
All’alba del 4 di Maggio/
ci bucarono gli occhi e le mani/
perché nostra colpa era quella/di esser fratelli dei partigiani
Ma il sangue nostro versato/
è quello che inizia la terra/
nell’ora della promessa/
ora e sempre Resistenza
4 maggio 1944 – In memoria
Nati sul finire degli anni Settanta sulla scena marchigiana, a partire dal decennio successivo cominciano la loro avvincente storia discografica, passando dall’autoproduzione alle grandi etichette per poi tornare alla libertà espressiva, nello stile e nella scelta dei contenuti. Sono numerosi i temi che le canzoni dei Gang hanno affrontato nei tanti anni di carriera: il contrasto alla mafia, la difesa dei più fragili, le lotte dei popoli dell’America Latina, la guerra in Palestina, il mondo del lavoro sommerso e sfruttato, l’invadenza e l’inaffidabilità dei mass media, l’emigrazione del passato e quella di oggi, l’antimilitarismo, le radici e l’identità, la Resistenza, anche l’amore. Un canzoniere epico, un grande atlante popolare nel quale andare a ricercare fatti della storia d’Italia e del mondo, protagonisti di azioni eroiche o di semplici gesti di umanità. Un vangelo in cui sono raccolti i capisaldi del vivere civile, le basi su cui poter poggiare un futuro solido. E anche le insidie e le minacce, tutto ciò che adombra e stritola quei principi e che getta il mondo nell’indifferenza, nella violenza, nell’ignoranza e nella precarietà. Ieri come oggi.

Ne abbiamo parlato con Marino Severini, fondatore insieme al fratello Sandro, che ha concesso a Patria Indipendente una intervista generosissima. Dalle sue parole, trasuda l’impegno che da sempre caratterizza il gruppo marchigiano nel tenere viva la memoria della Resistenza, cantando le canzoni partigiane e componendone di nuove, che sono diventate dei classici da intonare nei giorni delle celebrazioni e in tutti quelli in cui è importante ricordare il sacrificio di quanti hanno perso la vita per un’Italia libera.
Uno dei temi chiave è quello della memoria resistenziale che avete esplorato in diversi album, cantando sia canzoni tradizionali partigiane, sia originali da voi composte. Per i Gang e per Marino Severini la Resistenza non è solo storia: è memoria viva, scelta politica, cultura popolare. Che significato ha per te oggi la parola Resistenza, fuori dai libri di storia? Cosa rispondi a chi dice che “la Resistenza è roba del passato”? Che cosa può fare la musica oggi affinché la Resistenza non diventi solo testimonianza, rischiando di limitarsi a commemorare il passato? A voi quali aspetti della Resistenza interessa raccontare?
Ogni 25 aprile, da decenni, siamo invitati a partecipare, con le nostre canzoni, a iniziative volte a celebrare la Resistenza. Ogni volta torno a casa con la convinzione che la Resistenza non debba essere semplicemente celebrata, perché la Resistenza va vissuta. Oggi come ieri, “sempre e per sempre”. Certo, noi non dobbiamo oggi combattere il fascismo andando in montagna e usare fucili e pistole ma allora è necessario capire oggi chi sono i nuovi partigiani. Allora quando vado nelle scuole e incontro studenti delle classi medie e superiori porto con me un libro Il prete giusto di Nuto Revelli. In questo libro Revelli raccoglie le testimonianze di un prete piemontese, Don Raimondo Viale, che a suo modo aveva fatto la Resistenza, e fra i tanti suoi racconti, aneddoti, riflessioni mi è rimasta sempre impressa una frase, quella in cui Don Raimondo Viale dice che La Resistenza è sacra.

È sacra perché sta dalla parte della vita. Non solo: se il nostro immaginario, quando si parla di Resistenza, si rifà a quella del ’43-’45, Don Raimondo Viale ci ricorda che la storia dell’umanità è piena di Resistenza. Quando c’è la Resistenza? quando la vita viene violata, lesa, ed ecco allora che qualcuno si mette dalla parte della Vita, se ne fa carico, la difende! Chi sono allora oggi i nuovi partigiani? Quelle e quelli che si mettono dalla parte di quelle vite che cercano una via di fuga, salvezza dalla fame, dalle guerre, dalla morte. Per primi gli equipaggi delle ONG, che vanno a salvare quelle vite anche violando le leggi degli Stati e dei loro confini e frontiere. Partigiani sono Amnesty o Medici senza frontiere e tutti coloro che lottano ogni giorno contro ogni guerra. In loro rivive secondo me lo spirito “sacro” di chi ha liberato il nostro Paese dall’orrore del fascismo e ha posto le fondamenta del nostro vivere civile. (La Resistenza è sacra poiché il sacro si fa col sacrificio. Per questo basta rileggere Le Lettere dei condannati a morte della Resistenza, un testo sacro della Resistenza.).
Diversi sono i fatti legati alla Resistenza che avete raccontato, penso a Maggio 1944 – in memoria, canzone sulla strage di Sant’Angelo di Arcevia, o persone di cui tenete viva la memoria, i sette fratelli Cervi, Giovanni e Nori, il partigiano Wilfredo Caimmi. C’è un episodio della Resistenza o una figura in particolare che ti hanno segnato più di altri, personalmente o artisticamente?
Nel corso degli anni viaggiando per questo Paese ho avuto l’onore e il piacere di conoscere molte partigiane e partigiani. Il fatto di aver scritto e cantato canzoni come Eurialo e Niso, La pianura dei sette fratelli e molte altre ispirate alla Resistenza, mi ha fatto guadagnare molta stima e fiducia nei confronti chi ha combattuto contro il fascismo. Ho ricevuto in dono centinaia di documenti storici, libri, racconti e testimonianze scritte, delle lotte partigiane anche da parte di figli e nipoti di partigiani. Questo per me è molto importante perché significa che le mie canzoni sono arrivate a chi speravo che arrivassero, hanno trovato casa nei cuori di chi, quando è stato il momento, ha scelto da che parte stare, dalla parte dei Giusti! Sono stati questi incontri che m’hanno fatto capire l’importanza delle canzoni ispirate dalla Resistenza e dai suoi protagonisti. Una figura che m’ha segnato più di altre è quella di Wilfredo Caimmi. La sua storia mi ricorda sempre le parole che ho sentito pronunciare spesso da una intellettuale contadina come Maria Cervi: «Ogni conquista non è per sempre!».

È a Wilfredo che abbiamo dedicato Ottavo Chilometro, che non è soltanto una canzone ma una promessa fatta a un uomo che non c’è più, ma resterà per sempre nel sentimento della memoria mio e di molti altri compagni. Wilfredo Caimmi, partigiano una volta e per sempre.

Nato ad Ancona nel quartiere popolare del Piano San Lazzaro. Comunista, partigiano a diciotto anni aderì alle Brigate Garibaldi, e, sopravvissuto alla strage nazifascista di Monte Sant’Angelo, entrò a far parte dei Gruppi di combattimento Cremona, combattendo valorosamente (tanto da meritare la decorazione), sino alla Liberazione. Nel dopoguerra Caimmi fece una vita molto riservata, ma il suo nome balzò sulle pagine dei giornali nel 1990, quando si scoprì che, per anni e anni, aveva conservato nel sottoscala della sua casa le armi della sua formazione partigiana. Il “corpo di reato” (che oggi è raccolto nel Museo della Resistenza di Falconara Marittima), costò a Caimmi il carcere per alcune settimane. Di tutte quelle armi non ne funzionava da tempo neanche una, ma la vicenda fece scattare in lui il desiderio di raccontare le sue drammatiche esperienze di militante antifascista e di partigiano. Con Alfredo Antomarini scrisse Ottavo chilometro. Memorie di vita partigiana nelle Marche. A questo libro, pubblicato nel 1995, seguirono il romanzo La notte senza topi e una serie di racconti e di romanzi, l’ultimo dei quali, Harlem, è uscito nel 2004. Wilfredo Caimmi è scomparso il 17 ottobre del 2009. Con Wilfredo ci incontrammo, sia io che Sandro, insieme ad altri compagni, in molte occasioni.

Passammo diverse serate e una volta alla fine di una di queste, gli feci una domanda che volevo fargli da tempo: “Ma Wilfredo, perché dopo tutti questi anni, non hai consegnato le armi? che per altro manco funzionavano?” E lui mi rispose con due parole con le quali in un istante mi raccontò tutta la storia di questo Paese dalla fine della guerra a oggi. “A chi e quando”? E allora in un attimo ho rivisto l’Italia da Scelba fino alla Meloni. Di chi si doveva fidare uno come Wilfredo che era stato partigiano da ragazzo, ma lo era rimasto sempre, per tutta la sua vita? E quando? Oggi gli eredi dichiarati di quei fascisti contro cui combatté Caimmi sono al governo di questo Paese. E questo mi fa pensare che per essere antifascisti non basta essere antifascisti ma occorre essere anticapitalisti! Bisogna essere contro il capitalismo e tutti i suoi travestimenti, le sue maschere degli orrori, che sia liberismo, che sia capitalismo industriale o finanziario ma sempre resta sfruttamento dell’uomo sull’uomo. E fino a che questo sistema non verrà sconfitto, ci saranno i fascisti. Basta andare indietro nella storia del Paese per accorgerci che il fascismo torna puntuale ogni volta che il Paese non ha futuro. Non riesce a darsi un futuro. Come scrive Pietro Barcellona nel suo Alzata con Pugno: «senza futuro c’è sempre fascismo. Il fascismo è questa logica e questa psicologia dell’immediato che distrugge. È la logica dello sfogo delle pulsioni, uno sfogo mortale. Perché è anche la fine delle passioni. Al contrario, la capacità di durare, di guardare al futuro, di progettare e di avere una passione per il “differire” è per me una posizione di sinistra». Condivido queste parole e aggiungo anche che la Sinistra se non aspira a lavorare per divenire un partito o organizzazione di massa, non è sinistra, ma soltanto una miriade di gruppi che agiscono “sbandati” in un pantano, quello del presente, dove sguazzano soltanto i fascisti, vecchi e nuovi.
La Pianura dei sette fratelli merita una riflessione. È una canzone diversa da tutte le altre, si sente la commozione di chi l’ha scritta, di chi è rimasto toccato da una storia straziante, e quell’emozione la rende percepibile a ogni ascolto. Qual è la genesi di questa canzone? Perché è rimasta così impressa, ripresa da altri interpreti, variamente “coverizzata”?
Quello della Resistenza fin dai primi anni Novanta fu per noi una specie di “chiodo fisso”. Quasi trent’anni erano trascorsi dall’ultima canzone italiana ispirata alla Resistenza: Dante di Nanni degli Stormy Six. Bisognava assolutamente ricucire quello strappo, costruire un ponte fra la rivolta partigiana e le nostre, occorreva riannodare quel filo che s’era spezzato. Registrammo Storie d’Italia nel 1993 e in quell’album incidemmo Eurialo e Niso. Il testo era di Bubola. L’aveva già proposta a De Andrè per farne una canzone. Ma De André non ne voleva sapere quindi la passò a noi sapendo che avremmo voluto cantare una canzone ispirata alla Resistenza.Come sempre accade, una canzone, in questo caso Eurialo e Niso, ci aveva condotti verso un mondo che si sentiva protagonista attraverso quella canzone. Questo fatto ti fa sempre guadagnare stima, fiducia, gratitudine. Ti restituisce appartenenza. Significa che hai accesso a tante storie simili a quella che hai cantato. È – lo ripeto – come se tiri un sasso nello stagno e questo crea dei cerchi sempre più grandi. E i cerchi sono gli incontri e gli incontri portano con sé altre storie. A volte, alcune di esse, diventano canzoni. D’accordo, Eurialo e Niso era stata un buon “passaporto”, ma a me non convinceva del tutto. Non era quella la “canzone delle canzoni” per cantare la Resistenza. Di questo ne ero certo, me lo sentivo dentro, in quel momento era soltanto una sensazione. Avevamo traslocato la Resistenza nel Mito! La vicenda di due valorosi ed eroici giovani che in nome del valore sacro dell’amicizia sacrificano le loro vite. Ci stava, ma l’Eneide l’avevo conosciuta sui banchi di scuola attraverso un libro di Epica. La sentivo lontana, dovevo andare più a fondo nei miei sentimenti per poter cantare la lotta e il riscatto dall’orrore nazifascista.
A forza di ascoltare tante storie di partigiani in quei due anni, sentivo sempre più che c’era in me qualcos’altro, era come un pesce che nuotava nelle profondità, dovevo trovare qualcuno o qualcosa che lo attirasse in superficie, che lo attraesse. E così fu. Allora Sandro era solito comprare in edicola tutte le settimane “Avvenimenti”. Nel numero di aprile del 1994 (nel cinquantesimo della Liberazione) c’era in allegato I miei sette figli di Alcide Cervi, prefazione di Sandro Pertini e Luigi Einaudi. Sandro, mio fratello, mi diede quel libretto dicendomi «tienilo pure, leggilo, che magari ce trovi quello che stai a cerca’ da un po’». Alcide Cervi presentava il racconto così: «Difendo la memoria dei miei figli e dei partigiani. Perciò mi sono deciso a raccontare». Lo lessi e lo rilessi e lo rilessi ancora. E ogni volta provai una grande e profonda commozione di fronte a tanta fierezza, tenerezza e forza. Mi specchiai in quelle parole e mi riconobbi. Riconobbi la mia infanzia, i racconti della nonna, di mio padre, degli zii e zie, dei vicini di casa, del mondo contadino e della sua cultura, e in essa trovai la radice più profonda della Resistenza.

