“Considerato che lei, Filippo Giuffrida, avrebbe intrattenuto contatti con l’estrema sinistra”, la richiesta di nullaosta sicurezza è respinta. Così, nero su bianco, per raccomandata a firma di un commissario di divisione della polizia federale belga, è stato di fatto negato l’accredito stampa per seguire i lavori del Consiglio UE, un incarico che il corrispondente per alcune testate italiane svolge da oltre vent’anni a Bruxelles.

Una vicenda su cui è intervenuta l’Associazione Internazionale della Stampa (API-IPA) attraverso il presidente Dafydd ab Iago: “Spetta al Belgio decidere come organizzare la sicurezza per le istituzioni della UE. Ma qualunque sistema scelga, il Belgio deve seguire le procedure previste. Nel caso del signor Giuffrida abbiamo assistito a un’accusa kafkiana di contatti con i cosiddetti estremisti di sinistra, che ha portato alla revoca del suo accreditamento per un lungo periodo. Fortunatamente – prosegue ab Iago – in questo caso il ricorso ha avuto successo e il suo accreditamento è stato infine ripristinato. Ma ciò è avvenuto solo dopo un lungo periodo che ha comportato per il giornalista sia la perdita di reddito sia le spese legali. In sintesi, si è trattato di un grave errore procedurale da parte della sicurezza belga, che ha avuto un impatto chiaramente negativo sulla libertà di stampa nella capitale europea”.

Con Giuffrida, il cui cognome va completato con Répaci, perché discendente dello scrittore e drammaturgo antifascista Leonida, tra i fondatori del Premio Viareggio, proviamo a ricostruire i fatti. Filippo quando comincia questa storia?
Incredibilmente il 27 gennaio 2025, la Giornata della Memoria! Tornato a casa dalla redazione, dopo aver scritto un pezzo sulle celebrazioni europee, mi rimproveravo addirittura d’essere stato forse troppo severo, troppo retorico. Quel pomeriggio, mia figlia mi porge una raccomandata della Polizia federale belga, l’ho aperta convinto fosse una multa. Ma in alto, in neretto, leggo: “Verifica di sicurezza: rifiuto”. Non potevo crederci, leggo e rileggo: c’era scritto che “avrei intrattenuto contatti con l’estrema sinistra”. Una formula così vaga da sembrare uscita da un’altra epoca. Ti fa tornare indietro di cento anni.

Cosa ti era stato rifiutato?
Il badge, un tesserino di colore giallo, il nullaosta per seguire i lavori del Consiglio Ue, l’istituzione che riunisce i ministri nazionali di ciascun Paese dell’Unione, se non lo hai non fai il corrispondente da Bruxelles. Senza quell’accredito, metà del lavoro evapora. Non puoi seguire gli incontri, non puoi parlare con i funzionari nei corridoi, non puoi partecipare alle “tonnare” davanti ai ministri. È come togliere il microfono a un cantante. Le parole della lettera erano: “avrebbe”, “intrattenuto”, “contatti”, “estrema sinistra”. Nessuna di queste, presa singolarmente, aveva senso. Ho contatti con tutto l’arco parlamentare, è il mio mestiere. E poi: cos’è “estrema sinistra”? Se si tratta di un parlamentare, non vedo il problema. Se di un’extraparlamentare, perché un’intervista dovrebbe rendermi pericoloso? Per questo ho sospettato che non stessero attenzionando il mio lavoro, ma la mia vita associativa. Sono vicepresidente della FIR, la Federazione Internazionale dei Resistenti – Associazione antifascista, e sono dirigente ANPI. E questo, evidentemente, a qualcuno basta.

Tu segui anche la Commissione e il Parlamento.
L’accredito “interistituzionale”, che copre la Commissione e il Parlamento va richiesto ogni anno. Il Consiglio ha una procedura separata, anch’essa annuale, che richiede in più uno specifico “nullaosta sicurezza”. Di prassi, le verifiche sono fatte dalla polizia federale belga. Tra i paradossi di questa storia, il fatto che avendo ottenuto l’accredito interistituzionale senza problemi, avrei potuto incontrare i ministri nazionali alla Commissione o in Parlamento, ma non nel palazzo del Consiglio. Quel palazzo in cui c’è una sala riunioni intitolata a Franco Giuffrida, mio padre.
Come hai reagito, c’è una prassi precisa?
Volevo capirne di più, immaginando ci fosse un incartamento a me intestato pensavo fosse consentito vederlo. Secondo la legge belga ci si può rivolgere all’Organo di Ricorso, che deve decidere entro 15 giorni. E così ho fatto. Ho trovato un avvocato specializzato in diritti dell’uomo e ho fatto ricorso. Ma febbraio e marzo sono passati tra continui rinvii. Ad aprile il mio avvocato ha scoperto che l’Organo di Ricorso non aveva nemmeno ricevuto il fascicolo dalla polizia federale. E la nostra richiesta di accesso sarebbe stata “versata al fascicolo”, quando lo avrebbero ricevuto. Un capolavoro di surrealismo belga. Sarà una coincidenza, ma mezz’ora dopo la telefonata con il mio legale con cui decidevamo di fare ricorso contro lo Stato belga per violazione dei termini, l’avvocato ha ricevuto una chiamata da un funzionario di polizia: l’udienza ci sarebbe stata a breve. E pensare che fino a pochi minuti prima si scherzava sul famigerato software Paragon, usato anche in Belgio per intercettare giornalisti e attivisti politici, come in Italia e in altre realtà europee. Le brutte sorprese erano però destinate a non finire. Quando dopo oltre tre mesi abbiamo avuto fra le mani il mio “dossier” abbiamo dovuto prendere atto che dei quindici documenti, compreso l’estratto del mio stato civile, ben tre erano secretati. Tuttavia da altri tre sfuggiti alla censura abbiamo scoperto che erano stati coinvolti nientemeno che i Servizi Segreti Militari belgi. L’inchiesta è stata condotta da loro.
I Servizi Segreti Militari?
Già. Da uno dei documenti abbiamo avuto la conferma che la segretezza era stata richiesta proprio dai servizi segreti militari belgi. Nel verbale di un’audizione a porte chiuse dei responsabili dei servizi, secretato solo parzialmente, abbiamo appreso che gli agenti incaricati della verifica hanno comunicato ai giudici che, dopo un riesame del fascicolo, l’associazione della quale faccio parte “presenta un carattere educativo e s’iscrive in un ambito di dovere della memoria”. A espressa domanda di uno dei magistrati, gli agenti hanno pure confermato che, proprio su queste basi hanno provveduto a emendare l’opinione espressa in precedenza e a informarne la Polizia federale. Almeno l’associazione, di cui mai si fa il nome, è stata riabilitata!

