Il senatore Pd Graziano Del Rio (Imagoeconomica, Andrea Panegrossi)

Non se ne sentiva il bisogno. Il disegno di legge n. 1722, presentato dal senatore Graziano Del Rio, quale primo firmatario e da altri senatori del Pd, di area riformista, si è aggiunto a quelli già pendenti a firma del senatore Gasparri (n. 1627), dei senatori Romeo, Pirovano e Bergesio (n. 1004) e del senatore Scalfarotto (n. 1575) [1], nel proporre di adottare la definizione operativa di antisemitismo elaborata dall’IHRA (International Holocaus Remembrance Alliance), già raccomandata agli Stati membri dalla risoluzione approvata dal Parlamento europeo il primo giugno 2017.

Il disegno di legge Del Rio interviene su due fronti: delega il governo ad adottare decreti legislativi per disciplinare “i diritti degli utenti e gli obblighi delle piattaforme, nonché le modalità di intervento dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) in materia di prevenzione, segnalazione, rimozione e san­zione dei contenuti antisemiti diffusi sulle piattaforme on line di servizi digitali in lin­gua italiana”. La definizione di antisemitismo è, come detto, quella dell’IHRA ed essa costituisce una “categoria specifica e distinta all’interno della più am­pia categoria delle espressioni d’odio in relazione ai contenuti veicolati dalle piattaforme”; come si dice in questi casi, le vittime dei discorsi d’odio sono tutte uguali, ma alcune sono più uguali delle altre. Poi, sempre secondo il disegno di legge, nelle università viene istituito un organismo di vigilanza, che deve monitorare le azioni dirette a contrastare i fenomeni di antisemitismo; lo stesso devono fare le altre istituzioni scolastiche, che ne comunicano al Ministero i risultati. In questa materia il disegno di legge non prevede sanzioni.

La cupola del Parlamento tedesco

In altri interventi comparsi su questa rivista ho denunciato che la definizione di antisemitismo proposta dall’IHRA tende ad assimilare, specie in alcune delle esemplificazioni proposte, il discorso d’odio antisemita con le accuse mosse alla vicenda storica del sionismo e alle politiche dello Stato di Israele nei confronti della popolazione araba della Palestina. Essa diventa dunque, nei fatti, più che uno strumento per contrastare odiose manifestazioni di razzismo, un sostegno ideologico all’agire dello Stato di Israele. Questa sovrapposizione o parziale identificazione – gravida di pericoli per le libertà di espressione, ma anche di ricerca, di insegnamento e di dibattito scientifico – è bene esemplificata da quanto si è verificato nella Repubblica Federale Tedesca ove, su richiesta dei gruppi parlamentari Spd, Cdu-Csu, Grunen e Fdp, in data 7 novembre 2024 è stata adottata una risoluzione che qualifica come fondamentale la definizione di antisemitismo dell’IHRA.

Nella proposta di risoluzione è reso esplicito l’intendimento di sostegno allo Stato di Israele, intendimento che è chiaramente di natura politica e quindi dovrebbe essere laicamente contestabile ed invece viene in modo mistificatorio presentato come atto dovuto per effetto del debito storico che la Germania ha nei confronti del mondo ebraico. Vi si dice infatti che dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre si è accresciuto l’odio per gli ebrei e l’antisemitismo legato a Israele, si afferma “l’incrollabile impegno a proteggere il diritto dello Stato di Israele a esistere come rifugio sicuro del popolo ebraico”, si assimila l’antisemitismo, la messa in discussione del diritto di Israele all’esistenza, l’invito al boicottaggio di Israele e il sostegno attivo al movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni), per negare sostegno finanziario a qualunque organizzazione esprima simili orientamenti. Si invita il governo a valutare la possibilità di vietare le attività e le organizzazioni BDS in Germania. Infine, si richiama, quali manifestazioni di antisemitismo, quanto verificatosi alla mostra d’arte Documenta 15 e alla Berlinale del febbraio 2024.

Un cenno a queste due vicende fa capire quale sia la posta in gioco.

