Questa volta, al liceo Calvino di Sestri Ponente a Genova, non sono stati – per ovvie ragioni anagrafiche – i Partigiani o a vario titolo esponenti ANPI o ANPPIA a raccontare Antifascismo e Resistenza, ma sono stati gli studenti stessi, coinvolti in un progetto in cui l’intervista a figli, nipoti o comunque parenti di resistenti è diventata il mezzo usato dagli studenti come soggetto attivi, mentre la ricomposizione della memoria era l’obiettivo finale compiuto da questi giovani.

Per prima cosa sono stati individuati dei congiunti di resistenti, disponibili ad essere intervistati. Di ogni intervistato è stata fornita documentazione che contestualizza il parente partigiano: molti i richiami al memoriale Noi Partigiani, ma anche testi, libri o materiali d’archivio dell’istituto Storico della Resistenza. I docenti hanno fornito il “metodo” su come assemblare le informazioni e il passo successivo è stata l’intervista condotta dagli studenti.
Le interviste, nel caso dell’istituto Calvino sono state cinque e si presentavano tutte con un registrato superiore all’ora e considerando che l’obbiettivo finale era di produrre un video di durata massima di un’ora, con tutti gli intervistati, agli studenti è stato dato il compito o di fare loro il montaggio o di dare le indicazioni dei tagli che erano necessari per ridurre l’intervista singola tra i dieci e i dodici minuti. La mia presenza è servita solo per l’eventuale supporto tecnico lasciando agli studenti la scelta dei contenuti e ogni intervista è stata accompagnata da una sintetica relazione scritta. La conclusione di questo lavoro è stato un momento di “restituzione” pubblica alle classi coinvolte e no del liceo con la proiezione del video completo e soprattutto di un intervento da parte dello storico, docente dell’università di Genova, Marco Doria, con il compito di perimetrare nell’ambito corretto, la narrazione che scaturiva dal video finale stesso. Il percorso evidente parte dall’antifascismo degli anni 20, con una precisa contestualizzazione sociale e la politica clandestina dell’opposizione (intervistato su questo Sandro Paoletti). La maturazione antifascista negli anni del servizio militare, i contatti con figure storiche come Buranello e Fillak e la Resistenza nelle formazioni di Giustizia e Libertà (intervistato Marco Giannesini).
L’8 settembre vede gioco forza il protagonismo dei militari e attraverso i racconti alla figlia di un sottotenente di un presidio costiero del litorale genovese comprendiamo “la scelta” e inoltre (intervistata Maria Grazia Repetto) la partecipazione all’organizzazione Otto, per coordinare i contatti e i lanci in buona parte del nord-Italia da parte degli alleati.

Infine, dai racconti dell’esperienza partigiana sui monti della sesta zona (intervista a Giampiero Alloisio) con la condizione post-bellica alle altre resistenze su territori diversi come in pianura nel ferrarese senza dimenticare il protagonismo delle donne (intervista a Massimo Bisca) e tornando nel genovesato le fabbriche con il loro contributo sottolineando quando antifascismo e resistenza diventano lotta sociale. La grande bravura di Marco Doria, partendo dalle considerazioni che emergono dal video degli studenti, è consistita nell’aver saputo ricostruire in una unica narrazione, la storia di oltre un ventennio presa in esame dagli studenti ed evidenziata dalla loro curiosità.
Una caratteristica di questo progetto è la possibilità, partendo dal considerevole numero di ore di registrato di avere di fatto a disposizione un materiale tale da poterlo re-iniziare usando proprio quel materiale registrato e non utilizzato. Nel video non compaiono immagini degli studenti per garantire la privacy degli stessi.
Loris Viari
SCHEDE SUI PARTIGIANI E LE LORO FAMIGLIE
Nello Paoletti, a cura della 5CL
La testimonianza di Alessandro Paoletti offre uno spaccato profondo e umano sulla figura di suo padre, Raffaello Paoletti, detto Nello, e sul contesto storico che ha preceduto la Resistenza formale a Genova. La narrazione segue una parte di storia spesso trascurata: la Resistenza non è nata dal nulla, ma ha affondato le radici nel sentimento antifascista nato dalle lotte operaie durante il biennio rosso. Questo legame è fondamentale per capire come gli operai genovesi abbia resistito a un clima delle violenze e uccisioni fasciste, diffuse soprattutto nei quartieri popolari, nati dalla rapida industrializzazione.
Nello infatti visse le rapide trasformazioni di Genova: nato in una famiglia di contadini toscani immigrati, una volta arrivato a Rivarolo conosce la Genova industriale dell’inizio del Novecento, molto diversa dalla campagna casentina dove viveva: i territori agricoli si stavano infatti trasformando rapidamente in lande industriali sotto la spinta del gruppo Ansaldo; inoltre inizialmente ebbe anche problemi con la lingua, vista l’enorme differenza tra il genovese ed il dialetto toscano che conosceva.
