Il saggio Né oblio né perdono del sociologo italo-argentino Nicolas Rapetti, uscito nel 2026 per la casa editrice Laterza, si colloca nel dibattito sui modi in cui le società affrontano i passati traumatici, concentrandosi in particolare sul caso argentino, dopo il regime di Jorge Rafael Videla (1976-1983). Il volume propone una riflessione ampia e articolata sul rapporto tra memoria, giustizia e riconciliazione nel contesto successivo alla dittatura militare, situandosi all’incrocio tra storia contemporanea, memory studies e studi sulla giustizia di transizione. Come l’autore dichiara nell’Introduzione, la vicenda delle violenze perpetrate dal regime di Videla “mi attraversa personalmente: nato a da due esiliati scappati dalla morte ho trascorso la prima metà della mia vita tra l’Italia il Messico e l’Argentina dove sono infine ritornato nel 1999 e ho cominciato il militare in H.I.J.O.S.” (p. 11). Rapetti, sociologo e fotografo, è stato attivo anche in politica e ha rivestito il ruolo di capogabinetto e sottosegretario per i diritti umani durante la presidenza di Alberto Fernández (2019-2023) partecipando in prima persona a quella resa dei conti con il passato che ben analizza in questo saggio.

Nicolás Rapetti (dal profilo Facebook)

Già il titolo del libro rivela il nucleo teorico dell’opera. Il rifiuto tanto dell’oblio quanto del perdono indica la presa di distanza da due risposte solo apparentemente opposte ma entrambe riduttive: da un lato la rimozione del passato, dall’altro una riconciliazione forzata o prematura. L’autore contesta entrambe le prospettive, sostenendo che l’elaborazione delle violenze dittatoriali sia inevitabilmente conflittuale e profondamente segnata dai rapporti di potere. Rapetti mostra come la contrapposizione tra oblio e perdono non trovi mai una soluzione definitiva, ma venga continuamente ridefinita nello spazio pubblico e politico argentino.

Il nodo centrale del saggio è rappresentato dalla tensione tra la necessità di conservare la memoria delle violenze e quella di costruire una nuova stabilità politica dopo la fine della dittatura. La memoria non viene interpretata come uno strumento di pacificazione, bensì come uno spazio di tensione permanente; allo stesso modo, la giustizia non appare mai definitiva o pienamente risolutiva.

La giunta militare argentina

L’analisi prende avvio dal terrorismo di Stato in Argentina, attivo già prima dell’instaurazione ufficiale della giunta militare, attraverso la persecuzione e la sparizione di oppositori politici accusati di terrorismo o di appartenenza alla guerriglia di sinistra. Il volume approfondisce poi il sistema repressivo costruito dalla Junta militar dopo il colpo di Stato del 24 marzo 1976: sequestri, torture, detenzioni clandestine, voli della morte e sottrazione sistematica dei figli dei desaparecidos costituiscono gli elementi centrali del cosiddetto Proceso de Reorganización Nacional. Rapetti ricorda anche la celebre dichiarazione del governatore della provincia di Buenos Aires Ibérico Saint Jean, secondo cui sarebbero stati eliminati prima i sovversivi, poi i loro collaboratori, quindi i simpatizzanti, gli indifferenti e infine i timidi (p. 15), una frase che sintetizza efficacemente la radicalità del progetto repressivo.

Il cuore del saggio, però, riguarda però soprattutto l’Argentina post-dittatoriale. Rapetti ricostruisce le diverse fasi della gestione del passato traumatico a partire dalla caduta del regime, soffermandosi sui primi tentativi di ricerca della verità promossi dai familiari dei desaparecidos, dal Centro de Estudios Legales y Sociales e dagli organismos per i diritti umani, tutti accomunati dalla richiesta di Juicio y Castigo. Grande rilievo assume anche il ruolo delle associazioni come le Madres de Plaza de Mayo e le Abuelas de Plaza de Mayo, protagoniste della lotta per la verità e la giustizia sin dagli anni della dittatura. Le Madres, con le loro rondas davanti alla Casa Rosada e i pañuelos bianchi simbolo della maternità violata, hanno reso visibile a livello internazionale il dramma dei desaparecidos; le Abuelas, invece, hanno denunciato la sottrazione sistematica dei bambini e promosso il recupero dell’identità dei figli dei desaparecidos attraverso l’índice de abuelidad.