Guillaume Cailleau e il regista Ben Russell al Festival del cinema di Berlino, 2024

Quanto verificatosi durante la premiazione del festival del cinema di Berlino può essere così sintetizzato: “il regista americano Ben Russell — salito sul palco con una sciarpa palestinese — ha parlato di «genocidio» nella Striscia di Gaza. Diverse persone in sala alzavano cartelli con la scritta “Ceasefire Now”, il regista di “No Other Land”, Basel Adra, ha dichiarato “È molto difficile per me festeggiare quando decine di migliaia di miei concittadini a Gaza vengono massacrati da Israele proprio adesso». Ha anche chiesto la sospensione delle forniture di armi dalla Germania a Israele e un cessate il fuoco. Il suo collega israeliano Yuval Abraham ha parlato di “apartheid”, “Il membro della giuria, Véréna Paravel, ha anche appiccicato alla schiena di Adra un cartello: tregua”, “la giurata Jasmine Trinca, consegnando un Orso, ha detto di «voler alzare la voce», e chiesto la fine dei bombardamenti a Gaza agitando in aria il pugno destro”. Già nell’immediato il sindaco di Berlino Kai Wegner (Cdu), presente in platea, scrisse su X: «Ciò che è successo ieri alla Berlinale è una inaccettabile relativizzazione. Berlino ha un’opinione chiara quando si tratta di libertà. Berlino è saldamente dalla parte di Israele. Non ci sono dubbi al riguardo. La piena responsabilità per la profonda sofferenza in Israele e nella Striscia di Gaza è di Hamas».

Il fatto che il festival di Berlino riceva rilevanti finanziamenti pubblici chiarisce il significato censorio ed autocensorio della minaccia insita nella risoluzione di negare ogni finanziamento alle organizzazioni “antisemite”, cioè, secondo questa vulgata, nemiche di Israele.

La mostra Documenta 15, 2022 a Kessel

Più complessa la vicenda verificatasi alla mostra d’arte Documenta 15 svoltasi a Kessel nel 2022 (per una ricostruzione della vicenda si può consultare il sito di Finestre sull’arte). La pietra dello scandalo è costituita da un pannello realizzato dal collettivo indonesiano Taring Padi. È un racconto della violenza esercitata sulla popolazione dalla dittatura di Suharto e alcuni dei personaggi rappresentati sono identificati dai nomi dei servizi segreti che sostenevano il regime. Compaiono due figure, un ebreo ortodosso con denti da vampiro e rune delle SS e un soldato con una faccia da maiale che indossa un elmetto con la scritta “Mossad”. Il caso è istruttivo per distinguere tra ciò che è antisemitismo e ciò che non lo è: le caricature dell’ebreo, corrispondenti a una tradizione infamante, lo sono, la condanna delle politiche di Israele e delle azioni del Mossad no. Ad ogni modo il pannello viene ritirato dalla mostra con le scuse del collettivo.

Università di Tubinga

Ciò premesso, quello che più interessa qui è che, nella prospettiva di una nuova risoluzione del Parlamento avente a tema il contrasto all’antisemitismo e all’ostilità verso Israele nelle scuole e nelle università, la Conferenza dei Rettori delle Università tedesche ha preso posizione, sottolineando come una tale risoluzione non sia né necessaria né utile a fronte dell’autonomia universitaria e della libertà accademica. Si è aggiunto, opportunamente, che la definizione di antisemitismo è l’oggetto e il compito del dibattito accademico e che lo Stato non si deve intromettere nel discorso accademico. La conferenza ha rigettato peraltro la richiesta di boicottaggio delle istituzioni universitarie e degli accademici israeliani. Ha concluso affermando che “la sensibilizzazione sulle minacce dell’antisemitismo attraverso la ricerca e la formazione, nonché lo scambio e la cooperazione, non le risoluzioni politiche, sono gli strumenti privilegiati, e le università svolgono questi compiti in modo responsabile” (risoluzione della 39° Assemblea Generale della Conferenza dei Rettori tedeschi, in Tubinga il 19.11.24).

Sembrerebbero affermazioni ovvie, quasi banali.

Il linguista e saggista politico Noam Chomsky

Ora, supponiamo che il senatore Del Rio e gli altri sottoscrittori del disegno di legge siano e si sentano liberal democratici. Ci si aspetterebbe allora che essi avvertano quello stesso obbligo morale a difendere ogni espressione di pensiero che ebbe Noam Chonsky quando nel 1969 – lui che l’anno seguente avrebbe parlato al Politecnico di Hanoi in un edificio semi distrutto dalle bombe americane – si batté perché l’architetto Whitman Rostow, sostenitore della guerra in Vietnam, fosse ammesso ad insegnare al MIT. E questo in un periodo in cui gli studenti americani erano spesso e volentieri manganellati dalla polizia. Perché l’Università, disse Chomsky, deve rimanere “a refugee from the censor”.

