In tempi di amnesia collettiva dove una parte del Paese vota esponenti politici che nel Giorno della Memoria non condannano esplicitamente la collaborazione tra nazisti e fascisti, il libro dello storico Pietro Arienti Mia cara sono nelle tue mani (Bellavite Editore) ha un gran valore che, attraverso le parole dell’oppositore politico Carlo Prina, ci ricorda quanto avvenne nel Campo di Fossoli, quel “pezzo di inferno” collocato nel territorio della pianura modenese di Carpi, a memoria perenne di cosa sia il Male come tragedia della storia. In questo luogo di disperazione e morte sono stati deportate oltre 5mila persone, tra ebrei e oppositori politici, come appunto Carlo Prina, arrestato perché, all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, non solo si rifiutò di combattere a fianco dei nazisti, tra le file della Repubblica sociale italiana, ma scelse al contrario di reclutare giovani per le formazioni partigiane.
Forte della sua esperienza militare nella Prima e nella Seconda guerra mondiale, il tenente Prina scelse “di non stare alla finestra” e, dopo le carceri di Monza e San Vittore di Milano, venne tradotto a Fossoli il 9 giugno 1944. Dal marzo dello stesso anno Fossoli era diventato infatti Campo poliziesco e di transito (Polizei und Durchgangslager), utilizzato dalle SS come anticamera dei Lager nazisti: di fatto il campo nazionale della deportazione razziale e politica dall’Italia. Tra i dodici convogli che dalla stazione di Carpi deportarono gli internati di Fossoli verso i campi di Auschwitz-Birkenau, Mauthausen, Dachau, Buchenwald, Flossenburg e Ravensbrück, viaggiò anche Primo Levi. Ricordò, da sopravvissuto, quando il giorno della partenza disse a un militare “Si ricordi che lei ne è complice”.
A questa complicità Carlo Prina si oppose, prima come uomo, aderendo all’ideale cattolico “che non si limita all’aspetto religioso ma che lo spinge a partecipare all’attività politica, in frenetica evoluzione agli esordi degli anni Venti”, scrive Arienti: il movimento cattolico cresce, e con esso un giovane Prina che “prende parte”, per dirla con l’etimologia di partigiano formulata da Gramsci, mentre don Luigi Sturzo fonda il Partito Popolare in cui Prina sarà attivo nella sezione di Monza fino al 1926, anno in cui il regime mussoliniano vieterà la costituzione di qualsiasi partito che non fosse quello fascista. Poi come militare esperto, partecipando alle attività del CLN coordinate in riunioni clandestine che si tenevano in due trattorie storiche monzesi. Una delle quali apriva sulla strada che oggi è a lui intitolata. “Non per odio, ma per amore”, diranno i primi partigiani cristiani in quell’organizzazione così ben strutturata che Prina definirà “una catena”.
Ossatura del volume sono le lettere clandestine e autorizzate che l’antifascista monzese indirizzò alla moglie Elena Mauri e che, tra le altre cose, rivelano uno spaccato della vita dei luoghi di prigionia, le firme sui verbali imposte in “stato di prostrazione incosciente per le botte e le imposizioni subite”, il dramma degli ebrei, l’utilizzo della tortura e l’opportunità, rara, di conoscere l’animo di chi viene privato illegittimamente della propria libertà. “Una corrispondenza – afferma il presidente della Fondazione Fossoli, Pierluigi Castagnetti, nella prefazione del libro – attorno a cui è stata costruita questa originale biografia del dolore”. Un patrimonio straordinario che gli eredi Prina hanno conservato come una reliquia e che hanno donato alla fondazione durante la campagna “Salva una storia” lanciata dalla Fondazione per essere adeguatamente conservate, analizzate e messe a disposizione della comunità internazionale di studiosi.
Prezioso il libro Mia cara sono nelle tue mani perché fornisce anche dettagli sul ruolo, da tempo non più taciuto, delle donne nella Resistenza che si declinò in una vasta gamma di attività: staffette, infermiere, informatrici, organizzatrici di scioperi, spie, strumenti di diffusione della stampa clandestina, combattendo una guerra silenziosa, ma non meno decisiva. Con la figlia Giovanna, Elena Mauri farà infatti parte di quella rete che si occupò del sostegno alle famiglie dei partigiani lontani. Il CNL attestò la sua collaborazione all’ UDI, l’Unione Donne Italiane, mentre su di lei gravava la gestione politica della scarcerazione di un oppositore politico scomodo, così scomodo che sarà trucidato dalle SS il 12 luglio 1944 con altri 67 uomini, tra cui alcuni suoi compagni di lotta, presso il poligono di tiro di Cibeno (I 67), poco distante dal Campo, e sotterrati in una fossa comune. A lei sono dedicate le parole di un uomo ignaro degli ultimi atti della sua vita: “Mia amatissima, miei bambini amati – scriveva in un biglietto riportato nel volume – sono le 19 e dall’ appello fatto sono in partenza per domattina presto, non sappiamo per dove! Che il buon Dio m’ assista!! Pregate tanto per me!! Ti bacio tanto tanto, vi penso”. La famiglia saprà della sua morte solo dopo la Liberazione.

È un libro intimo, che narra un’esperienza in prima persona, che però è anche plurale, che si aggiunge alla “memoria del noi” e quindi anche politico perché tra le parole di queste vite spezzate di chi attraversò il Campo di Fossoli vi è la prova provata che le milizie Schutz-Staffel e quelle della Repubblica sociale italiana agivano insieme, commettendo i più gravi crimini del Novecento. È bene tenerlo a mente di fronte alle affermazioni decontestualizzate degli esponenti del governo Meloni.
Mariangela Di Marco, giornalista
Pubblicato domenica 15 Marzo 2026
Stampato il 15/03/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/librarsi/nei-campi-di-concentramento-fascisti-ecco-cosa-accadeva-a-fossoli-anticamera-dei-lager/






