
Sambreville è un Comune nel cuore pulsante del “Pays Noir”, la zona mineraria di Charleroi, nato sulle rive del fiume Sambre, un punto di transito fondamentale per il trasporto delle materie prime. È uno di quei posti dove i discorsi si cominciano nella lingua di Moliere, ma quando toccano i luoghi dell’anima, i ricordi, l’amore, la cucina, scivolano dolcemente verso quella di Dante. Perché “grazie” – e le virgolette voglion dire molto – al protocollo italo-belga del 1946, quello che oggi chiamiamo “l’accordo uomini in cambio di carbone”, migliaia di italiani arrivarono in questi villaggi dove il sudore si mischiava alla polvere sottile del coke. La tragedia di Marcinelle del 1956 segnò l’inizio della fine, portando gradualmente alla chiusura delle miniere. Ma Sambreville rimane un luogo dove la memoria della fatica dei minatori convive con l’eleganza della sua storia.

Lo testimoniano i fazzoletti al collo di chi oggi, a pochi giorni dal 25 Aprile, ricorda un minatore, un Alpino, un partigiano; quelli rossi a scacchi bianchi dell’Associazione degli ex minatori, quelli verdi dell’Associazione Nazionale Alpini, quelli tricolore dell’ANPI.

Una cerimonia semplice, un incontro con gli amici, i figli, in cui si ripercorrono le tappe di quel viaggio cominciato nel 1915 a Subit, un piccolo villaggio del comune friulano di Attimis e che terminerà tra qualche giorno, quando il Comandante Mitra, l’Alpino Onorio Sigura tornerà “a baita”.

Come tanti giovani della sua epoca, Onorio sarà travolto dagli eventi della Storia diventandone, suo malgrado, un testimone, un protagonista, un esempio; e quando nel 1947 farà il suo terzo grande viaggio, quello verso le miniere del Belgio, parteciperà alla scrittura di un pezzetto della storia del nostro Paese dopo averne già scritti altri due, altrettanto ricchi di dolore, fatica e impegno. Quello verso il bacino minerario di Charleroi non è il primo soggiorno all’estero di Onorio, i primi due “viaggi organizzati” li ha gentilmente forniti il regime fascista, il primo a visitare le coste dell’Albania, il secondo a spezzare le reni alla Grecia.
È il 1937, Onorio ha 22 anni e diventa Alpino. Lascia le sue montagne, la sua famiglia e parte per l’Albania, poi per la Grecia. Arruolato nell’8° Alpini, integrato nella 3ª divisione “Julia”, un’unità che subirà perdite terribili, al punto che la bandiera del reggimento fu insignita della Medaglia d’Oro al Valor Militare. Durante questa campagna, Onorio scopre la realtà brutale della guerra: il freddo che ti entra nelle ossa, il caldo che non fa riposare, la fame, la paura, la morte onnipresente. Il suo reggimento si distingue per il coraggio, ma a prezzo di immensi sacrifici. Dopo i combattimenti, mentre una parte dei superstiti rientra in Italia, un’altra tragedia li colpisce: la nave Galilea, che trasporta un battaglione del reggimento, viene silurata. Centinaia di soldati scompaiono in mare. È un ulteriore trauma per questi uomini già così segnati, ma che non impedirà al regime di offrire loro ancora un viaggio

Nel 1942, una parte del reggimento viene inviata sul fronte russo, in seno all’8ª armata italiana, a combattere in condizioni estreme, di fronte all’inverno russo ed a una guerra implacabile, che – senza sorprese – si trasforma nella disfatta e nella Ritirata di Russia. Onorio è fortunato, non partecipa a quello che fu uno degli episodi più drammatici della Seconda guerra mondiale, ma ha capito. Ha capito come stanno andando le cose e soprattutto perché.

L’8 settembre il cammino di Onorio prende una svolta decisiva. A 28 anni, forte di tutti gli orrori che ha vissuto, compie una scelta. Una scelta morale. Una scelta coraggiosa: entra nella Brigata partigiana “Osoppo”, accanto a uomini dalle diverse convinzioni – cattolici, socialisti, laici – ma uniti da una stessa volontà, quella di liberare il Paese dall’occupazione nazifascista e costruire uno Stato democratico. Onorio diventa il partigiano “Mitra”, conserva il suo cappello da Alpino, simbolo del suo passato e della sua identità, scelto dalla Brigata Osoppo insieme al fazzoletto verde e, grazie alla sua esperienza militare, diventa comandante di gruppo.
Ogni giorno è un rischio; ogni azione può essere l’ultima. Nel settembre 1944, Onorio partecipa alla battaglia di Povoletto, vicino a Udine. Un piccolo capolavoro di strategia che aveva come obiettivo l’eliminazione del presidio della 63ª legione della Guardia nazionale repubblicana “Tagliamento”, composto da 220 carabinieri, 30 camicie nere, qualche finanziere ed ai quali si erano aggregati 3 marescialli tedeschi. Il risultato è eclatante, di fronte a tre caduti e una ventina di feriti di parte partigiana, i fascisti uccisi saranno 28, 193 prigionieri, tra cui i tre tedeschi e un ricco bottino in armi e materiali. 170 dei carabinieri catturati aderirono poi al movimento partigiano, entrando nelle formazioni osovane o garibaldine. Un’azione esemplare, che chiama una risposta fascista che non si farà attendere.