Quella di una grande civiltà che praticava e sapeva trasmettere di generazione in generazione i valori sacri della vita, attraverso il rapporto con la natura e l’universo, i canti e i balli, i racconti nelle stalle, le veglie, i riti. Un mondo che creava un senso di socialità e di comunità con il quale affrontare le difficoltà della vita. Questo era il mio mondo e lo ritrovai nelle pagine di Alcide. Ogni sabato e domenica che ricordo della mia infanzia erano tutti lì dove c’era da dare una mano a chi stava costruendo una casa, o se c’era da mietere il grano o fare il pane per tutta la settimana. Tutti per uno e ognuno per tutti: una comunità! Ma la cosa che più mi commuoveva era come quel mondo contadino, nelle parole di Alcide, avesse tanta fede nel nuovo orizzonte che gli si stava spalancando di fronte: il progresso! La possibilità di entrare nella Storia da protagonista grazie alla conoscenza, alle nuove tecniche e tecnologie, alla cultura. L’emancipazione, come conquista e promessa per poter partecipare alla costruzione del futuro. I contadini col mappamondo. Un mappamondo issato come una bandiera sul trattore. Quella era la strada da percorrere, il sapere, le idee, le scienze, l’economia, il progresso al servizio del bene e del benessere dell’umanità! Il progresso avrebbe liberato il mondo dalla miseria. I Cervi, il mondo e la civiltà contadina, avevano tracciato il solco e indicato la via. Ma questo progresso significava “ad ognuno il suo” in parti uguali. E da ognuno in base alle proprie possibilità. Il frutto, quel pane che dal raccolto sarebbe stato messo sulla tavola andava spezzato e diviso fra tutti e in parti uguali. La stessa cosa valeva per il vino.


Questo era il progresso per quel mondo, non un miraggio, ma un sole all’alba di un nuovo giorno, che dichiarava la fine di una notte che durava da secoli. E davanti a quel sole i contadini col mappamondo alzavano le schiene ricurve, disegnando con i loro sguardi una terra senza confini. «Tutta la mia famiglia ha sempre sentito che gli uomini sono uguali e che devono essere uniti per il progresso» diceva Alcide Cervi. E poi: «Penso che la gente debba sapere che noi dei Clash siamo anti-fascisti, contro la violenza, siamo anti-razzisti e per la creatività. Noi siamo contro l’ignoranza», diceva Joe Strummer.
Contro l’ignoranza, eccola la radice comune della Resistenza. Leggendo e rileggendo il racconto di Alcide Cervi venne a galla, pian piano, quando meno me l’aspettavo, quel verso, la fine di quella poesia, che avevo letto tanto e tanto tempo prima: «Non sapevano soldati, filosofi, poeti / di questo umanesimo di razza contadina», scriveva Salvatore Quasimodo in Ai fratelli Cervi, alla loro Italia. Un umanesimo di razza contadina, che fu poi operaia. L’umanesimo come fonte della modernità. Una modernità e un progresso che, come una locomotiva, è guidato dai valori di uguaglianza, di solidarietà, di giustizia sociale, della dignità dell’uomo, cioè principi, valori, espressioni di quel vivere collettivo di radice contadina. Un umanesimo umano e democratico, cristiano e socialista, quello dei Cervi, quello della “razza” contadina. Ed è in quell’umanesimo di razza contadina e poi operaia che sta la fonte di ogni antifascismo, quello di ieri, di oggi e di domani. Nella volontà di partecipazione alla vita democratica e nell’acquisizione dei mezzi per poter partecipare. Bisognava allora cantarlo quell’umanesimo.
Nella canzone c’è un verso che precede ogni strofa, ogni capitolo: «Terra Acqua e Vento» o «Pioggia Neve e Gelo» o «Nuvola Lampo e Tuono» e che inserisce la storia in una cornice “fuori dalla Storia”, nel Mito. Quando l’uomo e l’universo erano una cosa sola. Con La Pianura dei sette fratelli per la prima volta la Resistenza viene cantata con la voce e la parola del sentimento, della commozione. È stato come accendere un fuoco attorno al quale ti ritrovavi e ti scoprivi parte di una comunità. Qualcosa che precede e va al di là, oltre l’ideologia. Oltre la Storia dei vincitori e dei vinti. I fratelli Cervi diventavano invincibili ed eterni. «La Rivoluzione non è che un sentimento» scriveva Pasolini, così come la Resistenza, aggiungo io, non è stata che un sentimento, o meglio, «un immenso e glorioso sogno di pace» per dirla con le parole di Ernesto Balducci, anzi di padre Ernesto Balducci, una delle più grandi personalità del mondo cristiano-socialista del secolo scorso.
Del resto, il mio antifascismo è radicato più nel sentimento, direi quasi più negli affetti, che non nell’ideologia. Non lo so perché La Pianura dei sette fratelli sia entrata pian piano nel canzoniere popolare, molti dicono perché è una canzone d’amore. Forse è così. L’amore riscatta il dolore, la morte. Più forte della morte è solo l’amore! A questo proposito mi sono sentito dire molto spesso da quasi tutti coloro che fecero la Resistenza «l’ho fatto perché quelli che sarebbero venuti dopo di me non fossero mai più costretti a farlo». Né a rischiare la propria vita e né a toglierla ad altri. Non fossero costretti ad essere uccisi né ad uccidere. Questo ci restituisce la Resistenza come “grande atto di amore” verso le future generazioni, verso i figli.
E poi ci sono le canzoni che raccontano di Maria Santiloni Cavatassi, di Iside Viana, canzoni che ricordano l’impegno delle donne nella Resistenza. Si fanno portatrici, oggi, anche di altri messaggi queste donne e dunque queste canzoni?
In quel bellissimo libro che è La Resistenza delle donne, l’autrice Benedetta Tobagi, rivolgendosi alle donne chiede: «E tu, ora, cosa farai? Come raccoglierai questa eredità?». Non sta a me rispondere, ma credo che la risposta sia nella prima pagina dello stesso libro. Nei versi del poeta Ingeborg Bachmann: «segui un canto / che ne prometta un altro futuro».
La storia di Maria Cavatassi che ho cantato rivela lo spirito guida e il senso profondo del cammino di Liberazione, più che di emancipazione, delle donne in questo Paese, e non solo. Maria Santiloni Cavatassi, “una per tutte”. Nata nel novembre del ’28 a Comunanza in provincia di Ascoli Piceno. Otto figli: un maschio e sette femmine. Per i genitori di Maria Cavatassi, contadini mezzadri, era difficilissimo farsi affidare un terreno, perché con tutte quelle femmine si pensava che avrebbero reso troppo poco. Nei contratti di mezzadria, le donne venivano conteggiate meno della metà di un uomo. Perciò anche quando otteneva un contratto, e dovendo accettare condizioni economiche durissime, la famiglia viveva in estrema povertà. Eppure, non rimase insensibile alle ingiustizie che subivano altri sfortunati come loro. Quando i partigiani e i soldati fuggiaschi cominciarono a presentarsi alla loro porta chiedendo aiuto, la famiglia decise tutta insieme di rispondere alla richiesta.

Fu la madre a decidersi per prima, convincendo il padre, e insieme consultarono i figli, e tutti si assunsero la responsabilità del pericolo che avrebbero corso. Ospitarono due soldati fuggiaschi, nascondendoli in una grotta scavata dal padre di Maria, e diversi partigiani di passaggio. Condividevano il poco cibo che avevano, e tutti dormivano su assi di legno e pagliericci, nessuno aveva un materasso. Quando la guerra finì, per Maria cominciò una nuova vita in cui mise a frutto ciò che aveva imparato con la Resistenza e l’importanza di lottare contro le ingiustizie. Giovanissima (non aveva ancora vent’anni) e senza titoli di studio, si unì alle lotte sindacali contadine, fino a diventare responsabile di Federmezzadri, con cui riuscì a strappare un contratto più dignitoso per i mezzadri. Sposò poi un funzionario del Partito Comunista e partecipò alla fondazione dell’Udi, Unione delle Donne Italiane. La storia dell’emancipazione delle donne è una storia molto lunga che va di pari passo con la storia della Liberazione dell’Umanità.
Di acqua ne è passata da quando Euripide definiva la donna “oikurema”, cioè custode della casa, ma ancora c’è molta strada da fare. Ancora oggi a una eguaglianza formale non corrisponde una eguaglianza sociale fra uomo e donna. Questo non significa secondo me che l’emancipazione delle donne debba essere considerata soltanto nell’ambito del lavoro e delle condizioni lavorative, ma va anche considerata in un ambito spirituale, dell’eros, che costituisce un nucleo significativo del rapporto uomo-donna. Non solo. L’emancipazione femminile è un aspetto specifico della più generale emancipazione sociale e soltanto se la mettiamo in relazione ad essa può avere delle possibilità concrete di realizzazione. Questo per dire semplicemente che l’emancipazione della donna non può realisticamente avvenire senza un’emancipazione dell’uomo.
E poi c’è Iside Viana, sarta vercellese, comunista, antifascista, nata nel 1902 aveva aderito al PCI, trasferendosi nel 1824 in Brasile. Al ritorno divenne funzionaria del partito ed entrò in clandestinità divenendo successivamente responsabile del circondario di Biella, prima di trasferirsi a Milano. Arrestata, ammise la propria fede politica e fu condannata a quattro anni di reclusione. Morì nella casa penale di Perugia nel novembre 1933. Nonostante le richieste di grazia, il potere fascista sordo e cieco, ogni le negò ogni possibilità, considerandola sovversiva pericolosa e non meritevole di alcuna considerazione. Alla sua storia è ispirata Iside (album Fuori dal controllo, 1997).
“Venite su al confine/nell’ora del tramonto/voi che siete stati/siete il sale del mondo/voi che vi siete fatti vivi/e viva è la memoria/del giorno che in aprile/ci siamo fatti storia”, sono versi di Aprile. Quando scrivi una canzone sulla Resistenza, a chi stai parlando: ai vivi o a chi non c’è più, alle nuove generazioni o a chi va ricordato?
A entrambi, sia alle nuove generazioni affinché in loro sia vivo il sentimento della memoria e sia a chi va ricordato. Per dire “grazie” a costoro e quindi essere grato per il dono della libertà che hanno fatto a me e a tutto un Paese, a costo del loro sacrificio. Ma credo sia quel bisogno di mettere al sicuro i morti, i nostri morti. Di farmi in qualche modo custode e sentinella della loro memoria. Scriveva Benjamin: «il dono di riattizzare nel passato la scintilla della speranza è presente solo in quello storico che è compenetrato dall’idea che neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince». E questo nemico non ha smesso di vincere. Noi non potremo “riaccendere il fuoco” se non saremo capaci di salvare i nostri morti schiacciati dal nemico e che il nemico vuole farci dimenticare.
Alle barricate racconta di un evento storico, l’azione collettiva della città di Parma che bloccò l’avanzare di uno schieramento fascista. Ha avuto un ruolo questa canzone nel tenere viva la memoria?
L’agosto del ’22. Parma. L’Oltretorrente. Gli arditi del Popolo. Picelli. La prima grande vittoria sul fascismo. Il 31 luglio del 1922, l’Alleanza del Lavoro (unione di quelli che erano i sindacati di sinistra prima dell’avvento del regime), indisse uno sciopero “contro le violenze fasciste” e “l’indifferenza dello Stato verso di esse”. La notizia trapelò e Mussolini poté organizzare una resistenza anticipata inviando a tutte le federazioni del Partito nazionale fascista (Pnf) una circolare segretissima: «Se a quarantotto ore dalla proclamazione dello sciopero il Governo non sarà riuscito a stroncarlo, i fascisti provvederanno essi direttamente alla bisogna. I fascisti debbono, trascorso il suaccennato periodo delle quarantotto ore, e sempre che lo sciopero perduri, puntare sui capoluoghi delle rispettive Province e occuparli». A Parma, di fronte alla resistenza popolare, dopo cinque giorni d’assedio operato dagli squadristi, comandati prima da un quadrumvirato locale e successivamente da Italo Balbo, i fascisti, resisi conto dell’impossibilità di conquistare la città, si dovettero arrendere passando il compito del controllo dell’ordine pubblico all’esercito. Una storia che è stata dimenticata. Se oggi i fascisti sono di nuovo al governo è anche perché gli antifascisti hanno dimenticato storie come questa. Perché andando indietro si va avanti. Ed è proprio andando indietro che noi possiamo trovare quelle storie che ci danno dei buoni consigli per andare avanti. Cosa ci insegna l’Oltretorrente di Parma e le Barricate del ’22? Che bisogna farlo quando è ora perché poi è troppo tardi. Le Barricate di Parma e la vittoria sui fascisti avviene nell’agosto del ’22, quindi se gran parte degli italiani avessero fatto quello che fecero quelli dell’Oltretorrente, non nel ’43-’45 ma venti anni prima, questo Paese non avrebbe vissuto l’orrore del fascismo. Le Barricate di Parma ci ricordano che bisogna farlo quando è ora, una lezione che non abbiamo ancora imparato. Ecco cosa significa smettere di tenere viva la Memoria.
Eventi tragici della storia del nostro Paese, penso anche all’uccisione di immigrati italiani, nel 1891 a New Orleans, raccontata in Dago.
Oppure alla vicenda di Ferdinando Nicola Sacco, Colpevole di ghetto.
O ancora a Fausto e Iaio, Perché Fausto e Iaio? Sono diventati oggetto delle vostre canzoni, che di fatto fanno opera di memoria oltre che di divulgazione. Quali altri temi ritieni siano più importanti all’interno della vostra poetica? E quali tappe della storia dei Gang consideri fondamentali?
Lo dico con Virgilio, Eneide-libro II: «Ciò detto, con la veste e con la pelle/D’un villoso leon m’adeguo il tergo,/E il caro peso a gli omeri m’impongo./Indi a la destra il fanciulletto Iulo/Mi s’aggavigna, e non con moto eguale». Tra le scene più significative dell’Eneide di Virgilio, c’è quella in cui Enea porta sulle spalle il padre Anchise durante la fuga da Troia. La città è in fiamme, le mura crollano e la confusione è totale. Enea non pensa, soltanto, alla propria salvezza: afferra il padre, lo pone sulle spalle e lo accompagna fuori dalla città, insieme al figlio Ascanio, e vanno verso “il destino”.
Il mio è stato e resta un viaggio, con la “Carovana dei Gang”. Più che un viaggio di ritorno, è stato un viaggio verso la rifondazione. Se dovessi dargli un titolo lo chiamerei “Le Radici e Le Ali”. Le Radici (Anchise portato sulle spalle) potranno trovare una nuova vita solo attraverso le Ali (il figlioletto Patroclo, portato per mano). Non è stato un viaggio lineare, ma direi un viaggio a zig zag, a volte anche un andare indietro per andare avanti (come tutti i viaggi verso la liberazione, basti pensare a quello degli israeliti in fuga dall’Egitto, verso la Terra Promessa). Un viaggio, ma anche un ponte fra passato e futuro, in cui il presente diventa cammino, movimento, relazione continua fra un prima e un dopo. Un viaggio che cerca di liberare il presente e restituirlo all’eternità.