L’aula del Parlamento europeo

La questione da affrontare è allora perché esponenti politici che si professano liberaldemocratici si sono allineati con le varie destre nel far proprio un decalogo che, già in linea di principio, sposta il tema del confronto dal libero dibattito alla censura e alle sanzioni. La risposta di Del Rio pubblicata sul manifesto del 5 dicembre 2025 (così come l’intervista andata in onda su Radio Radicale il 26 gennaio 2026) non soddisfa. Egli non risponde ad alcuna delle obiezioni di merito mosse alla definizione di antisemitismo, ma si limita ad invocare il fatto che essa è stata adottata dal Parlamento Europeo nel 2017 e dal governo Conte nel 2020. Sarebbero da approfondire le ragioni per le quali, nell’assenza di informazione dell’opinione pubblica, furono adottate quelle risoluzioni, ma basta qui replicare che, se è umano sbagliare, è diabolico perseverare.

Del Rio accenna poi alle “forme di ostracismo che subiscono i professori universitari che vogliono confrontarsi: lezioni interrotte, interventi sabotati o disertati, inviti ritirati”. In disparte la questione della legalità di tali atti, deve osservarsi che essi, almeno nella maggior parte dei casi, sono contestazioni motivate da posizioni antisraeliane o antisioniste, non antisemite. Sarebbe come se si considerassero contestazioni a personalità russe, eventualmente responsabili di prese di posizione a favore di Putin e dell’intervento in Ucraina, come espressioni di antislavismo.

Protesta pro Palestina (Imagoeconomica, Saverio De Giglio)

Bisogna dire, a questo punto del discorso, che i presentatori del disegno di legge non possono non sapere:

  • che i discorsi d’odio sono stati fatti propri dalle élite al potere, che ne hanno fatto uno strumento di egemonia ideologica e di organizzazione gerarchia e violenta della società. Quei discorsi d’odio hanno ad oggetto per lo più gli ultimi della catena sociale, migranti, islamici, neri. Essi si sono tradotti in azioni d’odio, ispirate da xenofobia e razzismo, che vanno dal respingimento generalizzato alle frontiere alle retate di migranti irregolari ad opera di sgherri che operano senza legge, all’espulsione di intere popolazioni, sottesa all’idea di remigrazione; in questi discorsi d’odio rientrano a pieno titolo le azioni e gli atti di molti esponenti politici israeliani; e nelle azioni vi rientra, per quanto riguarda direttamente noi europei, quel genocidio prolungato nel tempo costituito dalle morti in mare di chi poteva essere salvato e non lo fu;
  • che quelle medesime classi dirigenti che fanno del discorso d’odio uno strumento di potere hanno usato la definizione dell’IHRA per rivolgerla contro chi protesta per il genocidio perpetrato a Gaza; mentre, al contrario, la soglia dell’attenzione si è abbassata nei confronti di quelle enclaves di antisemitismo vero, che si trovano schierate sul quel fronte xenofobo e suprematista, che si avvantaggia della sua collocazione in un continuum con le destre al governo; lo prova l’esito delle proteste contro la presenza al salone Più Libri Più Liberi della casa editrice Passaggio al Bosco, che gli organizzatori hanno ritenuto di non escludere, come da molti richiesto; a differenza di quello che era successo al Salone del Libro di Torino del 2019, quando la casa editrice Altaforte, a seguito della lettera aperta di Halina Birenbaum (scrittrice polacco israeliana sopravvissuta all’Olocausto), era stata esclusa dalla manifestazione;
  • che, volendo per un attimo calarci nell’atmosfera deprimente del dibattito politico nazionale, la scelta di presentare un disegno di legge in proprio schiera i firmatari a fianco della destra, che ha già avuto buon gioco a denunciare le divisioni del campo avverso ed accreditarsi come portatrice di valori universali di rispetto della dignità umana. Dal punto di vista della costruzione di un fronte anti-destre, la presentazione in proprio di quel disegno di legge (a cui oggi ha fatto seguito la partecipazione dei senatori Del Rio e Gasparri, assieme all’ambasciatore di Israele, a un convegno al Senato) può essere considerata un gesto autolesionista.

