Un “libretto”, lo chiama l’autore Ivano Taietti, “Tajetti” per i tanti amici e compagni di impegno in Anpi. Ma il valore di Per dignità e non per odio, pubblicato per i tipi dell’editrice Segni e parole, non sta nel numero delle pagine, ma in ciò che riesce ad aprire, a muovere e a lasciarti dentro.
In tre scritti si prova a riallineare i punti cardinali che indicano il sentiero dalla parte giusta della storia, dotandoci di una bussola con cui attraversare il presente. E che ci porta in una terra dove la memoria della Resistenza non ha mai smesso di parlare. Allora poverissima, “considerata marginale e invece, nei momenti più duri del Novecento, è divenuta centrale”, sottolinea nella prefazione Cristina Franceschi della Fondazione Roberto Franceschi, nata per ricordare lo studente ventenne della Bocconi di Milano, nel 1973 colpito a morte da un proiettile di pistola mentre presidiava la sua università.

Siamo nell’Oltrepò Pavese, luoghi “vissuti, frequentati” da Taietti, paesaggi di una mappa della libertà dove le figure, i protagonisti che emergono – partigiani, comandanti, semplici uomini e donne – sono “presenze reali, radicate in luoghi precisi e scelte concrete”. Persone conosciute grazie al padre partigiano, Mario, e divenute di famiglia. Costruita sui sacrifici, la fame, il freddo, i pidocchi, il timore delle rappresaglie dei nazifascisti, senza munizioni, scarpe rotte eppur bisogna andar.

Tra queste Luchino Dal Verme e Italo Pietra occupano “un posto centrale”, a loro sono dedicati due dei tre scritti, in realtà insieme a un altro gigante, Carlo Smuraglia. “A cui mi ha legato – racconta Taietti – un affetto speciale e davvero particolare, un maestro, un padre, e soprattutto, senza temere smentite, un amico a cui rivolgersi in momenti non facili ma anche in momenti felici per condividere sorrisi”.

Il presidente ANPI dalle lunghe visioni, scomparso nel 2022, che ne Con la Costituzione nel cuore offriva un’ennesima lezione civile e politica, sempre in direzione ostinata e contraria rispetto al tempo della politica che viviamo: “La Festa della Liberazione non coltiva odio, allora non ha nessun senso dire che da un certo momento in là deve esserci una pacificazione. C’è stato chi ha combattuto per mantenere una feroce dittatura e chi invece ha combattuto per la libertà e la democrazia. (…) Quella lotta si è conclusa con la vittoria di una parte, quella che amava la libertà. Non conserviamo rancori ma non siamo disposti a violentare la realtà storica. Questo riconosce la legge dichiarando il 25 Aprile Festa nazionale. Punto e basta”. Va da sé chiedersi cosa avrebbe detto comandante alle parole del presidente del Senato, Ignazio La Russa, che alla vigilia del 25 aprile 2026 — dopo le note dichiarazioni sulla “banda musicale”, il battaglione Bozen di via Rasella — ha affermato che renderebbe omaggio anche ai caduti della Repubblica di Salò, come già quando era ministro della Difesa.

Smuraglia e la naturalezza di un lessico famigliare nato tra valli e montagne marchigiane, fatto di futuro, democrazia, popolo sovrano, utopia: “L’idea del futuro anche per istinto non era certo il ritorno a prima del fascismo. Era inevitabile fondare uno Stato basato sulla democrazia con al centro il popolo sovrano. Si può dire che questa è stata la grande utopia della Resistenza, una bellissima utopia, senza utopia non si costruisce quasi niente”.