Nonostante queste difficoltà iniziali, Nello si inserì pienamente nella realtà cittadina e, nel 1932, mentre prestava servizio militare nella Regia Marina a La Spezia, scelse la via della militanza clandestina entrando nel Partito Comunista. A soli 22 anni, divenne una figura chiave dell’organizzazione, incaricato di costruire il primo embrione della rete clandestina e di curare le “cellule di fabbrica” in tutti i grandi stabilimenti genovesi.
Fu un lavoro pericoloso e costante, svolto sotto l’occhio vigile della polizia politica, della questura fascista e dell’Ovra, che estendevano i loro controlli e le loro spie fino all’estero. In questo percorso, figure come quella di Arturo Delle Piane — operaio, professore e fondatore della Società di Procultura Popolare — e quelle di Walter Fillak e Giacomo Buranello furono determinanti per la formazione dei quadri dirigenti e per il mantenimento dei contatti internazionali, nonostante il rischio di arresto e talvolta divari ideologici. In particolare, con Buranello e Fillak ci fu una discussione accesa, che sfociò in una lite in casa di Paoletti, tanto che le urla attirarono le attenzioni del vicino di sotto, membro della polizia fascista, che addirittura arrivò a picchiare con la scopa contro il soffitto per farli tacere. La mattina seguente furono tutti arrestati. Inoltre, il cammino non fu privo di momenti di crisi profonda. Alessandro ricorda come suo padre indicasse gli anni 1937 e 1938 come i più bui per l’antifascismo. Il consenso ottenuto dal regime con l’impresa d’Etiopia e un lieve miglioramento delle condizioni materiali avevano generato sfiducia tra le masse operaie, portando molti a dubitare che l’antifascismo potesse realmente progredire. Fece anche parte, dal ’43, dell’organizzazione Otto, fondata da Ottorino Balduzzi, primario neuropsichiatra al San Martino. L’organizzazione aiutò i prigionieri americani e inglesi a riunirsi con gli alleati, permettendo la nascita di un ponte aereo che armerà partigiani in tutto il nord Italia. Dall’antifascismo di Nello Paoletti emerge come una coerente scelta di vita, radicata nelle lotte operaie e maturata in anni di isolamento. La sua storia dimostra che la Resistenza non fu un evento improvviso, ma il culmine di una lunga e tenace preparazione clandestina.
Oscar Giannesini, a cura della 5AL
La vita di Oscar Giannesini (1910-1975) rappresenta un esempio significativo di militanza antifascista, radicata in una coscienza maturata precocemente e sviluppatasi attraverso la clandestinità, la prigionia e la lotta armata. Origini e maturazione politica Nato a Roma ma genovese d’adozione, Giannesini crebbe in una famiglia dalle radici antifasciste e garibaldine. Un evento determinante per la sua formazione politica avvenne durante l’adolescenza quando, partecipando a un campeggio di “avanguardisti”, assistette al pestaggio di un giovane da parte dei fascisti; quell’episodio, definito dagli aggressori una “lezione fascista”, segnò la nascita della sua coscienza critica. Nel 1936 risultava già iscritto al Pci e nel 1938 tentò invano di arruolarsi nelle Brigate Internazionali per combattere nella Guerra Civile Spagnola.
Clandestinità e prima carcerazione. Nonostante la sua fede politica, prestò servizio nella Marina Militare come Tenente di Vascello. Durante la guerra, mentre era imbarcato sull’incrociatore Città di Palermo, mantenne contatti con la struttura clandestina del Pci, legandosi a figure di spicco della Resistenza genovese come Giacomo Buranello e Walter Fillak.
Il 5 gennaio 1942 sopravvisse miracolosamente al naufragio della sua nave, silurata da un sommergibile inglese, salvandosi a nuoto nelle acque gelide. Poco dopo, nel corso dello stesso anno, fu arrestato a La Spezia a causa delle sue idee antifasciste. La sua prigionia fu inizialmente “privilegiata” presso il faro dell’Isola del Tino — poiché sospettato dall’Ovra di contatti con gli inglesi per via delle origini della nonna — ma divenne poi più dura con il trasferimento al carcere del Varignano e infine a Regina Coeli a Roma, dove condivise la cella con partigiani jugoslavi. Fu liberato solo dopo la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943. La Lotta Partigiana in Val di Vara – Dopo l’8 settembre 1943, Giannesini si nascose tra Genova e l’Oltrepò Pavese, per poi unirsi alla Resistenza nell’estate del 1944. Sebbene comunista, scelse di militare nelle formazioni di “Giustizia e Libertà”, operando principalmente in Val di Vara (tra Varese Ligure e il Monte Gottero). In questo periodo collaborò anche con il Maggiore britannico Gordon Lett.