Ciò che più colpisce, nella nuova narrazione di un antisemitismo di regime, è la riduzione della complessità del reale, la rinuncia a strumenti euristici che facciano intendere le ragioni dei tanti genocidi della storia.

In un libro intervista recentemente pubblicato (La filosofia di fronte al genocidio, 2025, Cronopio) Etienne Balibar scrive che “dire un genocidio significa anche che bisogna paragonare”, “ogni genocidio… ha caratteristiche storiche, politiche e morali uniche… Ciò che specificamente rende Gaza unica non è solo il fatto che il genocidio sia perpetrato da ebrei, ma anche che [la Shoah] venga strumentalizzata per preparare, motivare, organizzare e far accettare Gaza. La Shoah come evento distruttivo e fondatore… non cessa di partecipare alla giustificazione del genocidio di Gaza… sostenendo l’affermazione per la quale “le vittime del genocidio” non potrebbero perpetrarlo a loro volta”. Etienne Balibar è nipote di un deportato morto ad Aushwitz e dice di avere solo ora cominciato a chiamarsi ebreo per distinguere la sua ebraicità da quella che si è fatta stato con Israele e per ricordare che la storia dell’ebraismo è fatta anche di rinnegati ed eretici. Torna allora l’interrogativo: perché lo hanno fatto?

L’ipotesi che l’intento sia quello di intralciare la segreteria Schlein, rendendo esplicita una fronda interna diretta ad impedirle di essere la candidata del centro sinistra è ipotesi che si affaccia alla mente solo per essere respinta con sdegno. Supponiamo allora che vi sia qualcosa di più profondo nella collocazione politica e culturale di quest’area liberaldemocratica, che spiega la scelta fatta. Nel suo recente libro sulla guerra del Peloponneso (La grande guerra del Peloponneso, 2024, Laterza), Luciano Canfora parla di quell’antica guerra perché il lettore intenda anche le vicende dell’oggi.

Ebbene, le “ragioni verissime” della guerra, come le intendeva Tucidide, dovevano rinvenirsi nello scontro di due potenze, Sparta e Atene, e delle rispettive, incompatibili vocazioni egemoniche. Atene, a differenza di Sparta, era una democrazia, ma era anche un impero. Era a capo di una lega, la lega delio attica, e imponeva tributi agli alleati, la cui funzione era quella di sostenere le spese militari; avocava a sé le scelte di politica estera, che gli alleati dovevano accettare; non tollerava che non si versassero i tributi e ancor meno che si uscisse dalla lega. La sorte degli abitanti di Melo, coloni lacedemoni, colpevoli di essere neutrali e forse di sostenere economicamente Sparta, dimostra quanto una democrazia possa essere violenta e insensibile a quello che oggi chiameremmo diritto internazionale. Così gli Ateniesi ai Melii secondo Tucidide (Le Storie, Libro V, par. 84 . 112): “voi siete a conoscenza del fatto, come lo sappiano noi, che la giustizia, nei ragionamenti umani, impronta un giudizio se le due parti sono sottoposte a eguale costrizione; il possibile invece lo fanno i più potenti e ad esso acconsentono i più deboli”; e ancora: “siamo qui per l’utilità del nostro impero, e che le proposte che faremo ora hanno per scopo la salvezza della vostra città, perché vogliamo dominarvi senza fatica, e che voi vi salviate in modo da promuovere l’utilità di tutti e due”. Lo stesso vale per gli abitanti di Scione (Le Storie, V, 32).

Busto di Pericle

Le due cose – essere una democrazia e una potenza imperiale – erano percepite non come contraddittorie, ma anzi intimamente connesse; ce lo dice Pericle nel suo primo discorso riportato da Tucidide (Le Storie, Libro I, 140): “[I Lacedemoni] ci ordinano infatti di abbandonare l’assedio di Potidea, di lasciare autonoma Egina,… dichiarano anche che dobbiamo permettere che i Greci siano autonomi” e nell’epitaffio per i caduti del primo anno di guerra (Le Storie, Libro II, par. 34-46) “[gli antenati] dopo aver conquistato, non senza fatica, tutto l’impero che possediamo, aggiungendolo a quanto avevano ereditato, hanno lasciato anche questo a noi, la generazione di oggi”… “E quanto al nome, per il fatto che non si amministra lo stato nell’interesse di pochi, ma di una maggioranza, si chiama democrazia”… “mentre noi, quando invadiamo il territorio dei nostri vicini, affrontiamo in battaglia in una terra straniera uomini che combattono per difendere i propri beni, e nella maggior parte dei casi li vinciamo senza difficoltà”. E, se si vuole, ecco un esempio di moderazione imperialistica: ”E sono degni di lode coloro che, pur seguendo la natura umana in modo da dominare sugli altri, dimostrano più giustizia di quanto non lo consentirebbe la potenza che è a loro disposizione (Le Storie I, 76)”.