Più che di “tappe” parlerei di stazioni, quelle di una Passione. Perché alla fine ogni partenza diventa ritorno e così via, all’infinito. L’immagine che mi viene in mente pensando alla nostra storia è quella di un sasso tirato in uno stagno e ai cerchi nell’acqua che esso provoca. Posso vedere bene tre cerchi principali che ne racchiudono poi tanti altri. Il primo è quello degli inizi, della partenza, di una sorta di esilio. Durò circa sei anni, dall’84 al ’90, nel corso dei quali realizzammo tre album cantati in inglese (Tribes Union, Barricada Rumble Beat e Reds) e facemmo centinaia di concerti in tutta Italia. Furono anni in cui il nostro “spirito guida” può essere riassunto nello slogan del “fai da te”, dell’autoproduzione, della completa autonomia e indipendenza. Li considero anni di rodaggio, di esperienza, di incontri, di conoscenza e confronto, indispensabili per poi fare la “scelta giusta”, decidere quello che avremmo fatto “da grandi”. Alla fine degli anni Settanta sia io che Sandro, (i Fratelli Severini l’anima da sempre dei Gang) ci ritrovammo fra le macerie di quello che fu il Movimento, una generazione che aveva sferrato, anche nel nostro Paese, un “Assalto al cielo”. Un’ “orda d’oro”, per dirla con Balestrini, che stava battendo la ritirata, dopo aver subito la più grave delle repressioni e delle sconfitte. Eravamo ultimi di quella generazione ma nello stesso tempo diventammo i primi a cogliere il fatto che, se era finita una Rivoluzione, stava cominciando una rivolta, quella dello stile! Una rivolta che era iniziata in Inghilterra, con il punk rock, come risposta al nuovo ordine mondiale dichiarato dalla dama di ferro, la Thatcher.
Nascevano così nuove forme di aggregazione giovanile, non più attorno alle ideologie o ai partiti o a quella che noi avevamo conosciuto come “la politica”, ma, questa volta, era la strada con le sue subculture giovanili a riaccendere il conflitto, a farsene carico e ad esprimerlo attraverso nuovi linguaggi, primo fra tutti quello del rock’n’roll. Il rock’n’roll, una delle tre grandi rivoluzioni del Novecento, insieme a quella del ’17 dei soviet e a quella della teologia della Liberazione. Il rock’n’roll inteso anche come la più grande delle culture popolari del Novecento. Fra i tanti protagonisti di quella rinascita della Controcultura e del rock’n’roll c’erano Joe Strummer e i suoi Clash. E da loro noi prendemmo ispirazione. Se lo fanno loro possiamo farlo anche noi, questa era la lezione che imparammo subito e così ci arruolammo volontari nell’esercito dei Clash. Fin dal nostro primo disco Tribes Union venimmo definiti e riconosciuti come i “Clash italiani”.