Ed ecco un altro padre: Luchino Dal Verme, il “conte partigiano”, il comandante “Maino”. Una vita che sembra uscita da un romanzo raccontata con intensità da un quarto padre, Italo Pietra, il comandante “Edoardo”, nel secondo scritto proposto da Taietti, tratto dal libro I grandi e grossi. 12 ritratti per la cronaca del nostro tempo, anno 1973. Famiglia nobile, un destino già scritto: castelli, stemmi, genealogie. Ma quando il Paese crolla, strappa quel copione. Tenente di artiglieria, ha attraversato i fronti di Francia, Jugoslavia, Russia. Poi l’8 settembre, lo Stato dissolto, gli ordini che si contraddicono. Torna in Oltrepò, a Torre degli Alberi. E lì nasce la scelta, descritta in modo folgorante da Pietra, divenuto grande scrittore e giornalista: “Vale la pena di esporre le alte valli alle fiamme e alla morte per dare vita a una brigata partigiana che nel quadro della guerra mondiale ha l’importanza di un granellino di sabbia in mezzo al Sahara?”. È tra quelle colline che la Sesta Brigata, la Matteotti, la Garibaldi, la Divisione “Antonio Gramsci” guidata “Dal Cònt”, cattolico, per i contadini uno di loro, hanno scritto pagine straordinarie di Resistenza armata e civile, scandita da rischi, solidarietà, generosità, coraggio e responsabilità quotidiane. Per dignità e non per odio, appunto.
E i volti di Riccardo, operaio toscano, di “Catania” morto senza un nome, di Franco, un veronese, Armando e Walter, morti con la faccia sull’asfalto. L’episodio della “torta”, tagliata a metà: “Qui noi tedeschi, qui voi”, proposero una volta due ufficiali della Wermacht, dividendo una planimetria della zona. “Quella carta non va bene” risposero i montanari partigiani. “Perché? È esatta”. “Troppo piccola, non arriva fino al Brennero”. La punizione degli occupanti: un terribile rastrellamento eseguito da truppe mongole.

Pietra non parla di Dongo, l’atto finale della dittatura, conclusione di una storia che aveva già deciso il suo esito. Lo fa Taietti, nel primo scritto e nel terzo, un articolo a sua firma, pubblicato da Patria Indipendente nel 2017, per la scomparsa di Luchino Dal Verme. Riferisce della telefonata di Raffaele Cadorna, il comandante del CVL e dell’onere enorme, senza un ordine scritto, che ricadde su un pugno di uomini. Riporta anche il gesto silenzioso con cui Edoardo trattenne Maino dall’andare: “Hai dato tanto. Ora arriva il tempo della libertà”.

In un libretto che puoi portarti in tasca, ci sono mille straordinarie storie. Anche del dopoguerra, con Luchino Dal Verme, figlio di una casata antica, che prenderà la via più inattesa e anticipatrice, declinando le offerte per uno scranno in Parlamento, scelse la terra. Lo racconta Italo Pietra, denunciando già lo scempio dell’ambiente, i giovani costretti a emigrare, la terra ferita che frana, i villaggi stravolti dal turismo “rapallizzati”, e lo ricorda Taietti. Era come se, dopo aver guidato uomini in montagna, Dal Cònt avesse deciso di farsi guidare da quella stessa gente che durante l’occupazione, gli era stata al fianco e aveva protetto i suoi beni dalla razzia tedesca. Come si protegge un seme in inverno. Diventò contadino. Un conte che curava l’uva e allevava con amore e cura pulcini e mucche con la stessa attenzione con cui aveva custodito la libertà.
Taietti, autore di altri libri e regista e sceneggiatore di due docufilm sulla Reistenza in Oltrepò, componente del Comitato provinciale ANPI Milano, è cresciuto dentro quelle memorie, ascoltate all’osteria dell’Imbarcadero di Casamarchese. Un ragazzo con un gelato in mano, suo padre Mario accanto, e attorno un tavolo, quasi un altare laico, un punto di gravità della pagina repubblicana. Perché a discutere, ridere e raccontare c’erano “Tino” Agostino Casali, il Conte Luchino Dal Verme, Italo Pietra, “Ciro” Carlo Barbieri, Paolo Murialdi, colonne portanti di un’Italia che stava ancora imparando a reggersi in piedi.
E allora il merito di Taietti è proprio questo, perché onorare quei Padri capaci di reggere l’urto della Storia significa continuare il loro impegno. Perché la libertà che ci hanno consegnato non è un’eredità da custodire, è un compito da sostenere. Come diceva Smuraglia: “Schiena dritta, sguardo verso le stelle, con dignità e speranza”
Pubblicato giovedì 23 Aprile 2026
Stampato il 23/04/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/librarsi/onora-i-padri/