Qualche giorno più tardi, le forze nazifasciste lanciano l’operazione “Piave”, un vasto rastrellamento contro i partigiani. Per dieci giorni, la regione è immersa nel terrore: arresti di massa, esecuzioni, deportazioni, villaggi distrutti. Alcuni partigiani, ingannati da false promesse, si arrendono… e saranno giustiziati. Uno degli episodi più tragici è l’eccidio del Grappa, del 26 settembre 1944. 31 giovani partigiani vengono impiccati in pubblico a Bassano, agli alberi di quello che oggi è il Viale dei Martiri, per terrorizzare la popolazione. Onorio e i suoi uomini riescono a sfuggire e non dev’essere cosa da poco, se il fatto d’essere sopravvissuto al “Grande rastrellamento del 26-30/9/44” sarà addirittura menzionato nel suo Libretto Personale…

Nonostante tutto, la Resistenza continua. Si organizza, colpisce, resiste. Nel febbraio 1945, i Partigiani attaccano la prigione di via Spalato a Udine per liberare i prigionieri politici e qualche mese più tardi, arriva finalmente la Liberazione. Il 1° maggio 1945, il Comandante Mitra partecipa alla liberazione di Udine. È la fine dell’occupazione, la fine della guerra per Onorio. Dopo anni di sofferenza, la libertà è finalmente ritrovata. Il 31 luglio 1945 riceve 5.000 lire quale premio di smobilitazione e deve ricostruirsi una vita.

Nel 1947, Onorio lascia l’Italia per il Belgio e si stabilisce nella regione di Charleroi. Il suo primo libretto di lavoro lo vede a Roselies, un Comune che oggi non esiste nemmeno più: è il 17 giugno del 1948 e il Borgomastro certifica che Onorio Sigura esercita la professione di minatore. È un lavoro duro, pericoloso, ma, a poco a poco, il Comandante Mitra si costruisce una nuova vita.
Nel 1951 si sposa con Irma, fonda una famiglia, costruisce una casa. Arrivano 4 figli e dopo tanti anni di guerra, vive la pace, la stabilità, la semplicità. Il 10 ottobre del 1965 riceve la Croce al Merito di Guerra. Anzi, ne riceve due, una come Alpino, l’altra come capo nucleo partigiano. Gli anni di miniera però non perdonano e nel 1969 l’Alpino Sigura posa lo zaino. Irma lo raggiungerà nel 2021 e qui si apre un nuovo pezzo di quel viaggio cominciato un secolo fa a Subit.
“Sergentmagiù, ghe riverem a baita?”, chiede senza sosta Giuanin nelle pagine de Il Sergente nella neve. Ed è arrivata l’ora anche per il Comandante Mitra di tornare alla sua baita. Bruno, Rita, Adriana e Luciano, consapevoli del valore di quella scelta fatta dal loro papà, hanno deciso che sarà d’ora in avanti il cimitero di Lamon, in provincia di Belluno, a ospitare Onorio e Irma.

E in questa antivigilia del 25 Aprile hanno preparato e raccontato il quarto viaggio di Onorio Sigura, quello che lo riporterà all’ombra delle montagne di casa. Il Comandante Mitra sta tornando a baita, lo accoglieranno l’ANPI, l’ANA e i suoi compagni di lotta. L’Alpino, il partigiano, il minatore, sta tornando a casa e siamo felici di accompagnarlo in quest’ultimo viaggio, onorando con lui non solo la memoria di chi ha combattuto per la Libertà, ma anche quella delle migliaia di italiani che hanno scelto l’emigrazione per far rinascere il nostro Paese, eroi silenziosi di una ricostruzione che deve alle “rimesse”, quei soldi che i nostri connazionali inviavano a casa dall’estero, una buona parte della liquidità che permise all’Italia di rialzarsi.
Un altro gesto di Libertà.
Filippo Giuffrida Repaci
Pubblicato martedì 21 Aprile 2026
Stampato il 21/04/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/ci-guidavano-le-stelle/il-comandante-mitra-torna-a-baita/






