Catherine Elizabeth Middleton, la principessa del Galles Kate (Imagoecomomica, via The Royal Family)

Non è una rubrica tricologica. In questo anno che sta assomigliando sempre più, dal punto di vista geopolitico, a un romanzo di fantascienza voglio parlare di simboli e di memoria. Se negli ultimi giorni anche la principessa Kate si è a suo modo esposta facendosi vedere in pubblico con una treccia al posto dei soliti capelli sciolti in solidarietà delle donne curde del Rojava è il caso di parlarne. I simboli, le immagini contano molto in questo momento storico.

Ahmed Husayn al-Shara con Donald Trump (Imagoeconomica)

Il tradimento – non il primo – dell’amministrazione Usa nei confronti dei curdi che hanno combattuto contro lo Stato islamico, il famigerato Isis che dieci anni fa terrorizzava non solo le popolazioni del Medio Oriente ma anche noi in occidente, con gli attentati compiuti in diverse città europee, ha sparigliato nuovamente le carte. Qualche anno fa sarebbe stato impensabile vedere uno dei tagliagole dello Stato islamico o di qualche suo spin-off o costola (vedi HTS o Hayʾat Taḥrīr al-Shām) diventare presidente della “nuova Siria”.

Ahmad Husayn Al-Shara a Mosca per l’incontro con Putin (Imagoeconomica, via Kremlin.Ru)

Accorciandosi la barba (e qui ancora metafora tricologica) Aḥmad Ḥusayn al-Sharaʿ (il caro vecchio al-Jawlānī con il suo curriculum di stampo salafita che parla chiaro: in primis al-Qaida in Iraq, poi Fronte al-Nusra eccetera) e indossando abiti occidentali è in grado di decidere col benestare di Trump, Erdogan, Putin e il resto dei filo sunniti dei Paesi del Golfo come sarà la Siria post-Assad e pensare alla ricostruzione del dopoguerra.

Soldatesse curde

Ho ancora negli occhi i video circolati in rete in queste intense giornate di mercenari e combattenti islamisti affiliati all’esercito siriano che catturano le combattenti curde delle Ypg e tagliano loro i capelli intrecciati, non parlo nemmeno delle altre atrocità. Tagliano loro i capelli per privarle della loro identità di donne che difendono la loro terra, i loro cari. Sono state profanate anche le tombe dei combattenti curdi che hanno respinto l’Isis poco più di dieci anni fa anche per conto di noi occidentali. Abbiamo proprio la memoria di un pesce rosso? Dobbiamo processare così tante informazioni che ormai dieci anni sono un secolo e chi se li ricorda i pogrom passati, le pulizie etniche di un tempo che non c’è più?

Combattenti curdi

C’è una sorta di accordo raggiunto in queste ore tra le forze a guida curda Sdf e Damasco, l’equilibrio è molto fragile. Un accordo “di integrazione” delle forze curde all’interno di quelle siriane. Città e territori conquistati a caro prezzo dai curdi e dalle curde stanno passando sotto il controllo dello Stato siriano. Gli annunci di preservare la lingua e l’identità curda sono stati fatti, nella pratica non c’è molto ottimismo. Non c’è il riconoscimento costituzionale dell’autoamministrazione curda del Nordest, non ci sono garanzie in merito ai diritti culturali o linguistici e nessun consolidamento giuridico di alcuna disposizione. Tutto può essere modificato o revocato unilateralmente da Damasco.

I curdi, sul campo, nella diaspora, non si fidano perché conoscono la loro storia e hanno subito per generazioni anche i voltafaccia del mondo occidentale. Quello che traspare è proprio uno smantellamento della fragile e consapevole utopia del Rojava, la terra dei curdi del nord est della Siria. Un esperimento politico femminista, ecologista che ha resistito nonostante la guerra. E proprio le donne, le combattenti delle YPJ, non hanno garanzia dopo che sono divenute un simbolo globale.

Kobane. Foto di Giorgio Barbarini

Nel 2024 la strenua resistenza della cittadina di Kobane divenne un simbolo per tutti i curdi e i popoli oppressi. Come dieci anni fa il movimento “Donna, vita, libertà” dal curdo kurmanji “Jin, Jiyan, Azadî” – che oggi è presente anche negli slogan in sostegno alla popolazione iraniana e curdo-iraniana e non solo – ha dato slancio alle proteste. Nato all’interno del movimento di liberazione delle donne curde e, pur avendo radici negli anni 80 e 90 del secolo scorso nel Kurdistan turco (Bakur), è diventato un grido di battaglia globale, un potente slogan politico e femminista curdo contro l’oppressione. Così i capelli delle donne curde continuano a essere intrecciati. Questo gesto è diventato un simbolo di solidarietà in tutto il mondo, di nuovo.


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