Però ciò che contava, e ciò che conta, per i liberaldemocratici di tutti i tempi, era che Atene fosse anche una democrazia, e senz’altro lo era.

Flagellazione in Congo durante il periodo coloniale belga

Anche la Gran Bretagna era uno stato democratico, almeno liberale, e senz’altro lo era; era anche liberale, ma si rese responsabile di “massacri amministrativi”, come li chiamava Hanna Arendt. Lo stesso era il Belgio di Leopoldo II, che per parte sua commise atrocità in Congo. Anche Israele è uno stato democratico, almeno per gli israeliani. Al fondo del pensiero liberale, quasi come un postulato interiorizzato, vi è la convinzione che solo la democrazia, quella appunto che trarrebbe miticamente origine nell’Atene periclea e che alberga oggi nell’Occidente, può democratizzare il mondo. Ci sono certo arresti, intralci che rallentano, ma non invertono la rotta del movimento e la premessa irrinunciabile è la scelta di campo all’interno del sistema di forze esistente.

Nell’intervista già citata Etienne Balibar rinvia proprio alla Arendt delle Origini del totalitarismo, per osservare che il genocidio nazista ha comportato l’importazione in Europa dei modi di concentrazione e sterminio che gli europei mettevano in atto e perfezionavano nel resto del mondo. Formula l’ipotesi che anche la “colonizzazione della Palestina sia un momento intrinseco della storia del colonialismo europeo… proseguito fino ad oggi dalla stretta associazione di Israele con le potenze occidentali… utilizzando le conseguenze dello sterminio degli ebrei d’Europa al contempo come un’opportunità, come una risorsa (demografica, intellettuale) e come una copertura ideologica”.  Vi è un “postulato di diseguaglianza che è iscritto nel cuore della colonizzazione e, al di là di questa, del colonialismo di cui il sionismo è storicamente divenuto l’ultima incarnazione”.

Oggi però la distribuzione dei campi non coincide più con la tradizionale distinzione tra Occidente e Oriente: “l’Occidente smette di coincidere con lo spazio dell’uomo bianco occidentale – dice Balibar – e… Israele è passato dallo statuto di protetto a quello di cardine… Non è più l’Occidente che sostiene Israele, è Israele che tiene l’Occidente”. Invece che liberare la democrazia dalle proprie limitazioni, si assiste alla “ufficializzazione delle politiche razziste”, alla “vendetta aggressiva del virilismo misogino e omofobo”, “all’emergenza di un nazionalismo violentemente xenofobo, per il quale il corpo della nazione, fondato sulla discendenza e sulla comunità di valori”… deve essere preservato da ogni contaminazione straniera”. Può sembrare paradossale che la lotta all’antisemitismo, che è un portato dell’universalismo dei diritti e della dignità dell’essere umano, sia oggi brandita da chi ne fa un discorso di esclusione e discriminazione, da una destra che è al contempo causa e sintomo della crisi dell’ordine liberale.

L’Acropoli di Atene

Oggi quello che non vedono i nostri liberaldemocratici è che gli Spartani sono alle porte e che le lunghe mura di Atene stanno per cadere.

Mauro Dallacasa, già magistrato

 

 


NOTA

[1]  Per completezza si dà atto che sono stati presentati altri tre disegni di legge: n. 1757, ad iniziativa della senatrice Gelmini, n. 1762 ad iniziativa dei senatori Malan, Mieli, Scurria, Spinelli, Lisei, Della Porta, Speranzon, De Priamo e Terzi di Sant’Agata, n. 1765 d’iniziativa dei senatori Giorgis, Boccia e altri. Solo quest’ultimo si sforza di includere gli atti e le espressioni di antisemitismo entro una più ampia nozione di espressioni di odio e di discriminazione.