E lo stile dei Clash per noi fu una scuola di pensiero, un manifesto programmatico, ben preciso che corrispondeva perfettamente allo spirito guida della cultura popolare: «La cultura popolare, sempre soggetta alla distruzione, alla scomposizione, all’oblio, aveva imparato a convivere con l’orizzonte della scomparsa, aveva imparato il bricolage che crea nuovi insiemi dotati di bellezza e di senso, dagli scarti, dai rifiuti delle culture dominanti. Per molti di noi, specie quelli nella cui formazione ha più contato l’esperienza della cultura nordamericana, questo processo si è incorporato in un oggetto simbolico, il “quilt” la coperta patchwork che è il prodotto e il simbolo di una cultura rurale che dalla frammentazione rimette insieme i pezzi e crea una cosa nuova mette insieme» scriveva Alessandro Portelli nella rivista “I Giorni cantati” nel numero di dicembre del ’91. In questo modo si ricomponeva un’unità, eterogenea o provvisoria che fosse. Nel “quilt” tessuto dai Clash convivevano gli stili delle radici del rock’n’roll da Bo Diddley a Johnny Cash ma anche Allen Ginsberg, Garcia Lorca, il western di Sergio Leone e quello di Coppola, la rivoluzione Sandinista. E in quei frammenti noi potevamo riconoscerci.
E quei frammenti trovavano nuova unità grazie alla “colla” che li metteva insieme, quella della rivolta nel cuore dell’Europa, quella degli immigrati a Londra provenienti dalle ex colonie britanniche. Brixton divenne la capitale della rivolta, Marley un profeta e i giovani bianchi si unirono ai “Riot” della strada. London Calling, cantavano i Clash e noi dalla sperduta periferia dell’Impero rispondemmo alla chiamata armati di chitarre bassi e batteria e alzammo il volume per far sentire che ancora c’eravamo, che non c’eravamo arresi. Alzammo la barricata culturale e cercammo di espandere il conflitto il più possibile. Quello fu il primo passo del riscatto dal nuovo ordine mondiale, dalla globalizzazione. E il rock’n’roll con le sue note distorte buttò giù le mura di Jericho per aprirsi al “Villaggio globale”. Questa fu la nostra prima “fase”. Questo per me significò soprattutto incontrare centinaia di realtà culturali, sociali e politiche che esistevano, erano vive, stavano rimettendo insieme i “pezzi”. E si stava in questo modo costruendo una Scena! E un circuito attraverso cui potevamo muoverci, potevamo incontrarci, conoscerci. E i luoghi non erano più sezioni di partito ma “spazi sociali”. “Uno spazio diventa un luogo quando con quello spazio stabilisci un rapporto affettivo”.
E da questo rapporto affettivo ho cominciato a “sentire” che stavo ritrovando una “casa” che credevo di aver perso. Una Casa del Popolo. Del mio popolo. Stavo ritrovando una nuova appartenenza. Stavo mettendo le ali. A incontrarsi in quei luoghi attorno al fuoco delle nostre canzoni c’erano sia quelli che, come noi, provenivano dalle esperienze del Movimento degli anni Settanta e sia i più giovani, quelli che la nuova onda della rivolta dello stile aveva chiamato a raccolta. Bisognava quindi per prima cosa costruire un ponte, farci ponti fra quelle esperienze, quei linguaggi, quelle generazioni. Ritrovare l’appartenenza significava subito dopo trovare un’organicità, fare la “cosa utile”, “fare il bene per il bene di quell’appartenenza”.
Da Tribe’s Union, 1984, War in the city:
La seconda “stazione” (o cerchio nell’acqua) è quella che va dal ’90-’91 fino ai primi anni del Duemila. Firmammo un contratto prima con la CGD, una casa discografica e poi con la WEA, una multinazionale. I motivi che ci spinsero a prendere quella decisione furono diversi. In primo luogo, devo ammettere che eravamo ancora influenzati da una sorta di luoghi comuni della “sinistra” secondo cui era necessario, quando si creavano le condizioni favorevoli, cambiare le cose da dentro, entrare nelle dinamiche di massa, nelle varie “stanze dei bottoni”. In qualche modo tutto ciò veniva visto come un’estensione di una sorta di militanza. Del resto, le nostre canzoni venivano considerate come “canzoni militanti”, più che politiche. Approfittare della crepa nel muro del potere per poi “fare luce!” Una filosofia da infiltrati o da sabotatori che facemmo nostra, senza avere la minima idea che c’era il rischio di cadere in una trappola, di entrare in territori ostili, pericolosi per la perdita di rotta, di orientamento e di identità. Nostra e del nostro lavoro.
Un’altra ragione per cui valeva la pena correre questi rischi era dettata dal fatto che per realizzare dei progetti e degli album come Le Radici e le Ali, Storie d’Italia, Una volta per sempre, molto ambiziosi e fuori dalla nostra portata, c’era bisogno di risorse economiche che soltanto una casa discografica poteva permetterci. Furono anni lunghi e fu un’esperienza importante per noi, per conoscerci meglio e trovare la strada migliore per “riportare tutto a Casa”, quella del nostro popolo. Dalla CGD passammo alla WEA, questo significò passare da logiche di produzione aziendali a quelle multinazionali, in cui alla creatività veniva sostituito il profitto, al progetto l’affare. Se prima era possibile trovare una mediazione con una mentalità aziendale che aveva la CGD, con una logica da multinazionale come quelle della WEA, non c’era più possibilità di “compromesso”. Alla fine, comunque, riuscimmo a liberarci da quelle catene sempre più strette e tornare ancora una volta all’autoproduzione, all’indipendenza, all’autonomia, a fare i conti solo ed esclusivamente con la nostra appartenenza.
Le Radici e le Ali, CGD 1991, è un album straordinario in cui sorprendentemente la commistione di rock e folk produce un’opera di avanguardia di grande impatto sia musicale che per scelte narrative. Basti citare la presenza delle leggendarie voci di Peppino Celano, Margherita Revello, Cicciu Busacca o delle Voci Femminili Della Basilicata che introducono l’album e lo accolgono nel mondo delle storie senza tempo conferendogli un’aura di eternità. Tra le canzoni, quella che dà il titolo all’album, riflette su cosa resti delle lotte e degli ideali (la Guerra di Spagna, la Resistenza, l’antifascismo) quando forte è il rischio di perdere memoria e identità. Serve potere ricordare ma anche oltrepassare: senza radici non si sa chi si è, ma senza ali non ci si può evolvere.
Storie d’Italia, CDG, 1993, narra vicende e figure che hanno segnato la cronaca spesso tragica del Paese. Duecento giorni a Palermo è un ritratto di Pio La Torre e dei segni che l’avrebbero condannato a morte:
in Sesto San Giovanni si ricorda la storia di Luigino Bendotti, operaio alla Falk di Sesto San Giovanni, la Stalingrado della classe operaia. La canzone si fa memoria delle lotte e della partecipazione nelle fabbriche, le grandi fabbriche di un tempo.
Itab Hassan Mustapha, invece sconfina e dà voce a uno dei tanti ragazzi palestinesi tragicamente segnati dalla violenza, quella di popolo costretto con la forza a vivere fuori dalla propria terra, dai luoghi sacri dalle radici culturali e religiose, violenza a cui saprà reagire attraverso un percorso di formazione verso la vita adulta.
Una volta per sempre, CGD 1995 è l’album che giunge alla piena maturità del connubio rock, folk e canzone d’autore in cui Severini si fa cantastorie narratore di viaggi nel passato e nel presente, tra corti dei miracoli berlusconiane, porti chiusi alle traversate della speranza di migranti e derelitti, la moltitudine di chi sfila sopra il ponte della verità, ma ha abbandonato principi e ideali, la Resistenza che prende le forme di un oceano di innocenza: Le mura di caos:
L’ultima delle tre “stazioni” è quella che stiamo ancora attraversando e che ci attraversa. È iniziata da quando abbiamo ripreso la nostra strada in direzione ostinata e contraria verso Casa! Da quando abbiamo rimesso i paletti e i confini fra ciò che è merce e ciò che è bene. Magari ne parleremo meglio più avanti. Non è stato facile durante i primi anni, ma oggi possiamo dire di essere tornati a una completa autonomia e autoproduzione non più da soli, ma in compagnia di una comunità che si fa carico (attraverso lo strumento del crowdfunding, della raccolta nella cassa comune) della produzione dei nostri dischi, e della riproduzione delle nostre canzoni. Del resto, noi ci siamo sempre fidati del nostro “popolo”, abbiamo sempre creduto e scommesso che solo nel Noi, nell’appartenenza, risiede la vera libertà. E così alla fine è stato, e lo è tutt’ora. Non si tratta semplicemente di vil denaro ma tutto questo ci restituisce un senso di organicità che avevamo sempre sperato di trovare lungo il nostro cammino. Solo chi cerca (e sa cosa cercare) alla fine, trova! Soprattutto trova nel Noi, se stesso. E viceversa.
Alcune canzoni dei Gang scritte nel passato appaiono scritte oggi. Quali a tuo parere sono più attuali considerando la situazione socio-politica italiana e anche e soprattutto mondiale?
Ti confesso che non trovo una risposta precisa a questa domanda, ma vorrei rispondere prendendo al largo la tua domanda, a partire dallo spirito che anima tutto il Canzoniere dei Gang. Le nostre sono canzoni popolari o aspirano comunque a diventarle. Quindi appartengono a una cultura, quella popolare, che ha una caratteristica fondante e fondamentale. È eterna! Non universale. Le canzoni popolari non vanno bene a tutti, non stanno bene a tutti, non cantano per tutti, ma ci ricordano chi siamo. Noi siamo il cammino fatto, le strade che ci hanno portato fino a qui. E questo lo fanno cantando le storie o traendo dalle storie un sentimento, un’emozione. Quindi sono le storie cantate che riescono a passare attraverso il tempo e tornare al “presente”. Le storie non la Storia. Mi spiego meglio. Cantare le nostre storie per mantenere viva la memoria. Non ho mai aderito allo slogan “La storia siamo Noi”. Non racchiude alcuna verità poiché la Storia è dei vincitori. Appartiene ai vincitori che fanno della Storia una loro versione. Una versione della Storia che impongono attraverso gli strumenti del potere, a cominciare dalle comunicazioni di massa. Ma noi allora, nei secoli dei secoli, in quanto esclusi dalla Storia, che abbiamo avuto? E che abbiamo oggi? Noi abbiamo le storie!
«Non hai niente se non hai le storie. La loro malvagità è potente, ma non può resistere al confronto con le nostre storie. Per questo cercano di distruggere le storie, di renderle confuse o di farcele dimenticare. Gli farebbe piacere, sarebbero contenti, perché noi allora saremmo indifesi». Le storie, spiega Leslie Silko, scrittrice indiana d’America, sono il materiale che serve non solo per difenderci, per Resistere. Quando noi manteniamo vive le storie e magari le cantiamo e attorno alle canzoni ci ritroviamo ecco allora che noi manteniamo viva la memoria. La memoria, che è l’unico strumento che da vinti ci rende invincibili. Non ci rende “vincitori” ma ci rende invincibili!
La situazione socio-politica italiana e mondiale ci vede ancora vinti ed è quindi da questa prospettiva che noi consideriamo la realtà e agiamo di conseguenza. Andare indietro, storia dopo storia, significa andare avanti o meglio trovare, andando indietro, dei buoni consigli su come andare avanti senza perderci, ma insieme. Se oggi ci chiediamo come uscire dal pantano di questo infinito presente credo che la risposta la potremmo trovare nella memoria delle storie nostre, anche nelle canzoni popolari che tengono vivo il sentimento della memoria stessa.
La memoria delle nostre storie riguarda anche quelle personali. Allora, il luogo in cui sei cresciuto, il contesto familiare, quanto ha pesato nella tua storia artistica?
Io e Sandro siamo fratelli, posso dire che i Gang, fin dagli inizi, sono stati un gruppo e un’“impresa” a “conduzione familiare”. La nostra famiglia di origine è stata una famiglia operaia. Mio madre ha fatto il muratore per tutta la vita. Mia madre ha fatto la sarta e poi l’operaia in una fabbrica tessile. Attraverso la storia della famiglia di mio padre posso ripercorrere la storia dell’emancipazione di un mondo, prima di braccianti poi di proletari, migranti, e poi operai e infine Classe operaia, di Comunisti. Più praticanti che professanti. Il comunismo per loro era pratica di vita quotidiana all’interno di una piccola comunità. Noi siamo nati in una frazione, l’Imbrecciata, di un paese in provincia di Ancona, Filottrano. Questo senso molto forte di comunità e di appartenenza mi è stato trasmesso dalla famiglia e ha inciso sulla mia vita, anche su quella artistica, senza dubbio. Mia madre veniva dal paese, era figlia di artigiani. I fratelli e suo padre facevano i falegnami. Mio padre, Cesare, fin da quando ero ragazzino, mi diceva spesso “se sei un bravo comunista non devi mai lasciare da solo nessuno”.
Non mi ha mai chiesto di fare la tessera del partito o di diventare Che Guevara, ma solo di non lasciare da solo nessuno. Credo che questo suo insegnamento sia ancora oggi uno dei principi e dei valori più importanti che ci sono stati lasciati in eredità da quella grande civiltà che è stata la classe Operaia. Mio padre mi ha trasmesso il valore importante dell’appartenenza. Dal fatto che ognuno di noi è fatto di relazioni, ed è dalle relazioni che nasce la nostra cultura. Nelle nostre relazioni ritroviamo una storia comune, una comunità, una società, un “Noi”. Ed è da qui, da questa appartenenza che nasce la libertà, dalla scelta dal poter scegliere. Ma nello stesso tempo colui che la compie si assume le responsabilità di quella scelta nei confronti della sua comunità di appartenenza. La libertà non è come ci hanno fatto credere da qualche decennio a questa parte “mi faccio i cazzi miei” perché io “mi sono fatto da solo” (vedi il berlusconismo e la filosofia del liberismo), ma è fare la scelta responsabile nei confronti del Noi. Senza appartenenza non c’è libertà.
Mamma invece mi ha insegnato l’importanza dell’orizzonte, di guardare sempre avanti, oltre il limite dell’orizzonte. Mamma fin da bambino, ha aperto per me tutte le finestre e le porte di casa. Con i libri (lei mi trasmesso un grande amore per la lettura, per i libri), con le sue cantate (lei amava cantare e soprattutto ballare) e poi facendomi scoprire i 45 giri, le canzoni di Elvis e dei suoi discepoli, e il cinema! (I suoi fratelli gestivano i cinema del paese). Mi ha mostrato che c’era un orizzonte e che era lontano da casa, e ha sempre tenuto accesa in me la curiosità di andare a vedere cosa ci fosse al di là, oltre l’orizzonte. Posso dire che è sempre stato vivo in me, fin dall’infanzia, il desiderio di andare, di partire per conoscere, per incontrare, per “vedere”, per fare esperienza! Prendere e partire. E così è stato, quella strada l’ho presa e quella strada m’ha riportato a casa, in me. In quello che sono e che sono diventato, soprattutto grazie a mia madre.

È vero, e riconosco che sono figlio di un secolo, quello del 900, ma sono anche figlio anagrafico. Sono figlio di Cesare Severini e Nella Baldezzi e dell’incontro delle loro storie. La sociologia definisce quelli come loro “operai arrivati”. Una storia, la loro, in parte comune a molti altri operai. Furono quelli che trovarono nel lavoro uno strumento per la conquista della dignità! La dignità intesa come “diritto alla speranza”, così la definì Ernesto Balducci. Quella speranza che significava poter partecipare a un processo di emancipazione e di costruzione del futuro della propria comunità, di un Paese e una società nuova, ma anche del futuro della propria famiglia. E per questo avevano chiari due obiettivi principali: la casa di proprietà, che significava poter mantenere unita la famiglia, dopo l’esperienza traumatica dell’emigrazione che aveva significato distacco, disgregazione, mancanza, dolore e l’altro obiettivo: i figli a scuola. I figli dovevano conoscere, sapere, per poter poi contare e partecipare alla costruzione del futuro. Non significava diventare borghesi ma poter sapere conoscere e liberarsi dalla schiavitù dell’ignoranza. che era considerata pari alla miseria. Le due catene che li avevano tenuti segregati per secoli. Certo che per il mio futuro non avevano previsto il fare canzoni e suonare in una banda folk rock, quella è stata una mia scelta, uno scarto di lato, ma che ha radici profonde in quel processo di emancipazione iniziato con la cultura del lavoro, quella dei miei genitori, della mia famiglia di origine.
Le tradizioni di famiglia sono state l’occasione per maturare valori e credenze. Anche sul piano creativo, la musica di tradizione ha avuto e ha un ruolo importante nella storia del gruppo. Le radici folk hanno contaminato il rock, soprattutto a partire dall’album Le radici e le ali, ma forse anche prima. Quale contributo vi ha portato la cultura orale, la cultura della tradizione popolare, sia in termini di espressività musicale che di contenuti? Le figure di Ambrogio Sparagna e Alessandro Portelli quali suggestioni hanno aggiunto? Una riflessione sulla tradizione dei cantastorie e dunque anche su Giovanna Daffini e Giovanna Marini che ho trovato citate nei vostri scritti. Che cosa avete tratto da loro?
Ho sempre considerato il rock’n’roll come una cultura popolare e di conseguenza una delle tre grandi Rivoluzioni del ’900, insieme a quella del ’17 dei Soviet e la teologia della Liberazione. Questa mia considerazione trova fondamento nel capitolo 22 dei quaderni di Gramsci: “Americanismo e fordismo”. “Antonio Gramsci è stato il primo teorico marxista del Novecento a considerare l’unità del mondo nella sua configurazione geopolitica, riconoscendo il ruolo egemone che in esso hanno assunto gli Stati Uniti e l’americanismo.

Egli ha studiato tale egemonia – connessa con la modernizzazione taylorista-fordista del modo di produzione capitalistico, in fase tutt’altro che “putrescente”, come invece aveva ritenuto Lenin – a partire dalla situazione specifica dell’Italia e dell’Europa” [Giorgio Baratta in Americanismo e fordismo]. Da questo punto di partenza, che è quello dell’egemonia culturale e dalla visione di Gramsci che nello specifico ridefinisce il Folklore come cultura delle classi subalterne, possiamo arrivare fino ad Alessandro Portelli e al suo “americanismo”. Passando innanzitutto per Ernesto De Martino che, elaborando una etnografia politica, ha messo in rilievo il fatto che le culture popolari sono forme di resistenza e di memoria storica. E poi Gianni Bosio e il suo “intellettuale rovesciato”. Bosio estende gli insegnamenti di De Martino a contadini e operai. Con Roberto Leydi forma il Nuovo Canzoniere italiano. Poco prima erano nati i Cantacronache, incontro fra intellettuali e musicisti. Un progetto culturale e politico che aveva uno scopo principale: “fare la storia dal basso”. Fino ad arrivare, dicevo, a Portelli, “l’americanista”, ossia un pontefice, un abile costruttore di ponti fra le culture popolari americane e quelle italiane. Da questa scuola di “pensiero e azione” si arriva alla conclusione che la storia orale nasce attraverso la musica, non dalle accademie, ma da esperienze culturali e “militanti”. Ed è da qui, dove il cerchio si chiude, che nascono e hanno ragione di esistere i Gang. Portelli è stato fin dalla pubblicazione del suo libro La canzone popolare in America una delle mie “tre stelle sul cappello”, insieme a Mario Tronti e Ernesto Balducci. A Portelli devo moltissimo, soprattutto la sua opera di convincimento di cantare in italiano.