Seconda cattura e Liberazione – All’inizio del 1945, rientrato segretamente a Genova per far visita ai genitori, fu vittima di una delazione e arrestato nella zona di Borgoratti. Fu condotto nella famigerata Casa dello Studente, centro di torture gestito dai nazifascisti, dove subì la tortura psicologica di una finta condanna a morte, trascorrendo un’intera notte in attesa della fucilazione. Trasferito successivamente al carcere di Marassi, visse gli ultimi mesi di guerra in condizioni di estrema indigenza, arrivando a pesare solo 35 chili al momento della Liberazione, il 25 aprile 1945.
Il dopoguerra e il Titoismo – Dopo la Liberazione, Giannesini prestò servizio nella Polizia Partigiana e riprese l’attività politica nel Pci. Tuttavia, nel 1948, la sua integrità intellettuale lo portò a scontrarsi con la linea ufficiale del partito: si rifiutò di condannare Tito dopo la rottura con il Cominform e fu per questo accusato di titoismo e allontanato dal Pci, per poi essere riammesso con scuse ufficiali solo anni dopo. Dedicò il resto della sua vita all’insegnamento e all’impegno civile nell’ANPI e nell’ANPPIA, mantenendo saldi legami con figure come Ferruccio Parri e Sandro Pertini. Noi crediamo che sia sempre più necessario mantenere viva la memoria della Resistenza come processo di consapevolezza civile attivo, per capire che i valori della libertà e della democrazia non son mai conquiste sicure, ma sono eredità che dipendono dalla responsabilità collettiva. Dobbiamo ricordarci che la nostra Costituzione affonda le radici proprio nei valori in cui credevano i Partigiani, pur nella loro eterogeneità di vedute politiche.
Le fila dei testimoni diretti si stanno assottigliando ed è proprio per questo che è importante raccogliere il testimone della Storia e costruire ponti tra le generazioni: bisogna passare dai racconti vissuti in prima persona alla conoscenza storica come bagaglio condiviso. In un mondo sempre più complesso, dominato da conflitti e derive autoritarie, è fondamentale coltivare la memoria come impegno quotidiano, perché custodire il passato significa riuscire a decodificare il presente e rafforzare la consapevolezza con cui costruire il futuro.
Costanzo Repetto, a cura della 5DIT
L’incontro con la figlia di un partigiano è stato un momento molto significativo per la nostra classe, perché ci ha permesso di avvicinarci in modo diretto e umano a un periodo storico che spesso studiamo solo sui libri, cioè quello della Resistenza. La testimonianza si è concentrata soprattutto su ciò che è avvenuto in Liguria, e in particolare nella zona di Vesima, un luogo che magari per molti di noi è solo una località di mare, ma che durante la Seconda guerra mondiale è stato teatro di eventi importanti, anche drammatici.
La Signora Grazia Repetto ci ha raccontato la storia di suo padre Costanzo, un giovane che, come tanti altri, decise di unirsi ai partigiani per opporsi al fascismo e all’occupazione nazista, mettendo a rischio la propria
vita per un ideale di libertà: ci ha colpito molto il fatto che non fossero eroi nel senso tradizionale, ma ragazzi normali, spesso poco più grandi di noi, che si sono trovati a dover scegliere da che parte stare in un momento difficile. Parlando della Resistenza in Liguria, ci ha spiegato come il territorio, con le sue montagne e i suoi boschi, fosse favorevole alle azioni dei partigiani, che potevano nascondersi e organizzare attacchi contro i nemici, ma allo stesso tempo era anche un ambiente duro, dove mancavano cibo, armi e condizioni di vita dignitose. Vesima in particolare era una zona strategica, perché si trovava vicino alla costa e a importanti vie di comunicazione, e per questo motivo era spesso controllata e pattugliata dai tedeschi e dai fascisti.
I partigiani dovevano muoversi con grande cautela, contando anche sull’aiuto della popolazione locale, che rischiava molto nel fornire cibo o informazioni. La figlia del partigiano ha raccontato alcuni episodi concreti, come rastrellamenti, fughe nei boschi e momenti di paura costante, che hanno reso il racconto molto più reale rispetto a quello che si può trovare nei manuali scolastici. Ci ha anche fatto riflettere su quanto fosse difficile distinguere tra il bene e il male in certe situazioni, e su come la Resistenza non sia stata solo una lotta armata, ma anche una scelta morale.
