “…è maturato in un’atmosfera sociale indubbiamente arretrata, indubbiamente feudale che persiste in zone che ogni giorno tendono a restringersi e che scompariranno al più presto”. Chiude dicendo: “…finiamola con le divisioni, finiamola con l’eccitamento agli odi, con l’eccitamento alla violenza; facciamo sentire al Paese che l’Assemblea è unita almeno nel suo giudizio di condanna contro questi crimini che disonorano la vita democratica di un popolo”.

Il presidente comunica che “È pervenuto alla Presidenza il testo d’una risoluzione della quale si pone la votazione dell’Assemblea”. Legge quindi il testo a firma: Nenni, Togliatti, Gronchi, Saragat, Cevolotto, Pacciardi, Lombardi Riccardo, Cianca.

Nel verbale si possono leggere il testo della risoluzione e l’intervento successivo del presidente dell’Assemblea costituente.

Il testo ottiene l’unanimità del Parlamento con la sospensione dei lavori per mezz’ora “in segno di lutto e di solidarietà col popolo siciliano e con le vittime dell’inumano eccidio”.

Quando riprendono i lavori, l’ordine del giorno recita: “Seguito della discussione del progetto di Costituzione della Repubblica Italiana”. Si prenderà in esame il Titolo terzo.

Sulla base di nuove acquisizioni documentali, nel dicembre 2004 i familiari delle vittime chiesero la riapertura dell’inchiesta.

Ma per Portella della Ginestra, come per tante altre vicende che hanno insanguinato il Paese, la verità è ancora lontana e la strage è a tutt’oggi senza mandanti. Pietro Grasso, quando ricopriva la carica di presidente del Senato, chiese di rendere pubblici i documenti ancora non accessibili e accertare le responsabilità di una tragedia che ha segnato la storia della Sicilia e dell’Italia.

Paolo Papotti, componente della Segreteria nazionale Anpi, responsabile Formazione


[1] Intervista tratta da: “Portella della Ginestra, la strage del Primo maggio” di Silvia Morosi e Paolo Rastelli, pubblicata su Corriere.it il 1° maggio 2019