Uomini senza nome, senza sorte,
che camminano tra i morti, senza pianto. (…)
Siamo ancora alla guerra, al fuoco,
alla strage. E non muta la sorte.
Non un albero, non un sasso
che ricordi il nostro vivere.
Solo il vento che stride, e la cenere.
In psicologia e sociologia si chiama “normalizzazione del peggio”: avviene quando comportamenti, linguaggi o eventi che inizialmente erano considerati inaccettabili, scioccanti o fuori dalla norma, vengono ripetuti così spesso da diventare ordinari.

Dalla crisi pandemica in avanti, questo innalzamento della soglia di sopportazione da parte delle opinioni pubbliche sembra inarrestabile. Dietro il velo dell’emergenza c’è sempre un potere che agisce in funzione della propria conservazione, che imprime un orientamento alla realtà spinto da un inestricabile bisogno di accrescere la propria influenza. Non possiamo accettare la guerra come rumore di fondo delle nostre esistenze. Non possiamo abituarci all’idea che il futuro sia esito di continue prove di forza tra i grandi player della terra. Sentiamo la necessità di provare a svelare ancora una volta gli inganni del potere. La consapevolezza rimane l’arma di ultima istanza in mano alla cittadinanza per esercitare una pressione costante sui livelli decisionali.

Mai come in questo momento storico, gli equilibri globali che abbiamo conosciuto nell’ultimo trentennio sembrano vacillare, sfidati da dinamiche conflittuali che si intrecciano su scala locale, regionale e planetaria. Il nostro momento di confronto intende accendere i riflettori sui nodi cruciali, quelli prossimi all’Europa e alle sfere d’interesse occidentale, che stanno ridefinendo l’ordine mondiale e che richiedono la nostra massima attenzione e un’analisi approfondita. In primo luogo, non possiamo distogliere lo sguardo dalla crisi di Gaza.

Una tragedia umanitaria in corso, le cui ripercussioni si estendono ben oltre i confini del Medio Oriente, alimentando tensioni, polarizzando l’opinione pubblica globale e ponendo interrogativi urgenti sul diritto internazionale e sulla ricerca di una pace duratura. La crisi di Gaza si configura in tutta la sua valenza simbolica, come il punto di faglia antico e sempre nuovo, ove si progetta una nuova idea di egemonia. E la guerra aperta all’Iran non è soltanto una guerra regionale; sembra piuttosto il punto di caduta di un deciso cambio di strategia nell’affermazione di potenza del gigante soffrente Usa, attraverso il presidio israeliano.

Parallelamente, e sulla medesima linea di frattura nella tettonica della geopolitica contemporanea, nel cuore dell’Europa, la guerra in Ucraina continua a rappresentare una ferita aperta, un conflitto ad alta intensità che ha riportato sul continente lo spettro della guerra di prossimità e ha innescato una profonda revisione delle politiche di sicurezza e di difesa della Nato e dei Paesi europei (non dell’Europa). E, non possiamo trascurarlo, l’interventismo Usa in Venezuela e nel giardino di casa con l’elevata pressione nei confronti di Cuba, sembra segnare la profonda crisi di ogni riferimento al diritto internazionale. In risposta a questi focolai di crisi e all’incertezza crescente, assistiamo a un fenomeno che pensavamo potesse appartenere al passato: una nuova, preoccupante corsa al riarmo globale come unica soluzione politica. L’aumento esponenziale delle spese militari, l’ammodernamento degli arsenali nucleari e lo sviluppo di nuove tecnologie belliche sono indicatori di un clima di sfiducia reciproca che, lungi dal garantire stabilità, aumenta esponenzialmente i rischi di un’escalation incontrollabile.
Quali gli elementi di connessione tra questi processi in atto, solo per citare quelli che più da vicino ci toccano?

1) Si può certamente rispolverare la sempre valida e attuale teoria marxiana dell’imperialismo coloniale e della guerra, ovvero l’idea che la guerra sia un esito naturale e fisiologico della traiettoria capitalista. Del resto assistiamo a una concentrazione e a una centralizzazione mai vista prima della ricchezza nelle mani di un numero sempre minore di grandi monopoli e oligarchie finanziarie. In questa fase è diventata sempre più cruciale l’esportazione di capitale (investimenti diretti esteri, prestiti) alla ricerca di profitti più elevati in colonie o Paesi dipendenti. E cresce la contesa su zone d’influenza, mercati, materie prime e manodopera a basso costo. Il tutto in un quadro di risorse decrescenti a fronte di una dinamica demografica che ne sposta la domanda verso le aree più svantaggiate del pianeta.
2) Possiamo anche partire dalla traiettoria dell’Europa, come elemento incomodo in questo scenario di fragili equilibri internazionali, falciata nel suo cammino (impervio e pieno di tante contraddizioni) includente verso est, verso la Russia addirittura. Il sabotaggio del North Stream nel Mare del Nord, da parte di agenti ucraini probabilmente supportati da apparati USA, rappresenta emblematicamente un trauma doloroso che spezza la continuità di un corpo territoriale; possiamo immaginarlo come la rescissione di un’arteria nel corpo geografico dell’EuroRussia. Del resto, a parte le traiettorie della storia recente e passata, una carta geografica è sufficiente a rappresentare questa continuità che ha allarmato la costa ovest dell’Atlantico e che vedeva nella Germania, e dunque nell’Europa, il punto fondamentale di accumulo

3) Le lenti della realpolitik e della fisica ci pongono dinanzi a un sistema finito, quello del pianeta Terra, che impone sacrifici e rinunce in primis alla parte ricca. Le vicende di questi anni ci dicono che non c’è la disponibilità alla rinuncia. Il nodo centrale della questione risiede nel tenore di vita occidentale, insostenibile su scala globale. La transizione ecologica non è un gioco a somma zero, ma richiede una redistribuzione degli oneri e, soprattutto, delle rinunce. E qui emergono differenze abissali. Per le popolazioni del Sud del mondo, la rinuncia in termini di emissioni di carbonio è tendenzialmente prossima allo zero, collocandosi i loro stili di vita, per necessità storiche e strutturali, su medie di consumo molto più basse. Viceversa, uno statunitense medio, dal punto di vista statistico, è chiamato a rinunciare a un’enorme quantità di chili di carbonio rilasciati annualmente. Non è un caso da questa prospettiva che vi sia una robusta corrente di pensiero, che dagli USA contamina l’Europa, che tende capziosamente e ideologicamente a negare la crisi climatica e la traiettoria catastrofica verso cui siamo indirizzati.

