
Quando l’Armata Rossa entrò ad Auschwitz per liberare gli ultimi sopravvissuti, Oleg Mandić aveva solamente undici anni. Nato nel 1933 a Sušac, attuale Croazia, nel 1944, Oleg, insieme alla madre e alla nonna, venne prelevato da casa dai nazisti e deportato e internato nel campo di concentramento/sterminio di Auschwitz-Birkenau. L’azione dei nazisti fu una ritorsione contro il nonno e il padre che, dopo l’occupazione, erano passati in clandestinità unendosi ai partigiani vicini a Tito. Oleg, assieme alla madre e alla nonna, erano quindi prigionieri politici. Ad Auschwitz l’undicenne sperimenta le atrocità del lager che lo faranno finire anche nel famigerato reparto del dottor Mengele, soprannominato anche “l’angelo della morte”, un reparto dove i bambini spesso soccombevano ai sui esperimenti.

Oleg, cosi come sua madre e sua nonna, riuscì a sopravvivere agli orrori di Auschwitz, e il 2 marzo 1945, assieme all’Armata Rossa e ai sui cari, sarà l’ultimo bambino a lasciare Auschwitz-Birkenau. I tre vennero traferiti a Mosca, dove quasi un mese dopo, il 5 aprile, giorno del compleanno di Oleg, ricevettero la visita di Tito, che li rassicurò in merito alle condizioni del padre e del nonno Ante Mandić, il quale era stato nominato, dallo stesso Tito, governatore-membro di un triumvirato che avrebbe guidato la Jugoslavia fino al referendum tra monarchia e repubblica.
Il 12 aprile nonna, nuora e nipote, furono trasferiti in aereo a Belgrado, dove Oleg potette finalmente riabbracciare il padre e il nonno. Oleg nella sua vita è stato avvocato e giornalista, e negli ultimi vent’anni ha raccontato nelle scuole e nella società civile in Europa la propria esperienza nel campo di sterminio, battendosi per la salvaguardia di questa memoria. Proprio per questa attività gli sono state attribuite numerose onorificenze in Italia, in Croazia e in Polonia. Questa storia è raccontata nel libro, scritto da Filippo Boni con Oleg Mandić, Mi chiamo Oleg. Sono sopravvissuto ad Auschwitz, edito da Newton Compton Editori. Un libro che spiega bene come la memoria rappresenti uno strumento fondamentale nella lotta contro ogni forma di discriminazione e violenza e al fine di poter riconoscere e contrastare le derive autoritarie nel presente. In occasione del Giorno della Memoria 2026, abbiamo raggiunto Filippo Boni per intervistarlo.

Come nasce questo libro?
Questo libro nasce prima di tutto da un incontro umano, non tanto da un’idea editoriale. L’incontro con Oleg Mandić è stato uno di quei rari momenti in cui la Storia, con la “S” maiuscola, smette di essere un’entità astratta e assume un volto, una voce, una presenza viva. Oleg non si presenta mai come “un sopravvissuto”, ma come un uomo che ha attraversato l’orrore e che sente su di sé una responsabilità morale: quella di raccontare affinché altri possano comprendere.

Come si è orientato nel lavoro di stesura?
Scrivere Mi chiamo Oleg. Sono sopravvissuto ad Auschwitz ha significato accettare una sfida complessa e delicata: trasformare una testimonianza che appartiene all’indicibile in una narrazione capace di restare rigorosa, accessibile e profondamente rispettosa. È stato un lavoro di ascolto, di fiducia, quasi di custodia. Oleg mi ha affidato la sua memoria, e io ho cercato di restituirla senza sovrappormi, lasciando che fosse la sua voce a guidare il racconto. Non c’era alcuna volontà di spettacolarizzare il dolore, ma piuttosto di restituire senso, profondità e verità a un’esperienza che ancora oggi interroga le coscienze.