Fu lui, forte della stima, della riconoscenza nei suoi confronti per quello che mi aveva insegnato fino ad allora, e della sua autorevolezza, che mi convinse nel 1990 che era giunto il momento di cantare in italiano e di realizzare un disco come Le Radici e Le Ali. Senza di lui e i suoi “Giorni Cantati” non saremmo mai diventati quelli che siamo. A proposito delle due Giovanne, la Marini e la Daffini. Grazie per questa tua domanda perché mi permette di sottolineare un fatto importante, almeno per me. L’importanza fondamentale dell’incontro. Soprattutto se a incontrarsi sono dei percorsi diversi, delle esperienze e delle culture diverse, che provengono da mondi apparentemente lontani. Io credo che nella cultura come nell’arte e nella vita è sempre dall’incontro che nasce una nuova ricchezza, dovuta allo scambio e alla condivisione. È da questa energia che nasce sempre l’inedito, il non dettato. Giovanna Marini e Giovanna Daffini provengono da mondi opposti, una frequenta i salotti dell’alta borghesia e l’altra è una mondina. Ma un terreno comune, quello del Nuovo Canzoniere Italiano, le fa incontrare, non per caso, ma per un progetto, una volontà di emancipazione di un popolo, di cui la Sinistra si fa carico, in un momento storico ben preciso. Loro due sono la testimonianza di un incontro fra cultura, che una volta veniva bollata come “bassa” o “altra” (in sostanza la cultura orale) e quella “alta”, colta, classica. E fanno insieme la cultura di un Popolo! Quel Popolo che si è fatto riscattando il Paese dal nazifascismo e che ha dato a esso la Costituzione. Ricordo “a braccio” un’intervista della Marini dove diceva appunto che la cultura orale, la sua musica popolare e quella classica “si sono passate sempre le note” e faceva l’esempio di discanto. Prima il discanto era una forma orale, contadina, solo in seguito è diventata una forma musicale colta. Non solo, affermava la Marini, anche i Lieder di Schubert hanno un’origine contadina. (Sarebbe ora che qualche bravo regista italiano facesse un bel film su queste due grandi donne che con le canzoni hanno contribuito non poco al processo di emancipazione femminile nel nostro Paese).
Diverse canzoni sembrano essere nate da incontri personali, o da letture di libri, come il romanzo di Itan Hassan Mustapha, o I miei sette figli di Alcide Cervi, Donne in oggetto di Giovanni De Luna, oppure da inchieste giornalistiche, all’origine di canzoni come Duecento giorni a Palermo o Chi ha ucciso Ilaria Alpi?, mentre di Pier Paolo Pasolini è il suo punto di vista a ispirarvi, il suo grido di denuncia. Ma come scegliete quali storie meritano di diventare canzoni, cosa vi fa dire: “questa storia deve essere conosciuta”?

“La risposta è nel vento”, come canta Lui, Bob Dylan!. O meglio come dice il poeta “non sono io ma il vento che mi attraversa”. La verità è che non cerco mai le canzoni ma sono le canzoni che arrivano a me, quando meno me l’aspetto. Di solito nascono da incontri e dalle storie, quelle che lasciano una traccia più profonda, che riescono a muovere una sorta di “commozione” poi si fanno da sole. Io mi metto al servizio. Però a ben vedere, ossia guardando da lontano il nostro Canzoniere, ci sono delle affinità fra molte canzoni, direi anche una prospettiva che insieme riescono a creare. Per prima cosa gran parte di esse servono per imparare a dire “grazie”. Grazie ai Partigiani per il dono della democrazia, della libertà, della Costituzione. Grazie alla Classe Operaia per aver conquistato la dignità. Grazie a quei popoli che combattono per la libertà. Inoltre, il Canzoniere nel suo complesso potrebbe essere intitolato “Le Radici e le Ali”. Come dire che non ci può essere innovazione, futuro, senza tradizione. Il nostro canzoniere, canzone per canzone, contiene tre grandi tradizioni: la tradizione cristiana (vedi canzoni come Marenostro, via Modesta Valenti, Più forte della morte è l’amore), la tradizione socialista e comunista e la tradizione delle minoranze, quella delle sinistre eretiche, del movimento delle donne, dei migranti, delle subculture. Da queste tre tradizioni, dal loro incontro può nascere l’avvento di un nuovo umanesimo e un soggetto politico che le sappia far convivere in un progetto di futuro per il Paese.
Questo è il “vento” (spiritus in latino, pneuma in greco, ruath in ebraico atman in sanscrito) che attraversa il Canzoniere dei Gang.
Più forte della morte è l’amore (Rumble beat records, 2015).
Il vostro percorso nella musica è molto particolare, avete iniziato cantando in inglese ispirandovi ai grandi miti della cultura popolare statunitense, penso a Woody Guthrie, ma soprattutto c’è stato il fondamentale apporto della cultura britannica con Joe Strummer e la musica punk-rock dei Clash. Anche il repertorio ha esplorato le culture del mondo, e le vostre canzoni sono davvero dei viaggi che vi hanno portato a conoscere e a far conoscere le lotte di altri popoli. Oggi a quale popolo ti senti più vicino e vorresti dare voce?
“Rojava Libero” sta a “Ritorno al fuoco” come “Libre El Salvador” sta a “Tribes Union”. In Ritorno al Fuoco, il nostro ultimo album di inediti (2021) ho voluto cantare quattro “utopie” che, negli ultimi tempi, si sono realizzate, si sono “storicizzate”, materializzate, nella Storia dell’umanità. Ma anche quattro grandi “chiamate” alle quali il nostro Paese, come gran parte dell’Occidente, ha in gran parte, disertato, almeno fino ad ora.
La nuova Intifada del Kashmir in Azadi, gli orrori che i governi indiani da anni perpetrano in questa regione ai confini col Pakistan, di cui in Italia non si sa e non si dice niente di niente. La regione più militarizzata del mondo, coprifuoco e migliaia di arresti, incursioni notturne nei villaggi, sparizioni forzate, pestaggi e torture, anche di ragazzini. Gli stone pelters (i giovanissimi delle sassaiole, l’intifada dei kashmiri contro le forze di sicurezza indiane).
Un’altra canzone è El Pepe dedicata alla visione grande, all’utopia del “tutto il potere alla felicità” che ha trovato in Pepe Mujica l’ambasciatore, il profeta, il messaggero.
La terza Un treno per Riace è dedicata a Riace, o meglio al “modello Riace”, quello dell’accoglienza, della interazione con l’altro, un modello sconfitto ma che arde ancora sotto la cenere e che va assolutamente ripreso e riacceso al più presto.
E la quarta canzone è Rojava libero. L’ultima Frontiera! L’orizzonte che chiama al futuro dell’umanità. Potrei stare qua a scrivere pagine su pagine del “miracolo sulla Terra” del Rojava. Il confederalismo democratico, un modello che è esattamente l’opposto dello Stato-nazione considerato fino a ora dall’Occidente. Nel nord-est della Siria si è realizzata un’utopia. I punti di riferimento ideologici di questo confederalismo, infatti, sono due: ecologismo e femminismo
Gli anni Novanta sono stati un momento di grande fervore e di rinascita della canzone di protesta, militante, di contestazione agli eventi della politica di quegli anni, penso alla discesa in campo di Berlusconi, la nascita della Lega Nord, le guerre jugoslave, la guerra del Golfo. Siete stati tra i primi a voler tornare a raccontare fatti di realtà, la cronaca di quel decennio che si apprestava a incominciare dopo il riflusso e l’oblio degli anni Ottanta. Ecco, qual è stata la spinta che vi ha fatto dire: “è tempo di tornare a raccontare la realtà”. Qual era il clima culturale, politico, che vi ha mobilitato in quegli anni?
Negli anni ’90 inizia una seconda “fase” per noi, quella di Le Radici e le Ali. Un periodo che va dal ’90 ai primi anni 2000. Dieci anni vissuti intensamente. Tre album, che hanno fatto la cosiddetta “Età del pane” dei Gang. In questi anni comincio in sostanza ad “andare indietro per andare avanti”. Sono gli anni in cui il Paese vive una delle più tristi stagioni della sua storia recente, l’avvento del Berlusconismo. La fine del processo di emancipazione guidata dal Movimento operaio più grande d’Europa e l’instaurazione per contro di un processo di revisione e restaurazione. In questo viaggio della carovana dei Gang, fra esilio e ritorno, diventano sempre più importanti e protagoniste le Storie. Cantarle. A caratterizzare questa seconda fase della nostra storia c’è il nostro percorso nei territori del mercato.

