
Cento anni fa moriva Giovanni Amendola, vittima della violenza squadrista. Uomo politico di tendenze liberali, giornalista, docente di filosofia, Amendola è ricordato oggi come una delle figure prominenti del primo antifascismo, tra quelle che più convintamente si opposero all’ascesa al potere di Benito Mussolini. Nato a Napoli nel 1882, morirà esule a Cannes, in Francia, il 7 aprile 1926, per le conseguenze dirette delle feroci aggressioni fasciste subite nei mesi precedenti.


In occasione del centenario della morte, è stato ricordato con numerose e partecipate iniziative, alle quali i nipoti, Antonella e Giovanni, hanno voluto fortemente la presenza dell’ANPI, perché questa associazione rappresenta la vera continuità con i valori di Amendola. L’inizio a Napoli la mattina del 7 aprile con una cerimonia al cimitero monumentale di Poggioreale, nel quadrato degli uomini illustri, alla presenza dei nipoti, di un rappresentante del Comune partenopeo, l’assessore Vincenzo Santagada; di esponenti di quello di Sarno; dell’ANPI provinciale di Napoli, e con una corona inviata dal sindaco del capoluogo campano, Gaetano Manfredi. Alla cerimonia è intervenuto per l’ANPI nazionale il senatore Luigi Marino.
Sempre martedì 7, a Salerno, su iniziativa dell’ANPI provinciale, di concerto con Cgil, Libera e l’associazione Memoria in movimento, ha avuto luogo la deposizione di tre corone di fiori, sotto la statua che ritrae il martire antifascista, presenti Antonella e Giovanni Amendola; il presidente della Provincia, Giovanni Guzzo; la delegata del Comune, Mariella Santorufo. Nell’occasione, il presidente dell’ANPI provinciale di Salerno, Ubaldo Baldi, ha tenuto un breve discorso per ricordare la figura di Amendola e l’antifascismo prebellico.

Oggi, 8 aprile, il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, ha promosso a Palazzo San Giacomo, nella prestigiosa Sala Giunta, una cerimonia per il conferimento della Medaglia della Città di Napoli a Giovanni Amendola, in occasione del centenario della morte. “Napoli — ha detto il primo cittadino — rende omaggio a un uomo che ha pagato con la vita coerenza e attacamento ai valori di libertà, e oggi rappresenta un pilastro della nostra coscienza democratica. Celebrarne il sacrificio a cento anni dalla scomparsa significa riaffermare l’impegno della nostra città contro ogni forma di autoritarismo e a difesa del pensiero libero”.

Da considerare anche che, rispondendo a sollecitazioni dell’ANPI, le autorità cittadine avrebbero assunto l’impegno di ripulire il monumento dedicato ad Amendola la cui epigrafe, dettata da Benedetto Croce, è da tempo illeggibile. In scaletta, per oggi, la consegna di una medaglia alla memoria ai familiari del politico campano da parte del Comune di Napoli e un incontro pomeridiano all’altezza della targa fatta apporre dal sindaco partenopeo Maurizio Valenzi nel 1976 in memoria del martire antifascista per il cinquantesimo anniversario della sua morte. Le delegazioni del Comitato provinciale ANPI partenopeo sono state tutte guidate dal senatore Luigi Marino.

Il programma delle commemorazioni ha previsto, sempre per oggi, un incontro a Sarno dove la famiglia Amendola ha donato al Comune la camicia indossata dal politico antifascista dopo le dimissioni dall’ospedale di Pistoia – dove era stato ricoverato a seguito dell’ultima aggressione squadrista, subita nella notte tra il 20 e il 21 luglio 1925 – una serie di fotografie inedite e cimeli di importante valore storico quali primi lasciti della famiglia Amendola per la realizzazione del Museo Nazionale a Sarno, dedicato all’illustre antenato.

Si parlerà di Amendola anche venerdì 10 aprile al Circolo Culturale Santa Lucia di Meta di Sorrento in occasione di un incontro organizzato dalla sezione ANPI della Penisola Sorrentina in collaborazione con il Comitato provinciale ANPI Napoli. Tutte le iniziative sono state promosse non per dare luogo a mere celebrazioni formali e di circostanza, ma per rinnovare un impegno che in particolare di questi tempi assume un’importanza capitale: difendere i valori democratici che sono alla base della nostra Repubblica nata dalla Resistenza, e della Costituzione.