Quanto è stato importante e cosa ha rappresentato, nell’immensa solitudine di Auschwitz, il rapporto di Oleg con il giovane compagno di prigionia Tolja?
Il rapporto tra Oleg e Tolja è uno degli elementi più profondi e, forse, più commoventi della testimonianza di Oleg. In un luogo concepito per distruggere ogni legame umano, per spezzare ogni forma di solidarietà e ridurre l’individuo a pura sopravvivenza biologica, quella amicizia rappresenta una resistenza silenziosa e radicale. Tolja non è soltanto un compagno di prigionia, è colui che, nel cuore della disumanizzazione assoluta, riesce a custodire e a trasmettere qualcosa che il lager tenta sistematicamente di cancellare: la speranza. Attraverso piccoli gesti, parole condivise, una presenza discreta ma costante, Tolja impedisce che il cuore di Oleg venga completamente svuotato. In quell’universo concentrazionario, dove la solitudine non è solo fisica ma ontologica, l’amicizia diventa l’ultimo spazio di riconoscimento reciproco, l’ultimo luogo in cui sentirsi ancora esseri umani. Ma in Tolja vive anche una forma di fede profonda, non necessariamente religiosa, ma radicalmente umana: una fiducia ostinata nella possibilità che il bene non sia stato definitivamente sconfitto.

Ha protetto dunque una integrità morale, difficile da mantenere in un lager.
È una fede fragile, mai proclamata, che non promette salvezza, ma che si manifesta come resistenza interiore. Questa fede, condivisa e trasmessa, ha il potere di non essere rimossa dal cuore di Oleg, nemmeno dopo Auschwitz. Rimane come una traccia indelebile, come una sorgente sotterranea che continuerà a nutrire la sua capacità di credere nell’uomo, nonostante tutto. In questo senso, il legame con Tolja dimostra che anche nel sistema concentrazionario più estremo può sopravvivere qualcosa di irriducibile: l’amicizia come atto etico, la speranza come scelta quotidiana, la fede nell’altro come ultimo baluardo contro la disumanizzazione totale. Grazie a quel legame, Oleg non sopravvive soltanto fisicamente, ma preserva ciò che conta di più: la possibilità di restare umano.

Il libro lancia anche una denuncia nei confronti del presente, poiché l’odio, la violenza e le guerre purtroppo sono all’ordine del giorno. Può parlarcene?
Sì, questo libro parla del passato, ma guarda con estrema lucidità al presente. Oleg è sempre stato chiarissimo: la memoria non è commemorazione rituale, ma uno strumento critico. Auschwitz non è soltanto un evento storico concluso, è un paradigma. Le dinamiche che portarono alla Shoah non iniziarono con i campi di sterminio, ma con parole, leggi, propaganda, indifferenza e consenso. Oggi assistiamo a una pericolosa normalizzazione dell’odio, alla semplificazione violenta del linguaggio pubblico, alla costruzione sistematica di nuovi “nemici”. Il libro denuncia tutto questo non in modo ideologico, ma attraverso la forza dei fatti vissuti. Oleg ci invita a riconoscere i segnali, a non considerarli mai innocui. Ci ricorda che le democrazie diventano fragili quando la memoria si affievolisce e quando l’umanità dell’altro viene messa in discussione. La sua testimonianza è una chiamata alla responsabilità: non voltarsi dall’altra parte, non delegare ad altri il compito di vigilare. Perché la storia, quando viene rimossa, non si ripete mai uguale, ma torna sotto forme nuove e spesso più subdole.
In occasione del Giorno della Memoria 2026, qual è secondo lei il messaggio più importante che Oleg vuole dare con questo libro e la sua testimonianza?
Il messaggio più importante è che nulla è inevitabile, ma nulla è nemmeno impossibile. Auschwitz è stato possibile perché troppe persone hanno smesso di pensare, di scegliere, di assumersi responsabilità. Oleg non chiede pietà, né commozione fine a se stessa. Chiede vigilanza. Essere stato l’ultimo bambino a uscire vivo da Auschwitz-Birkenau non è mai diventato per lui un elemento identitario da esibire. Ha fatto una scelta diversa e più difficile: trasformare la propria sopravvivenza in un atto di responsabilità verso gli altri. La sua testimonianza ci ricorda che la memoria non serve a restare prigionieri del passato, ma a diventare più consapevoli nel presente. In occasione del Giorno della Memoria 2026, Oleg affida a tutti noi un messaggio semplice e radicale: riconoscere l’umanità dell’altro è sempre una scelta. E ogni generazione è chiamata a rinnovarla. La memoria, quando è viva, non consola: interroga. E ci chiede, oggi più che mai, da che parte vogliamo stare.
Andrea Vitello, storico e scrittore
Pubblicato martedì 27 Gennaio 2026
Stampato il 27/01/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/interviste-2/27-gennaio-storia-di-oleg-bambino-salvato-dallo-sterminio/