Firmiamo con una casa discografica, la CGD di Caterina Caselli. e poi con la con la WEA, con una logica da multinazionale che non garantiva più possibilità di “compromesso”. Alla fine riuscimmo a liberarci da quelle catene sempre più strette e tornare ancora una volta all’autoproduzione, all’indipendenza, all’autonomia, a fare i conti solo ed esclusivamente con la nostra Appartenenza. Riprendemmo il nostro Cammino a in direzione ostinata e contraria a quello che il Paese era diventato. Un Paese che era stato affabulato, preso al laccio, dal liberismo berlusconiano basato su un principio che aveva distrutto ogni socialità e senso del Noi. “Io mi sono fatto da solo, di conseguenza non ho nessuna responsabilità nei confronti degli altri”. Andammo allora in senso ostinato e contrario, ribadendo canzone dopo canzone che la Libertà consiste nel poter compiere una scelta giusta quella responsabile nei confronti della propria comunità di appartenenza.
Quindi senza appartenenza, senza il Noi, non c’è libertà. Nessuno di noi si è fatto da solo, ma siamo fatti di relazioni. E per riscoprire questo Noi bisognava ricominciare a dire “grazie”! E a forza di Grazie riscopriamo una storia comune un percorso e un cammino comune, perché noi siamo il cammino fatto, le strade che abbiamo percorso e che ci hanno portato fin qui. E allora le nostre canzoni diventarono sempre più un modo per dire “grazie”, per farci riscoprire soprattutto affettivamente, come parti di un Noi, una comunità, un popolo sovrano, una società, un’umanità. Alla fine, resta un Canzoniere nostro, che spero sia utile come un granello di sabbia che fa una spiaggia insieme a tanti infiniti granelli di sabbia, un Popolo!
Agli inizi di questa stagione realizzammo degli album con pochissime risorse economiche. Album come La rossa Primavera, contente canzoni nostre e altre di artisti come De André, Stormy Six, Lolli, insieme a delle canzoni tradizionali, tutte ispirate alla Resistenza. (Latlantide, 2011). Per ribadire un fondamento, anzi le fondamenta del nostro vivere civile, per ribadirle mantenendo vivo il sentimento della memoria della Resistenza.L a Rossa Primavera si inserisce nella tradizione dei concept album dedicati alla Resistenza, che vede come capostipite l’album Materiale Resistente 1945-1995 (I dischi del mulo, autori vari). Il gruppo marchigiano, oltre alle proprie originali, interpreta autentiche canzoni partigiane, assegnandovi il personale tocco folk rock. Un album per tornare alla terra. Tra queste spiccano: Fischia il vento:
La Brigata Garibaldi:
Quei briganti neri.
Intero album:
E poi ci fu Nel tempo e oltre cantando, (Storie Di Note, 2004) un progetto che ci vide insieme ad un canzoniere marchigiano: La Macina. Per ribadire e confrontarci con le radici nostre, quelle dell’“età del pane” e infine negli ultimi dieci anni siamo riusciti con l’uso di uno strumento come il crowdfunding che io chiamo “cassa comune” a coinvolgere nella produzione dei nostri lavori un gran numero di persone che per quattro volte si sono fatte carico direttamente della produzione. Un modo anche questo per fare comunità attorno alla produzione (quindi non consumo produzione) di album come Sangue e cenere (2015), Ritorno al Fuoco (2021), Calibro 77 (2022), e Fra silenzi e spari (2023). Questa fase è caratterizzata anche dal coinvolgimento nei nostri lavori di molti musicisti che risiedono e operano soprattutto in America, guidati dal produttore artistico Jono Manson. Abbiamo seguito più il cuore che la mente, e siamo andati verso il centro da cui siamo partiti, la canzone, soprattutto la ballata, le storie cantate da Woody Guthrie colui che diede vita alla canzone popolare moderna. L’America, non gli Usa ma l’America, quella di Gramsci, l’americanista (vedi capitolo “americanismo e fordismo” dei quaderni). Volendo potrei dire, guardando da lontano o da sopra come fanno gli angeli, che la storia nostra è fatta di cerchi, come quando tiri un sasso in uno stagno.
Calibro 77 è, come i precedenti e il successivo disco, registrato negli studi The Kitchen Sink, di Santa Fe (Nuovo Messico) negli Stati Uniti d’America, ed è una riflessione su quegli anni di conflitti sociali, di nuovi scontri, e azioni terroristiche, ma anche un omaggio alle tante voci cantautorali che hanno fatto la storia della canzone italiana. Quella di Claudio Lolli (Io ti racconto), di Eugenio Finardi (Sulla strada), di Francesco Guccini (Cercando un altro Egitto), di Ivan Della Mea (Sebastiano), di Giorgio Gaber e Sandro Luporini (I Reduci), di Giovanna Marini e Paolo Pietrangeli: Uguaglianza.
Oggi è più difficile “resistere” facendo musica rispetto agli anni 90?
Rispetto agli anni Novanta la prima cosa di cui sento la mancanza è la “Scena”. Ma la stessa cosa, allargando il cerchio, la potrei affermare per quel che riguarda l’intero Paese. Dove si sente, eccome, la mancanza di un Popolo, e la sua “sovranità”. A complicare le cose, a renderle più difficili, oggi più di ieri, è la mancanza di processi di socializzazione. È un discorso un po’ lungo ma se vogliamo prendere coscienza dello stato di cose bisognerebbe andare più in profondità.
Se ci si riunisce in quattro, dieci, venti persone attorno a una questione, il pensiero nascerà sicuramente in modo creativo, non si potrebbe originare diversamente. Ribadisco ancora una volta l’importanza fondamentale dei “luoghi”. Perché è proprio nel “luogo” che nasce la critica. E il luogo della critica è quello delle Passioni! È un’esperienza. Un’esperienza che si può fare solo in gruppo. Oggi è qui che nasce il conflitto, quello fra passione e ragione. E secondo me è in questo conflitto che gioca la partita l’occidente tutto. Cos’è la critica se non la necessità, il bisogno di trovare una relazione con la verità. E la verità come dice il filosofo francese-greco Cornelius Castoriadis è un oggetto affettivo. È una Passione. E una Passione non si può scambiarla con niente, né col potere, né col denaro.
Negli anni Novanta c’era più “passione” a guidare le nostre scelte e meno “ragione”, cioè meno controllo sulle nostre vite. Oggi i valori della vita sono sempre più imprigionati dalla cosiddetta modernità e la modernità ha paura della vita. Al punto tale che sostituisce i valori della vita con le droghe, i beni di consumo, la società dello spettacolo. La modernità ha tanto paura della vita che cerca di controllarla in maniera ossessiva. L’Occidente s’è ammalato e crede così di essere onnipotente. Questa ossessiva onnipotenza deriva da un pensiero “illuminista” che genera una violenza assoluta, quella della ragione totale. E lo fa schiacciando le passioni, cercando di dominarle. Quando la funzione del pensiero è proprio quella di liberare le passioni dai momenti più repressivi della sua storia. La funzione di liberare delle passioni consente rapporti di cooperazione, di socialità, di condivisione e ristabilisce un equilibrio fra passione e ragione. Un dominio della ragione sulla passione conduce a un’estrema indifferenza verso la vita e i suoi valori. E questa indifferenza è il nichilismo. L’indifferenza, la ragione di tutti i mali: “Io odio gli indifferenti”, oggi le parole di Gramsci tuonano come non mai. Quindi oggi, come non mai, ognuno di noi, ogni uomo e ogni donna, ha bisogno di rendersi “pubblico”, e per farlo ha bisogno di uno spazio, di un luogo pubblico. E come può esserci uno spazio pubblico senza persone concrete, senza storie, senza tradizioni, senza culture.
Tornando alle nostre canzoni, da questo punto di vista, molte delle nostre canzoni aprono uno spazio “tragico”. Sono tragedie. Questo non vuol dire che sono “infelici”. Semplicemente che aprono a uno spazio non pacificato ma a uno spazio del conflitto. Un conflitto che c’è in ognuno di noi. Ed è da questo “nuovo” conflitto che nasce un racconto nuovo, un altro racconto dell’umanità e dell’uomo nuovo, quello planetario. Un racconto diverso da quello della modernità degli illuministi e del “tutto il controllo” alla ragione. Negli ultimi secoli abbiamo ascoltato un racconto secondo cui “si viene dal feudalesimo, si scopre la ragione, la ragione ci dà la tecnica, la tecnica è lo strumento per dominare la natura e tutto ciò si adatta perfettamente al capitalismo”. Ma questo non è altro che un racconto che si proietta in categorie come progresso, sviluppo, crescita. Questo racconto oggi non mobilita più nessuno, sono pochi che ci credono. Da questo racconto non nasce nessuna passione. E se una società non è interiorizzata in ogni suo membro, allora il sistema singolarizzato, senza storia, dell’occidente moderno, è arrivato alla fine.
Ci sono però nuove forme di Resistenza nel presente? E soprattutto, resistere oggi significa opporsi o costruire alternative? Quali vostre canzoni potrebbero rappresentare questo principio?
Da tempo, da troppo tempo la sinistra italiana si è arenata sulle rive della denuncia e ha perso completamente quello sguardo lungo della visione speranza! È una sinistra senza fede. Che non ha e non trasmette quella fiducia nel rovesciamento dal sotto al sopra, dello stato di cose. Resistere oggi secondo me significa in primo luogo “capire, per farci capire”, “il dovere di capire non è negoziabile” scrive Mario Tronti nel suo Il proprio tempo appreso col pensiero.
Non ci sono soluzioni ideali, né ricette pronte, ma c’è bisogno in questo momento di un’elaborazione comune e condivisa di ciò che viviamo, delle nostre esperienze, piuttosto che di idee preconcette. Ed è qui che noi torniamo nuovi, cioè persone, centri di relazione con gli altri, con il mondo. Qui rivive il mito, dell’uomo nuovo. E dei miti non bisogna aver paura. Bisogna soltanto saperli usare. I miti sono serviti sia per il consenso al potere sia per mobiliare alla lotta per un processo di liberazione umana. Se le rivoluzioni alla fine del ’900 si sono rivelate delle catastrofi è perché sono mancate le forze soggettive all’altezza dell’organizzazione. Ci sono state delle rivolte, ma alle rivolte manca il “pensiero” che è sempre decisivo per ogni azione di rivolgimento. È il tempo questo della conversione che dall’alto scende in basso e dal basso sale in alto. Questo è il mito che è nato nel sacro e poi si è secolarizzato. Se il comunismo è eresia del cristianesimo allora bisogna risalire alla fonte, scrive Tronti. E qui fare punto e a capo, ricominciare dall’inizio e sostituire al racconto di fine della storia, la visione di una storia nuova.
Tradizione e Rivoluzione si richiamano a vicenda, la storia degli oppressi si ricongiunge alla volontà di liberazione dall’oppressione. E lo spirito si fa carne, storia, questa è l’uscita dal pantano o del deserto, la fine dell’esilio, il cammino verso la Terra Promessa, un cammino che ricomincia. Una lunga marcia. Quel cammino che muove dalla forza della speranza e della fede. Certo che c’è una canzone con la quale “dico” tutto questo è Marenostro. C’è bisogno di una canzone per comunicare questo perché la ragione calcolante non può farlo. O ci credi o niente. Anche le parole se non si fanno voce e canto sembrano inopportune, a volte sembrano impacciate, come le mie. Per questo mi affido a parole molto più autorevoli delle mie come quelle di Tronti. Non sia mai una strada cattiva canto in Marenostro, non sia cattiva la strada che andremo a percorrere verso la Terra Promessa. Perché buona è la strada che da individuo ci conduce alla persona, dall’essere umano emancipato all’essere umano liberato. Questa è la tensione creativa fra Città e Tempio e fra Secolo e Sacro che darà forza e ispirazione ad un nuovo “Assalto al cielo”. Nella nostra memoria questo sta scritto, per sempre. Ed è da questa memoria del passato (anche se sconfitto) che si deve ripartire alla conquista di un nuovo futuro, di un avvenire! Le Radici e Le Ali.
Il vostro pubblico, la “vostra gente” è da sempre una comunità molto viva (come ben si comprende dal recente volume Gang sottotraccia. Storie, aneddoti e racconti del popolo dei Gang che è un omaggio molto sentito) è parte attiva della vostra storia, siete cresciuti insieme attraverso scambi, connessioni, la condivisione di principi e ideali, una comunità che si è via via allargata, inglobando sempre nuove generazioni. Come e perché è nato questo sodalizio così speciale ed esclusivo, di che cosa si nutre?
“El pan ed seina, l’è bon adman” recita un proverbio piemontese, che Enzo Bianchi ci ricorda in un suo libro. Il pane di ieri è buono domani. E come il pane sono quei valori, principi, ideali che erano buoni ieri ma lo saranno anche domani se noi riusciamo a metterli in pratica, a praticarli, oggi. Le nostre storie cantate li contengono, quei valori, quei principi e quegli ideali. Quelli della giustizia sociale, dell’uguaglianza, della libertà e della dignità. E di questo ci nutriamo, come ci nutre il pane. C’è un testo che ho scritto e inciso nell’album Il Seme e la Speranza (2006), si chiama Il lavoro per il Pane: Il popolo mio è qui / dove egli canta / dove il lavoro suo / è per il Pane.
La nostra è una sorta di comunità che si ritrova insieme attorno al fuoco delle canzoni, che noi portiamo, come portatori del Fuoco. Portare il fuoco, è il bello del buono e il buono del bello. Fare il bene per il bene del popolo. Questo è il significato profondo di una liturgia. Portare il fuoco dopo averlo rubato agli dei: Prometeo, uno dei primi ribelli. Simbolo della lotta della libertà contro il potere. Lui rubò il fuoco agli dei per darlo agli uomini, il fuoco e le “cieche” speranze. Nel fuoco delle nostre canzoni non c’è semplicemente denuncia, ma speranza, come nel fuoco di un ribelle, di un fuorilegge, di un vero bandito senza tempo, come Prometeo.
Rispetto a certi valori, oggi vedi nei giovani una nuova coscienza resistente o un vuoto da colmare?
Ho una figlia di 26 anni, si chiama Clara. Da lei, vedendola crescere, ho cercato di imparare, di crescere anche io con lei. La forza dell’amore è quella che ci aiuta sempre a cambiare per poterci relazionare. È la forza che ci permette di non perderci chiudendoci in noi stessi, smettendo di crescere e di diventare ogni giorno “meno imperfetti”. Quindi il mio rapporto con le giovani generazioni può sembrare per certi versi contraddittorio. Da un lato, come diceva Maria Zambrano gli adulti (detti anche “vecchi”) desiderano essere mangiati per diventare nutrimento della gioventù.
E in quanto adulto riconosco in me questo desiderio. Dall’altro, ai giovani posso dire semplicemente che è bene che facciano la loro parte, ma di una cosa sono certo, che non partono da zero. E tengo sempre in mente le parole che Gramsci scriveva a proposito dei giovani: Una generazione che deprime la generazione che la precede, che non riesce a vederne la grandezza e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa, anche se assume pose gladiatorie e smania per la grandezza. Fare il deserto per emergere e distinguersi. Una generazione vitale e forte che si propone di lavorare e di affermarsi tende invece a sopravvalutare la generazione precedente perché è la propria energia che le dà la sicurezza che andrà più oltre. Si rimprovera al passato di non aver compiuto il compito del presente, come sarebbe più comodo se i genitori avessero fatto il lavoro dei figli. Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente: chi sa cosa avremmo fatto noi se i nostri genitori avessero fatto questo e quest’altro, ma essi non hanno fatto e quindi non abbiamo fatto nulla di più. Una soffitta su un pianterreno è meno soffitta forse di quella del decimo o trentesimo piano? Una generazione che sa fare soffitte si lamenta che i predecessori non abbiano già costruito palazzi di dieci o trenta piani. Le parole di Gramsci valgono per ogni generazione, anche la mia.
Valgono ancora oggi le parole di Nizan in Aden Arabia: «Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita». Oggi più di ieri. Ma questo male esistenziale ha delle ragioni, prima fra tutte il fatto che la cultura occidentale ha trionfato sacrificando i più giovani sull’altare del “singolare assoluto”. Colui che pensa di non aver bisogno di una relazione con nessuno e che può vivere in una realtà virtuale, vive in una realtà estremamente fragile, che rischia da un momento all’altro di sfasciarsi. Molti giovani conoscono solo il lavoro precario, interinale, non esibiscono i legami con i loro compagni di lavoro e “passano la settimana aspettando il week-end.” Presto tutto questo è destinato ad esplodere e nascerà il bisogno fra i più giovani dei legami sociali. Me lo auguro, per loro soprattutto.
È cambiato, secondo te, nel tempo, il modo in cui il pubblico recepisce questo tipo di canzoni che possiamo definire “impegnate”?
Io trovo che da un approccio più di tipo “ideologico” si sia passati ad uno più “affettivo”. Molte canzoni arrivano più facilmente al “cuore”, quelle che restano nel tempo e che lasciano una traccia più profonda sono le ballate come La Pianura dei sette fratelli o Marenostro. Questo secondo me deriva dal fatto che per molto tempo si sono privilegiate e praticate le aggregazioni dei “piccoli gruppi” è si è dato precedenza quindi ai rapporti umani, a un tipo di socializzazione affettiva. Questo è un aspetto molto importante e che non va sottovalutato anzi, dovrebbe servire per un processo di rinascita della politica. Socialità e affettività sono legate, ma non si identificano, scrive Pietro Barcellona. Ma l’affettività è la materia prima della socializzazione che ne è la forma. In sostanza oggi le aggregazioni, soprattutto giovanili, avvengono più facilmente sulla base di un’appartenenza affettiva. Un dato di fatto che è stato esplorato soprattutto in Francia da intellettuali come Chantal Mouffe. Un pensiero critico che nel nostro Paese viene solitamente snobbato dalle sinistre e tacciato di populismo. Io sono convinto invece che questo avanzamento dell’affettività sia molto positivo e non va in opposizione alle idee, anzi quando avviene una congiunzione fra idee ed emozioni, le idee guadagnano molta più forza.
Se oggi la sinistra nel nostro Paese non tiene conto di questa elaborazione “di pensiero e azione”, è chiusa in una cornice razionalista e quindi si rivela incapace di comprendere e afferrare le dinamiche della politica. Questo ostinato razionalismo della sinistra risiede nel rifiuto di confronto con gli insegnamenti della psicoanalisi. E senza psicanalisi la politica non ci può dare una rappresentazione affidabile della realtà.