Ma chi era Giovanni Amendola? Primogenito di una famiglia originaria di Sarno, in provincia di Salerno, diede inizio alla carriera di giornalista dapprima in qualità di collaboratore della rivista di cultura e politica La Voce, fondata da Giuseppe Prezzolini nel 1908, poi del Corriere della Sera, stabilendo un rapporto di amicizia col direttore Luigi Albertini. Allo scoppio del Primo conflitto mondiale considerò inevitabile la guerra contro l’Austria-Ungheria, ritenendo che potesse dare al Paese l’occasione storica di integrare territori italiani posti all’epoca sotto dominio asburgico. Il suo sostegno all’intervento dell’Italia, posizione peraltro diffusa all’interno della gran parte del mondo liberale, vedeva nella guerra una possibilità di rinascita morale per il Paese nella quale egli credeva. Amendola si arruolò, quindi, come tenente di artiglieria sul fronte dell’Isonzo; la sua partecipazione al conflitto gli valse una Medaglia di Bronzo al Valor Militare.
Abbandonata la carriera accademica, dopo brevi esperienze di docenza si diede all’attività politica, sua vera vocazione, venendo eletto alla Camera prima nel 1919 e in seguito nel 1921 all’interno di una lista che sosteneva la corrente facente capo a Francesco Saverio Nitti, con il quale diede vita a un lungo rapporto di amicizia. Il territorio di Salerno fu il suo principale bacino elettorale sebbene non riuscì mai a conseguire il completo controllo politico della provincia in quanto osteggiato in questo dai liberali di Giovanni Giolitti. Nel 1922 divenne ministro delle Colonie del governo Facta; è l’anno della Marcia su Roma che vide Amendola tra coloro i quali chiesero inutilmente al re di proclamare lo stato d’assedio e fermare l’avanzata delle camicie nere. Iniziò in questo modo la sua ferma opposizione al fascismo in qualità di politico e di giornalista con interventi sulle pagine de Il Mondo, quotidiano da lui fondato, che costituiscono una testimonianza di quanto Amendola fosse tra i primi a intuire in modo lucido il pericolo rappresentato da Mussolini e dal suo partito.
Difensore del ruolo del Parlamento, l’intellettuale campano divenne oppositore del governo formato dal capo delle camicie nere respingendo le prospettive di compromesso sostenute da esponenti del mondo politico liberale come Giovanni Giolitti e Antonio Salandra. Queste sue posizioni gli procurarono l’avversione del costituendo regime in termini di intimidazioni e attacchi fisici che si verificheranno più volte; la prima ebbe luogo il 26 dicembre 1923 a Roma. In quella circostanza venne aggredito da quattro fascisti armati di bastone e ferito al capo. Ecco uno stralcio del suo personale resoconto dei fatti reso all’Alta Corte di Giustizia: “Mentre l’aggressione si svolgeva, udii un colpo di rivoltella esploso dietro le mie spalle. Ad un certo punto, uno degli aggressori mi venne davanti e mi colpì sulla faccia con un bastone ricoperto di cuoio. Era più basso di me, di corporatura piuttosto tarchiata, roseo nel volto, e con qualche capello grigio. Resistei finché potei, tentando di parare i colpi; ma poi mi mancarono le forze e caddi a terra, senza perdere i sensi, guardando verso via Sistina. Gli aggressori continuarono ancora a colpirmi; poi mi lasciarono” (ASSR, Ufficio dell’Alta corte di giustizia e degli studi legislativi, 1.2.257.2.3. Verbale della testimonianza dell’onorevole Giovanni Amendola, 9 febbraio 1925).
Ciò accadde meno di un anno prima del delitto Matteotti, episodio, quest’ultimo che, relativamente all’attività politica di Amendola, fu preceduto di poco dalla candidatura di questi alla Camera nella circoscrizione della Campania. Candidatura che gli valse la rielezione e che sfociò nella creazione, da parte sua, dell’Unione Meridionale (maggio 1924) trasformata in Unione Nazionale nel novembre successivo. Il deputato liberale divenne uno degli esponenti di spicco dell’opposizione al fascismo e, all’indomani dell’uccisione di Giacomo Matteotti si espresse in modo inequivocabile sulle colonne de Il Mondo denunciando lo svuotamento di significato e l’umiliazione del Parlamento divenuto “soltanto una burla” avendo fuori dalle sue porte “la milizia e l’illegalismo”.

Il barbaro assassinio dell’onorevole socialista Matteotti gettò l’Italia nello scompiglio e avrebbe rappresentato un momento di svolta per il governo Mussolini e per lo stesso Paese. Giovanni Amendola contribuì a compattare le opposizioni socialista, cattolica e liberale nella Secessione dell’Aventino e dichiarò la volontà di non prendere parte alle attività parlamentari fino a quando non fosse stata ripristinata la legalità.
Con Filippo Turati promosse una linea basata sull’opposizione non violenta al governo allora in carica, nella vana speranza che le responsabilità dell’esecutivo nella morte del deputato socialista inducessero il re a nominare un nuovo governo. Manifestò contrarietà a qualsiasi partecipazione popolare nella lotta contro il potere fascista e alla definizione di accordi con soggetti opposti al fascismo che non avessero partecipato alla Secessione aventiniana. Mesi dopo propose a Benedetto Croce la scrittura di un appello che mettesse insieme gli spiriti anti-regime di maggior rilievo e che sarebbe sfociata nel manifesto degli intellettuali antifascisti. Purtroppo né questa iniziativa né la summenzionata Secessione riuscirono a portare alla caduta del governo Mussolini né tanto meno alla sconfitta di un partito che avrebbe privato il Paese di qualsiasi forma di convivenza democratica. Giovanni Amendola si era segnalato con Albertini e con i gruppi demo-liberali come esponente di punta dell’opposizione costituzionale in Parlamento e pagò con la vita questa sua scelta, come nel caso di altri politici e intellettuali antifascisti.

L’ultima aggressione, avvenuta nel luglio del 1925 vicino a Montecatini, per mano di un gruppo di criminali fascisti, fu quella fatale. Si rifugiò in Francia e vi morì l’anno dopo, nel 1926, per i postumi traumatici dell’ultimo pestaggio; le sue ceneri furono trasportate da Cannes a Napoli nel 1950.
Uno dei suoi figli, Giorgio, aderirà al Partito comunista di cui diverrà uno dei massimi dirigenti a livello nazionale. Cioè a un soggetto politico con cui il padre non era mai stato in sintonia.
Oggi Giovanni Amendola è in particolare la figura simbolica dell’antifascismo salernitano; a lui sono dedicate la piazza di fronte alla sede del Comune e una statua.
Massimo Congiu, giornalista, responsabile della ricerca storica, attività culturali e comunicazione del Comitato provinciale ANPI Napoli
Pubblicato mercoledì 8 Aprile 2026
Stampato il 08/04/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/lanpi-in-memoria-di-giovanni-amendola-il-liberale-ucciso-dagli-squadristi-di-mussolini/