La FIR ha una lunga storia di pace e fratellanza internazionale fra i partigiani, con il Treno dei Mille 2025, il raduno internazionale dei giovani, organizzato insieme al War Heritage Institute (WHI) avete anche promosso un viaggio nei campi di sterminio.
Siamo stati a Buchenwald, dopo essere stati per due edizioni ad Auschwitz. C’erano seicento giovani provenienti da tutta Europa, con un nutrito gruppo di ragazze e ragazzi ANPI under 35. La FIR venne fondata a Vienna nel dopoguerra, ora ha sede a Berlino, vi aderiscono organizzazioni provenienti da 20 Paesi europei e da Israele: per l’Italia sono membri, oltre all’ANPI, l’ANED, l’Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti, e l’Associazione partigiani Matteotti del Piemonte. A volere fortemente in anni più vicini il ritorno dell’ANPI nella FIR fu il presidente Tino Casali, un’istanza portata avanti dal successore Raimondo Ricci, deportato a Mauthausen, il lager dove si pronunciò il famoso giuramento antifascista; un iter concluso da Carlo Smuraglia. Il 15 settembre 1987 la FIR, tra l’altro unica organizzazione antifascista che fu ufficialmente accreditata all’Unione Europea, è stata nominata “Messaggero di Pace” dal Segretario generale delle Nazioni Unite. Con l’ultimo congresso sono stato confermato vicepresidente e nell’esecutivo ci sono personalità provenienti da Grecia, Russia, Germania, Bulgaria, e Italia: Mari Franceschini e Alessandro Pollio Salimbeni, anche loro sono membri del Comitato nazionale ANPI.

Hai saputo chi erano “gli estremisti di sinistra”?
Impossibile, i loro nomi erano probabilmente tra i documenti top secret. Per questa ragione mi chiedo come potrebbe chiunque discolparsi non sapendo precisamente da chi avrebbe dovuto prendere le distanze. Inoltre un giornalista dovrebbe avere il diritto, proprio per informare le persone, di intervistare chi ritiene opportuno.

Sei stato convocato in seguito dall’Organo di Ricorso?
Sì, tempo dopo ancora, ho incontrato la presidente del Comitato permanente di controllo sui servizi segreti, la presidente del Comitato permanente di controllo sui servizi di polizia ed il presidente dell’Autorità per la protezione dei dati personali, che compongono questa magistratura speciale. Ho riferito delle incongruenze, del pericolo per la libertà di stampa, delle coincidenze e pure di un’udienza con il Re del Belgio. Perché seppur classificato “pericoloso”, il 29 aprile 2025 ero invitato da sua Maestà al ricevimento in onore della stampa al Palazzo Reale e vi ho partecipato e chiacchierato amabilmente con il monarca. Poi ho estratto dalla borsa 54 tesserini gialli del Consiglio UE, uno per ogni accredito dal 2003 mostrandoli al supremo Organo dicendo: “Ero antifascista anche allora. Ma non ero pericoloso”. Gli occhi dei magistrati ridevano. La presidente del Comitato di controllo sui servizi segreti mi ha chiesto se poteva averli. Ho risposto che avrei fornito volentieri delle copie, ma gli originali li tenevo io: “erano gli anni in cui potevo ancora fare il giornalista!”. In quel momento ho capito di aver vinto. Ora nero su bianco è stabilito che “Le motivazioni che hanno giustificato il rifiuto (…) non erano fondate su alcun elemento serio” e che “il richiedente non presentava in realtà alcun legame con ambienti problematici dell’estrema sinistra”. Ci sono voluti però altri due mesi per riavere il badge, senza contare i soldi spesi in avvocati.
Perché hai deciso di rendere pubblica la vicenda solo adesso?
Perché questa volta tutto si è risolto grazie a un giudice a Bruxelles. Ma quante altre volte potremo contare su questa fortuna? Quante volte un giornalista sarà intercettato, sospeso, messo sotto pressione perché antifascista? La memoria non è retorica. È attualità. E questi miei otto mesi lo dimostrano.
Pubblicato giovedì 9 Aprile 2026
Stampato il 09/04/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/bloccato-per-presunti-contatti-con-lestrema-sinistra-storia-di-un-giornalista-finito-nel-labirinto-della-sicurezza-ue/