Pensi che l’Italia abbia davvero fatto i conti con il fascismo? Che in Italia la memoria della Resistenza sia stata trasmessa in modo fedele o progressivamente svuotata? Che la Resistenza sia stata davvero raccontata fino in fondo, o addomesticata col tempo? E l’antifascismo, è ancora un valore condiviso o è diventato una parola scomoda?
Basta cominciare dalla fine, da oggi, per dire che il fascismo in questo Paese non è mai scomparso, c’è sempre stato, forse s’era nascosto bene, ma oggi è venuto allo scoperto come non mai. Oggi è al governo “la Bestia è tornata” scrive Paolo Berizzi nel suo Ritorno della Bestia. Camerati e nostalgici di Mussolini oggi sono al governo e ai vertici delle istituzioni, siedono nei palazzi del potere. Sdoganati e legittimati. Un fascismo nuovo, “da marciapiede”. Che aizza l’odio per il diverso, per le minoranze, per l’altro, che “usa” l’immigrazione come capro espiatorio. Un fascismo che riporta in sé e con sé una scia di razzismo, intolleranza, odio, antifemminismo, sessismo e avvelena un’intera società. Un processo lento che trova radice nella paura per l’ “altro”, per l’inedito. Un fascismo fatto di odio e di sfogo, di pulsioni di violenza e di morte. Io credo che all’antifascismo e soprattutto alla sinistra, tutta, oggi spetti il compito e il dovere di rilanciare come priorità quella di un antifascismo militante. A partire dalla “strada”. E di dare vita a una vera offensiva culturale, sociale e politica contro questo stato di cose in cui la “bestia” “sguazza”.
In questo momento i cosiddetti intellettuali e burocrati di partito dominano la scena della sinistra, quella sinistra che ha invertito la relazione con la sua storia fino al punto di negarla. Questa sinistra delle buone maniere, tollerante e “democratica” se continua così verrà divorata da un popolo che non comprende e che finirà per accettare il fascismo. Il solo mezzo per uscire dalla tragedia del fascismo, non mi stancherò mai di affermarlo, è pensare, prospettare, organizzare, costruire, dare un nuovo futuro a questo Paese. E di lavorare per ricostruire quella forza necessaria, affinché ciò sia possibile, quella che potrà nascere da una nuova unità delle culture e delle tradizioni democratiche. Vale per l’Italia ma anche per l’intera Europa. Non si ricomincia da zero ma da delle fondamenta più che solide, quelle della Costituzione.
La cultura può essere una forma di Resistenza più efficace della politica? Puoi fare degli esempi?
La cultura è indispensabile per la formazione dei politici e quindi è una componente essenziale del bagaglio politico. Una cultura politica. Ma la cultura non può sostituire la Politica. Nella maniera più assoluta. Certo è che il confine fra le due non è mai così netto. Entrambe interagiscono l’una con l’altra e a volte entrano in conflitto fra di loro. Soprattutto quando la politica non garantisce l’autonomia e la libertà d’espressione di informazione. La cultura non dovrebbe mai essere asservita al potere politico. Detto questo in realtà non esiste opera culturale che non sia “politica”. Ogni espressione culturale ha una valenza politica, e contiene in sé una visione del mondo, dei valori, delle tradizioni, un “pensiero” che può asservire un potere politico, come può essere in conflitto con esso. Da qui il ruolo degli intellettuali. In Italia da molto tempo la cosiddetta autonomia degli intellettuali è diventata una sorta di favola. Una volta si diceva che il “proletariato” doveva creare i suoi intellettuali e il proprio sapere perché diventasse egemone la cultura operaia o proletaria che sia. Ma questo di fatto è accaduto raramente, poiché è stato più frequente il caso che alcuni intellettuali figli della borghesia siano diventati i difensori e gli interpreti degli oppressi e gli sfruttati. Questo fatto comunque ha dato luogo a una dialettica sociale culturale e politica.
Oggi la latitanza della cultura la possiamo trovare nella crisi dei ceti dirigenti in ogni campo della vita sociale, non solo quella politica. A essere realista ammetto che sinceramente non ho bisogno in questo particolare momento storico dei “politici” ma ho bisogno di uomini e donne che sappiano costruire ponti fra le culture, i linguaggi, le tradizioni, le religioni e magari da questo lavoro di pontificato la politica potrà rigenerarsi. In tutto questo c’è il rischio del “fai da te” ma è un rischio che vale la pena di correre, non vedo altre vie di accesso alla rinascita politica.
C’è stato un momento in cui ti sei sentito stanco di portare avanti certi temi? Resistere ha un prezzo personale?
Sulla mia Telecaster Squier tengo attaccato un adesivo con la foto di Mohamed Alì e con inscritta una sua parola d’ordine “Pungere e Volteggiare – Stile da Combattimento.” Ho volteggiato e certe volte ho “punto”, ma non mi sento ancora stanco. Il prezzo che si paga nel fare la vita che faccio l’ho messo in conto da sempre, ma è molto di più di quello che ho avuto in cambio. L’ho detto molte volte e qui lo ripeto. A mia figlia non lascerò in eredità dei palazzi o dei conti in banca o uno yacht, ma i miei occhi! Perché se guardasse nei miei occhi vedrebbe la “Grande Bellezza” che ho visto e ho incontrato viaggiando con la carovana dei Gang per più di quarant’ anni, su e giù per questo mio Paese. Questo è il dono più grande che lascerò quando sarà venuto il tempo di andarmene da quaggiù. E questo dono per me vale tutte le pene del mondo. Si chiama appartenenza, la condizione per vivere una vita da uomo libero.
Certo, è stata una scommessa, ma senza scommessa non c’è il rischio dell’esistenza. Ho imparato che l’esistenza non è avara, ed è questo rischio che dà senso alle decisioni che poi creano i valori per cui si vive. Se si rischia molto per qualche cosa, allora vuol dire che questa cosa vale molto. Non ho mai voluto vivere come una calcolatrice e ho fatto quello che ho fatto semplicemente per dare un senso alla mia vita. Ho avuto fiducia, non in me, ma in quel mondo, in quelle persone che avrei incontrato, e quelle persone me l’hanno restituita, con gli interessi. Sono io quello sempre in debito, e per questo ho imparato a dire “grazie”, per primo.
Mia figlia ha le ali leggere (Sangue e Cenere, 2015):
Cantacronache con Italo Calvino nel 1958 scrissero Oltre il ponte, canzone che ha per tema l’eredità dei valori della guerra partigiana. Oggi, a 81 anni dalla Liberazione, se dovessi tu spiegare la Resistenza a un ragazzo o a una ragazza di oggi con una sola frase, quale sarebbe? Oppure con una tua canzone, quale sarebbe?
Non ho una canzone o addirittura una frase per “spiegare” la Resistenza ad un giovane ma gli regalerei un libro: Lettere dei condannati a morte della Resistenza.
Quest’anno celebrate i quarant’anni del disco Barricada Rumble Beat. Che valore attribuisci alla musica come strumento di cambiamento sociale in un’epoca così diversa da quella in cui avete iniziato?
Faccio una breve premessa: io non sono un “musicista”, ma uno che scrive e canta delle canzoni. E le canzoni fra le tante e infinite “cose” contiene anche la musica. Ma una cosa è la musica e un’altra è una canzone, o meglio la canzone popolare moderna, quella che nasce con Guthrie.
La canzone, quella “cosa” piccola ma che riesce a contenere il tutto, come la bellezza. Quella canzone che contiene la letteratura, la poesia epica, il teatro, il cinema, le comunicazioni di massa, la parola che racchiude il sentimento e diventa voce! Sarà Dylan, grazie alla scolarizzazione di massa soprattutto, a perfezionare questo “modello” di canzone popolare. Quindi, per quel che ci riguarda, posso affermare che le canzoni che ho scritto col passare del tempo sono diventate sempre più delle storie cantate. E a cosa servirebbero allora queste storie cantate? La risposta è per certi versi “antica” e si riallaccia alla “notte” dei tempi. Basti pensare a un classico come Le mille e una notte. Io credo che l’unica via di uscita resti questa: l’intrecciarsi di tante storie. Questo significa che ognuno di noi non è una sola storia, ma come Shahrazad siamo fatti di mille e una storia, siamo moltitudini. La storia nostra, quella dei Gang (al plurale) è una storia fatta da “mille e una storia” cantate e non. Siamo cambiati nel corso degli anni grazie alle storie che abbiamo cantato, sta tutto qua il nostro “valore”, perché storia dopo storia siamo diventati ogni giorno “meno imperfetti”, almeno spero.
Rumble Beat:
Dopo più di quattro decenni di carriera, quale pensi sia il significato e il peso della vostra musica nel contesto culturale e politico contemporaneo?
Le nostre canzoni e la nostra storia sono soltanto granelli di sabbia utili se messi insieme a tanti e tanti altri granelli per fare una “Grande Spiaggia”: il Popolo Nostro! Credo che tutto ciò sia alla fine una sorta di laboratorio, su cui vale la pena confrontarsi e magari trovare ispirazione sia culturale che politica per una nuova appartenenza. Il nostro canzoniere oggi può essere paragonato a un grande fiume capace di accogliere tre grandi affluenti, quello della tradizione cristiana, facciamo dei nomi e cognomi tanto per intenderci: Balducci, Zanotelli, Don Gallo, Don Milani, Turoldo, la comunità di sant’Egidio, quella di Bose. Quella tradizione che riscatta il Cristo dal cattolicesimo, che lo riporta “a casa”, ai Vangeli. La tradizione socialista e comunista. Con Gramsci in prima linea. La rivoluzione culturale, fra egemonia e affinità, una democrazia radicalizzata socialista. La tradizione delle minoranze: le sinistre eretiche, il movimento delle donne, le subculture della strada e le culture del “villaggio globale”, il Sud del mondo. Compito della Politica è farle incontrare, dialogare, come succede nel nostro Canzoniere e da questo incontro far nascere un soggetto plurale politico interprete dell’Avvento di un nuovo Umanesimo, che tradotto politicamente significa un Fronte di Unità Popolare. Questo è l’orizzonte verso cui camminiamo, anche procedendo a zig zag, anche andando indietro per andare avanti, fuori dal “pantano” del presente. Credo sempre più che sia questo il “Fiume” che può portarci all’Oceano. Alla futura umanità, alla vittoria! Hasta siempre.
Nel vostro percorso, ne abbiamo già parlato, avete spesso scelto la strada dell’autoproduzione e del crowdfunding. Che significato ha oggi per voi mantenere l’indipendenza artistica?
Da anni consiglio, a chi produce dei beni culturali come le canzoni o la musica in genere, la lettura di un libro scritto da uno dei più grandi artisti a cavallo di due secoli, che è David Byrne. Il titolo è Come funziona la Musica. In questo libro, al capitolo “Affari e finanze” Byrne affronta anche questo argomento, che credo sia fondamentale per chiunque abbia a che fare con l’arte della musica. Per tutto il ’900 le case discografiche finanziavano le registrazioni, stampavano il prodotto, lo distribuivano, lo promuovevano, anticipavano i soldi per le spese, per i tour, i video, eventi promozionali, consigliavano e guidavano gli artisti nelle registrazioni e nella loro carriera, gestivano la contabilità di tutte le suddette spese e convogliavano parte del denaro rimasto verso l’artista. Dall’inizio del Duemila questo sistema è collassato e in poche parole si sono aperte molte possibilità che prima non esistevano. Ed è stata la fine di una sorta di “pensiero unico”. Le nuove tecnologie hanno permesso un notevole abbassamento dei costi per la registrazione e la stampa di supporti fonografici, stessa cosa per la distribuzione digitale, la diffusione dei network online, sono cambiate molte cose e in sostanza se un tempo c’era un unico modello oggi ce ne stanno molti di più, al punto che un gruppo o un singolo artista può fare tutto da sé. Nel nostro caso possiamo fare tutto da noi ma col supporto di una comunità che si fa carico della produzione dei nostri lavori e che ci mette a disposizione delle risorse economiche, e non solo, che nessuna casa discografica né etichetta indipendente metterebbe. Lo stesso vale per i concerti. Da quasi vent’anni non lavoriamo con nessuna agenzia o manager, abbiamo un filo diretto con chi vuole organizzare un nostro concerto e per quelle situazioni, che non possono permettersi di coprire le spese per un concerto con tutto il gruppo, siamo disponibili a ridurre la formazione, ad essere flessibili, pur di portare le nostre canzoni dal vivo, in quei luoghi e fra quelle realtà che sentiamo vicine a noi per affinità culturali e politiche. In completa autonomia. È un momento di passaggio, senza dubbio, che ci permette di affrontare un cambiamento e nello stesso tempo di garantire alle nostre canzoni l’identità di beni culturali e non di merci. Perché di fatto la questione fondamentale sta tutta qui, nella divisione fra ciò che è un bene e ciò che è una merce. L’una non esclude necessariamente l’altra ma sono “prodotti” che hanno un’identità, delle funzioni e un senso completamente diversi. Il problema nasce nel momento in cui si confondono i due “territori” soprattutto quando, come nel caso del nostro Paese, la merce assorbe e svuota il bene, i suoi contenuti e le sue funzioni.
Quando la sinistra italiana (ossia il Partito comunista e quello socialista), soprattutto attraverso l’Arci, si faceva carico della produzione, diffusione e promozione di beni culturali, fra cui la musica, i confini erano netti, ma da quando la sinistra ha abbandonato la volontà politica di gestire e governare questo territorio, ecco che ha ceduto e dato in pasto al mercato e alle sue leggi, prima quella del profitto, tutte quelle energie creative che facevano riferimento e lavoravano per un processo di emancipazione sociale. Che producevano dei beni culturali. Un bene per noi resta un bene e se è culturale significa che nasce e si crea attraverso le relazioni culturali, dal popolo al popolo. Se è merce ha tutti altri requisiti e si produce in base alle leggi del consumo e del profitto. Due dimensioni profondamente diverse. A questo abbandono, a questa resa, noi abbiamo risposto con l’autoproduzione, per tutelare i nostri beni culturali, pur sapendo benissimo che ogni libertà individuale esiste in quanto esiste la libertà del gruppo. Oggi il nostro gruppo è una comunità, qualcuno può dire che è una riserva. Ma è proprio in questo contesto che noi possiamo ritrovare forza, gioia e ispirazione. Guthrie diceva «se il mio popolo avanza io avanzo, se il mio popolo indietreggia io indietreggio». Oggi il mio popolo si è impantanato e allora noi possiamo continuare ad avanzare, lenti, nel pantano, e a piccoli gruppi. Oggi noi possiamo aprire nuove strade, sentieri, vie di accesso, in attesa che il popolo nostro decida di “avanzare”. Facciamo quello che farebbero dei “sabotatori”.
Il leggendario cantante britannico Billy Bragg ha scritto una canzone sulla gente di Minneapolis che protesta contro la violenta ingerenza degli agenti dell’ICE, City of Heroes, ispirata dagli omicidi di Alex Pretti e Renée Good da parte degli agenti del Dipartimento della sicurezza interna degli Stati Uniti d’America.
Prima ancora Bruce Springsteen ha composto Streets of Minneapolis denunciando le azioni criminali di quella polizia e di chi l’ha assoldata.
La canzone di protesta ha ancora una funzione sociale?
La canzone direi popolare più che di “protesta” ha la funzione di unire le tante voci di un popolo in una sola voce, quella voce che diventa canto, un canto comune. Finché ci saranno i popoli ci saranno le canzoni popolari. Rispetto al dubbio circa la vitalità o meno della canzone popolare in questo arco di tempo, io credo che la canzone popolare “è viva e vive insieme al NOI”. Woody Guthrie intorno alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso scriveva: «Ho sentito dire da diversi intellettuali, gente in gamba, che le canzoni popolari stanno per sparire. Che la canzone popolare, come noi l’ascoltiamo e la conosciamo sta uscendo dalla scena della storia. Io invece dico che proprio adesso la musica, le ballate, le canzoni popolari si stanno rimettendo in piedi, come Joe Louis dopo un paio di duri knockdown». In sostanza, questa della fine della canzone popolare è una sorta di cantilena che si ripete ciclicamente e anche fosse vero che la canzone popolare è morta io non vedo ancora il cadavere nella bara. Anzi, per quel che riguarda soltanto il nostro Paese, si può benissimo riscontrare la presenza attiva di centinaia e centinaia di realtà musicali che tengono viva più che mai la canzone popolare nei suoi infiniti stili e modalità di espressione. E questo si rinnova e passa di mano da generazione in generazione. Basti pensare a gruppi come i Modena City Ramblers, Yo Yo Mundi, Assalti Frontali, Banda Bassotti, 99 Posse, e potrei continuare ancora per molto, citando soprattutto le infinite realtà che sono poco conosciute ma che lavorano alla canzone popolare o politica o di protesta, come delle talpe nei territori dell’underground e della controcultura. Stamattina, per esempio, ho ascoltato per la prima volta un album di un giovanissimo Dario De Nicola, della serie “ma l’amore mio non muore”, anzi, la canzone popolare vive! Quella canzone, come diceva Guthrie che “è amata dal popolo”, una canzone che viene dal popolo ed è fatta per il popolo, una canzone può essere vecchia come il “cucco” e tuttora popolare, “amata dal popolo”. Come le canzoni di Guthrie, colui che ha inventato la canzone popolare “moderna”, proprio nel momento storico in cui si credeva che stesse scomparendo.
Quale battaglia porteresti avanti oggi attraverso una canzone?