Un altro aspetto importante è stato il ricordo delle conseguenze della guerra, perché anche dopo la fine del conflitto molte ferite sono rimaste aperte, sia a livello personale che collettivo. L’incontro ci ha fatto capire che la memoria è fondamentale per non dimenticare ciò che è successo e per dare valore alla libertà di cui oggi godiamo. In conclusione, questa esperienza è stata molto utile perché ha reso la storia più concreta e vicina a noi, facendoci comprendere come, dietro agli eventi studiati, ci siano persone vere, con emozioni, paure ma anche coraggio, e che luoghi come Vesima non sono solo spazi geografici, ma anche testimonianze di un passato importante che non deve essere dimenticato.
Famiglia Alloisio, a cura della 5AII
La prima considerazione è che gli effetti della guerra sono durati anni e che la trasmissione di ciò che accadde attraverso i racconti famigliari, fu in molti casi difficoltoso prevalendo un senso di rimozione su tutte quelle cose brutte che la guerra ha rappresentato. La lenta acquisizione, a volte in maniera indiretta su cosa fecero nonni e genitori durante la Resistenza Le due provenienze politico sociali dei genitori antifascisti di Giampiero, comunista e liberale, sono uno spaccato di quella che sarà la composizione politica delle brigate dove convivevano tutte le diverse realtà politiche ma con un unico scopo, la sconfitta del nazifascismo e il raggiungimento della pace. Una famiglia che ha pagato un prezzo elevato alla lotta al nazifascismo ma che ha saputo alla fine del conflitto portare sui propri territori un messaggio di pacificazione attraverso forme teatrali inclusive.
Famiglia Bisca, a cura della 5BL
Durante l’incontro svolto in classe, abbiamo ascoltato la testimonianza del figlio di un partigiano, che ci ha raccontato, attraverso ricordi familiari e storie tramandate, la realtà della Resistenza italiana. In particolare, l’intervento ha messo in evidenza non solo la resistenza armata, ma anche quella sociale, sottolineando le differenze tra la Resistenza in pianura e quella in montagna. Uno degli episodi più significativi riguarda la figura di Don Giovanni Minzoni, un sacerdote ucciso dai fascisti perché si opponeva apertamente al regime, denunciandone l’incompatibilità con i valori cristiani e promuovendo attività educative come lo scoutismo. La sua morte rappresenta un simbolo della violenza fascista e della repressione verso ogni forma di dissenso.
Dalla testimonianza emerge con forza il ruolo fondamentale delle donne e dei civili nella Resistenza. Le donne, in particolare, non si limitarono a un ruolo marginale, ma furono protagoniste: trasportavano cibo e materiali, partecipavano agli scioperi, facevano da collegamento tra i partigiani e, in molti casi, sfidavano apertamente i fascisti. Anche i contadini ebbero un ruolo decisivo, offrendo rifugio, vestiti e sostegno logistico ai combattenti. Senza questo aiuto, la resistenza armata non avrebbe potuto sopravvivere. Un aspetto centrale della testimonianza è la distinzione tra resistenza armata e resistenza sociale. In città, la resistenza sociale fu particolarmente rilevante: gli scioperi operai coinvolsero migliaia di lavoratori, arrivando a bloccare intere fabbriche nonostante i rischi elevatissimi. Queste proteste dimostrano come la popolazione civile partecipasse attivamente alla lotta contro il fascismo, non solo con le armi ma anche attraverso forme di opposizione collettiva.
Al contrario, nelle zone montane si sviluppò maggiormente la resistenza armata, con le formazioni partigiane organizzate che combattevano direttamente contro i nazifascisti. Tuttavia, anche in montagna il legame con la popolazione locale era essenziale: i partigiani dipendevano completamente dall’aiuto dei civili per sopravvivere. La testimonianza ha inoltre evidenziato la durezza della vita durante la guerra: fame, bombardamenti, violenze e repressioni erano all’ordine del giorno. La Repubblica Sociale Italiana, alleata della Germania nazista di Adolf Hitler, rappresentò una fase particolarmente drammatica, caratterizzata da persecuzioni, torture e delazioni, spesso incentivate anche economicamente. Infine, il racconto ha dato spazio anche a storie personali molto toccanti, come quella di giovani partigiani, spesso poco più che maggiorenni, e di persone che hanno continuato per tutta la vita a ricordare i propri cari caduti. Questi esempi rendono evidente come la Resistenza non sia stata solo un evento storico, ma anche un’esperienza profondamente umana e collettiva.
In conclusione, l’incontro ha permesso di comprendere meglio la complessità della Resistenza italiana: non solo una lotta armata, ma anche una mobilitazione sociale diffusa, resa possibile dal coraggio e dalla solidarietà di persone comuni. La differenza tra pianura e montagna non è stata una separazione netta, ma piuttosto una diversa modalità di partecipazione alla stessa lotta per la libertà.
Pubblicato sabato 30 Maggio 2026
Stampato il 30/05/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/cittadinanza-attiva/memoria-resistente-a-genova-sono-gli-studenti-a-ricostruire-le-storie-partigiane/




