Le vicende quotidiane del nostro Paese ci chiedono a gran voce di fare in modo che la storia diventi attualità, con i neofascisti liberi di qualsiasi azione, immuni dall’accusa di apologia di fascismo e gli antifascisti identificati invece dalla polizia solo per aver esposto uno striscione. La storia diventa attualità dal momento in cui ci sono storie di donne e uomini che motivano una scelta di appartenenza, come quella di Lazzaro Battista, raccontata da Annibale Cogliano nel libro “Lo squadrismo irpino e il caso Battista-Buttazzi” (Quaderni Irpini, 2023). Un testo che fa chiarezza attraverso una attenta ricerca della verità che negli anni è mancata.
Di per sé, la vicenda in questione non rappresenta un’eccezione in tema di ingiustizia e d’abuso di potere in un sistema che si fondava sulla menzogna, l’opportunismo e l’infamia a tutti i livelli dello Stato. “Alla base di tutto c’è una colpa – scrive nella prefazione del volume Vincenzo Calò, componente della segreteria nazionale ANPI, responsabile Area Centro-Sud – quella di battersi contro uno stato di cose che offende la persona umana, impone l’autorità e soprattutto impedisce il sacrosanto principio di libertà”.

Ma andiamo ai fatti. Era il 21 maggio 1923 quando un gruppo di squadristi aggredisce Lazzaro Battista e Ciro Zeccardi, quest’ultimo, di ritorno da un funerale, reo di portare un garofano rosso nell’occhiello. È quanto basta per dare inizio alla provocazione e all’aggressione. Siamo ad Avellino, capoluogo irpino, e la presenza del Circolo di Cultura Proletaria, a cui aderirono studenti, operai, ferrovieri, postelegrafonici, ebbe un notevole ruolo nel rilancio del socialismo dopo la Prima guerra mondiale. Sezioni socialiste si formarono in tutta la provincia: Solofra, Ariano, Mirabella, Bonito, Atripalda, Luogosano, Calitri, Bisaccia, Lacedonia e Calabritto. Ma soprattutto risultò importante la creazione della federazione del partito, costituita a Montella nel 1920 per iniziativa di Ferdinando Cianciulli, “l’apostolo del socialismo irpino”, anch’egli vittima dei sicari dei notabili fascisti, in quello che risultò essere il primo Congresso provinciale socialista.
Tornando ai fatti, Zeccardi venne dunque accompagnato in questura, dove annunciò la morte dello squadrista Gino Buttazzi, colpito, a suo dire, da tre colpi di rivoltella sparati da Battista. Lo disse perché Lazzaro Battista era sì armato, ma non uccise lo squadrista poiché freddato alle spalle: Battista era infatti inseguito e non inseguitore. “È la tragedia più devastante e sanguinosa dello squadrismo irpino, il cui sipario si chiude con la beffarda e goffa costruzione del mito martire di Buttazzi, ucciso in realtà accidentalmente da un suo stesso compagno”, chiosa il docente nella ricostruzione della vicenda ricomposta anche con il supporto di fonti di archivio.
La città viene infatti messa a ferro e fuoco da una trentina di squadristi “che gridando e sparando colpi di rivoltella in aria imponevano la chiusura dei negozi per lutto”, afferma Cogliano, citando i documenti della Prefettura. A terra rimasero cinque persone, vittime di violenza inaudita. La stessa violenza che spingerà gli squadristi, indisturbati, a dare fuoco all’abitazione di Lazzaro Battista, mentre lui sarà dissuaso dal questore dal voler querelare gli aggressori di cui, sottolineava con gravità l’autorità di Pubblica Sicurezza, non conosceva neanche le generalità. «Si possono mai chiedere le generalità a coloro che ti stanno bastonando?», commenterà la figlia di Battista, Rosa, anni dopo.
“Nel mentre – continua l’autore – si mette in moto la macchina del fango del rovesciamento”: la stessa sera, il telegramma inviato a Mussolini, redatto dal fiduciario provinciale parla di “un gruppo di socialisti che con garofani rossi percorrevano vie motteggiando e manifestando gioia per sconfessione al nostro indirizzo politico”. Mentre Lazzaro Battista finì ingiustamente in carcere, protagonista di una vicenda che finalmente vede luce e verità.
Questa fu una vicenda che per il Partito Nazionale Fascista, in cerca di legittimità e di consenso diffuso, rappresentò l’occasione per reprimere lo squadrismo incontrollato della prima ora e accreditarsi come il partito dell’ordine. Anche questo viene spiegato agilmente dal volume, in una rigorosa analisi che illustra quanto lo squadrismo irpino e del Meridione in generale sia stato ben diverso da quello del Settentrione: qui non c’erano agrari o industriali che dovevano difendere con la violenza profitti e proprietà da operai o braccianti. Qui sarà quasi tutto il notabilato dello Stato Liberale a entrare nelle fila del Partito Nazionale fascista con poche eccezioni. Pochi anni dopo, l’Irpinia condivise con il resto del Sud Italia il triste primato di essere luogo di confino e di internamento fino alla Seconda guerra mondiale.
“Collocare questi fatti nell’alveo della verità storica è l’opportunità che ci diamo di non offrirci alla mistificazione, di fare opera di formazione delle giovani coscienze per realizzare un mondo migliore – commenta ancora Vincenzo Calò – nel segno del passato per guardare al futuro”. Perché “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario – continua il coordinatore Anpi per il Centro-Sud, citando Primo Levi – perché ciò che è accaduto può ritornare”.
Mariangela Di Marco, giornalista
Pubblicato domenica 18 Gennaio 2026
Stampato il 18/01/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/librarsi/avellino-1923-quando-i-fascisti-bastonavano-chiunque-avesse-un-garofano-rosso-allocchiello/