Più che una battaglia fra le tante, sento negli ultimi tempi, il bisogno di affiancare il mio “lavoro” ad un popolo che è stato lasciato indietro, che è stato buttato ai margini di questa società, recluso dentro i confini della miseria, della disperazione e della solitudine, quello dei “poveri”. È qualcosa che sento, che vive nel mio sentimento più che nella ragione. Nell’ultimo disco di inediti che abbiamo realizzato c’è una canzone che svela questo mio sentire Via Modesta Valenti. È una via che non c’è, è un indirizzo virtuale, quello di chi a Roma vive per strada, i senzatetto, i cosiddetti invisibili. Modesta Valenti era una di loro. Morta per il freddo e l’indifferenza. La mattina del 31 gennaio del 1983, dopo una notte passata al freddo, alla Stazione Termini, vicino al binario 1, Modesta si sentì molto male. Le ambulanze che accorsero non vollero soccorrerla a causa delle condizioni igieniche nelle quali si trovava; rimase allora a terra, finalmente arrivò l’ultimo mezzo di soccorso, gli operatori non potettero far altro che constatarne la morte. Non ricordo bene come sono venuto a conoscenza di questa storia, forse attraverso la comunità di Sant’Egidio che è stata essa stessa a farsi promotrice dell’iniziativa che ha portato all’intitolazione della strada, ufficialmente poi riconosciuta anche dal Comune di Roma, come gesto di dignità nei confronti di tutte le persone che vivono per strada. In memoria di Modesta Valenti è stata anche posizionata una targa, al Binario 1 della Stazione Termini, e ogni anno viene fatta una commemorazione nella chiesa di Santa Maria in Trastevere. Gli Ultimi saranno i primi, dice la Parola profetica e allora io sento che dai poveri si deve ricominciare! Perché Sono loro la storia del grano, il fuoco che torna al tramonto il pane spezzato e diviso / alla fine del giorno, da Marenostro.
Ci sono ancora banditi senza tempo di cui raccontare le imprese?
I “banditi senza tempo” ci saranno sempre fin quando l’umanità continuerà il suo cammino sulla Terra, fin quando l’umanità saprà riscattarsi dall’orrore del “Male”, delle guerre, della morte, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Fin quando l’umanità ritroverà se stessa nell’Uno, nella Civiltà. Fuorilegge è colui che viola la legge per affermarne il principio! E il principio è e resterà per sempre lo stesso, quello che permetterà all’umanità di essere in continuo movimento, di camminare sulla Terra. Io credo che la civiltà sia un po’ come una sorta di treno, un treno che “cammina” su due binari. I binari sono stati sempre due, quello della religione e quello della legge. Questi due binari non possono avvicinarsi troppo l’uno all’altro o discostarsi altrimenti il treno deraglierebbe. Quindi a vedere da vicino, i binari non si incontrano mai, ma se riusciamo a vedere da lontano, ad avere uno sguardo che nello stesso istante vede il passato lontano e il futuro, allora ci accorgeremo che i due binari si incontrano in un solo punto. Un “principio” sul quale tutte le religioni e tutte le leggi si basano: “Non fare agli altri quello che non vorresti che fosse fatto a te”. Se togliessi quel principio tutte le leggi e tutte le religioni crollerebbero e il treno deraglierebbe, andrebbe fuori dai binari. Poi c’è stato il Cristo, uno dei più grandi “banditi senza tempo” che ha perfezionato questo principio dei principi affermando: “Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”. Il fuorilegge è colui che permette nell’eternità che l’umanità continui il suo cammino divenendo civiltà, movimento.
Tra tutti gli irregolari spicca Pietro Trovarelli che da brigante e disobbediente che combatté contro l’esercito di occupazione napoleonico nei territori marchigiani, è sopravvissuto fino a oggi: ultimo della fila /all’ufficio di collocamento. Il bandito Trovarelli:
“Partigiani una volta/partigiani per sempre” da Ottavo Chilometro: potrebbe essere questo il motto da condividere per il giorno della liberazione dell’Italia dal nazifascismo, apice della Resistenza italiana? Oppure quale altro?
Il 25 aprile per me è il giorno della Promessa. È il giorno in cui rinnoviamo il rito della Promessa. Noi promettiamo, per primi a noi stessi, che continueremo la lotta e la battaglia di coloro che hanno riscattato il nostro Paese dall’orrore nazifascista. Una lotta e una battaglia che non è finita e che continueremo fin quando ci sarà il fascismo. This machine kills the fascists, questa chitarra uccide i fascisti. Così aveva scritto Guthrie sulla sua chitarra acustica, così ho scritto sulla mia chitarra elettrica. Da qui all’eternità, partigiani una volta partigiani per sempre. Dalla stessa parte ci ritroverai.
Festa d’aprile:
Chiara Ferrari, coautrice del documentario Cantacronache, 1958-1962. Politica e protesta in musica. Da Cantacronache a Ivano Fossati, edizioni Unicopli; autrice del libro Le donne del folk. Cantare gli ultimi. Dalle battaglie di ieri a quelle di oggi, Edizioni Interno4, 2021; e del libro appena uscito in libreria per i tipi di Unicopli Quando la musica era anche lotta
Pubblicato sabato 25 Aprile 2026
Stampato il 25/04/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/idee/copertine/i-fratelli-severini-in-arte-gang-canzoniere-epico-e-politico-di-generazioni-in-rivolta/