4) O ancora, per riconnettere quanto succede, possiamo fare ricorso alla necessità di dare impulso a un’economia stagnante rilanciando gli investimenti in industria, tecnologia e apparati militari. E del resto in questi anni le performance economico – finanziarie dell’industria degli armamenti e dei settori a essa connessi, cybersecurity, infrastrutture di comunicazione e intelligence, componentistica, hanno sostenuto in modo determinanti le borse internazionali.
Un momento di riflessione critica dunque, un’opportunità di leggere olisticamente tra le pieghe di questi scenari complessi e, auspicabilmente, alimentare e rafforzare una sensibilità pubblica per promuovere la pace e la sicurezza collettiva. L’idea è di presentare una necessaria lettura pluri-semantica, ibridando linguaggi e, dunque, punti di osservazione. Sul presupposto che la guerra sia ancor prima di ogni analisi un’arma scatenata innanzi tutto contro i popoli. “È il mio cuore il paese più straziato”, piange il poeta dinanzi a un’umanità annichilita dalla potenza e dall’insensatezza della guerra.
L’elemento più interessante, politicamente parlando, di questi anni caratterizzati dal riaffacciarsi della retorica bellica, che accompagna le vicende geopolitiche in atto, è la resistenza delle opinioni pubbliche a tale retorica. In Italia, così come nei Paesi dell’Europa occidentale, tutti i sondaggi dal 2022 a oggi, ci raccontano di una contrarietà popolare alla meccanica bellica, come unica e inevitabile risposta alla crisi globale. E quando attraversiamo le nostre vite e viviamo le nostre quotidianità, avvertiamo intorno un senso di distanza, di impotenza e spesso una certa frustrazione dinnanzi alle ingiustizie. Un flusso popolare che ha trovato canalizzazione nella protesta verso gli eccidi di Gaza. Un sentimento che va raccontato, rappresentato, sviluppato nelle sue potenzialità come elemento di pressione verso le elite e le classi dirigenti. Pertanto lo sviluppo delle giornate si basa su una lettura critica e multidisciplinare di questi scenari, intrecciando analisi economiche, geopolitiche, riflessioni sul ruolo dell’Europa, importanza del diritto internazionale, e su un racconto plurisemantico che si esprima attraverso i diversi registri dell’analisi scientifica, della narrazione popolare.
Noi ripudiamo la guerra, come ci suggerisce da quasi 80 anni la nostra Costituzione. E tale ripudio lo rappresentiamo con una postura etica, supportata dal rigore analitico e dal sentimento popolare.
Mauro Tuzzolino, presidente della “Scuola di Cultura Politica Francesco Cocco”
CALENDARIO E ORARI DEGLI INCONTRI
PRIMO INCONTRO
Il Tempo di Ares, 10 APRILE, ore 16 – 20. Luogo: Vetreria di Pirri; ore 16: Intro teatrale a cura di Tiziana Troja; 16 – 18: Tavola rotonda. Partecipano: Matteo Meloni, giornalista, esperto di Geopolitica, Francesca Mulas Fiori, cons comunale, Cagliari Città della Pace, Simona Fanzecco, segretaria della Camera del Lavoro di Cagliari, Michele Schirru, Coordinatore nazionale Generazioni Legacoop, don Ettore Cannavera, Comunità La Collina. Coordina: Mauro Tuzzolino, Scuola di Cultura Politica Francesco Cocco.
Ore 18,10, Coffee break (a cura di NoiAltri Gastronomia Inclusiva); Ore 18,30. MI LEGO A GAZA – Monologo di Francesca Pani, drammaturgia e messa in scena di Mauro Mou; Ore 18,40. Il Tempo di Ares. Francesca Pubusa, Dip Scienze politiche e sociali dell’Università di Cagliari, intervista Stefano Lucarelli (docente di Politica Economica presso l’Università di Bergamo); Ore 19,40 Dibattito e domande
Ore 20,10. Su smurzu finale (a cura di NoiAltri Gastronomia Inclusiva)
SECONDO INCONTRO
Simbologia e linguaggio della guerra. 8 MAGGIO. Orario: 16,00 – 20,00 . Luogo: Vetreria di Pirri. Programma: Pierpaolo Piludu – I bombardamenti a Cagliari tra ricostruzione storica e memoria narrativa. Speech di Sotera Fornaro, docente di letteratura greca presso università di Napoli; Speech di Marco Pitzalis, direttore dip scienze economiche e sociali presso università di Cagliari. Pillole di Geopoetica a cura di Andrea Melis
Coffee break
Speech di Gianni Fresu, docente di scienza politica presso univ di Cagliari. Tavola Rotonda con: Sotera Fornaro, Marco Pitzalis, Gianni Fresu, Coordinano Mauro Tuzzolino ed Elsa Lusso. Interventi dal pubblico.
Pubblicato giovedì 2 Aprile 2026
Stampato il 02/04/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/capire-la-guerra-promuovere-la-pace-ciclo-di-incontri-a-cagliari/