(Archivio Conadep)

Ampio spazio viene dedicato ai processi contro i militari avviati durante la presidenza di Raúl Alfonsín (1983-1989) il quale, già pochi giorni dopo il suo insediamento, istituì la Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas (Conadep), incaricata di indagare sui crimini della dittatura. Dal lavoro della commissione nacque il rapporto Nunca Más, che costituì la base del celebre Juicio a las Juntas, conclusosi con la condanna di nove alti funzioanridelle giunte militari. Quel processo ebbe un’importanza decisiva perché sancì pubblicamente che l’Argentina non aveva vissuto una guerra civile, bensì un progetto sistematico di sterminio organizzato dallo Stato (p. 59).

Un esempio della teoria dei “due demoni” che Rapetti contesta nel suoi libro. Non si possono mettere sullo stesso piano la violenza clandestina, sistematica e istituzionalizzata esercitata dallo Stato e quella dei gruppi di opposizione politica

In questo ambito Rapetti contesta la cosiddetta teoria de los dos demonios, che, diffusasi durante la transizione democratica, proponeva una lettura simmetrica della violenza degli anni Settanta, attribuendo responsabilità equivalenti sia alle organizzazioni, in parte guerrigliere, di sinistra sia allo Stato. Rapetti assume una posizione chiaramente critica verso questa interpretazione, evidenziando l’asimmetria tra la violenza clandestina, sistematica e istituzionalizzata esercitata dallo Stato e quella dei gruppi di opposizione politica. La teoria dei due demoni appare così non solo storiograficamente discutibile, ma anche funzionale alla successiva limitazione delle responsabilità penali dei militari.

Il libro mostra con efficacia come il percorso verso la giustizia non sia stato lineare, bensì segnato da continui avanzamenti e arretramenti. Le leggi di impunità — come la Ley de Punto Final e la Ley de Obediencia Debida — interruppero, infatti, i processi ai criminali della Junta militar e ai loro collaboratori, inaugurando una lunga stagione di impunità proseguita anche durante i governi di Carlos Menem (1989-1999) e Fernando de la Rúa (1999-2001). Rapetti sottolinea inoltre la distanza tra verità giudiziaria e memoria collettiva, evidenziando come le sentenze non bastino necessariamente a produrre una memoria condivisa.

Lo striscione del Collettivo Hijos durante una manifestazione in ricordo dei desaparecidos

Particolarmente significativa è l’analisi degli escraches, pratiche di denuncia pubblica sviluppate negli anni Novanta dal collettivo H.I.J.O.S., formato dai figli dei desaparecidos. Attraverso manifestazioni, scritte sui muri e azioni performative, gli escraches rendevano pubblica l’identità dei responsabili delle violenze, trasformando lo spazio urbano in un luogo di conflitto memoriale. Queste forme di giustizia dal basso rappresentavano una risposta diretta all’assenza di giustizia istituzionale e contribuivano a mantenere viva la domanda di responsabilità.

Nestor e Cristina Kirchner

Una svolta decisiva si verifica con i tre governi di Néstor Kirchner e di sua moglie Cristina Fernández de Kirchner. Tra il 2003 e il 2015 si assiste, infatti, a una radicale trasformazione delle politiche della giustizia: vengono annullate le leggi di impunità, riaperti i processi per crimini contro l’umanità, superata la teoria dei due demoni, attraverso il riconoscimento esplicito della responsabilità dello Stato nel terrorismo dittatoriale e rafforzato il ruolo pubblico dei diritti umani. Si verifica anche una svolta nelle politiche della memoria: le istanze nate nei movimenti sociali e negli organismi dei familiari vengono progressivamente integrate nelle politiche statali, ridefinendo il rapporto tra memoria e istituzioni.

Ingresso del Museo della Memoria (Esma)

Vengono creati degli Espacios de Memoria, come l’Espacio Memoria y Derechos Humanos (ESMA), ex centro clandestino di detenzione trasformato in memoriale e riconosciuto patrimonio UNESCO nel 2023. Rapetti mostra come monumenti, musei e commemorazioni non siano semplici strumenti di trasmissione del passato, ma veri e propri dispositivi politici e identitari. Tuttavia, suggerisce anche che l’istituzionalizzazione della memoria non elimina il conflitto, poiché non esiste una memoria condivisa della dittatura, ma una pluralità di memorie concorrenti: quelle delle vittime, quelle istituzionali, quelle negazioniste o giustificazioniste. La memoria come pratica sociale appare così come e terreno di scontro politico, inseparabile dai rapporti di potere e dalle dinamiche politiche contemporanee.

Il presidente argentino in carica, Javier Milei, con la sua famosa motosega simbolo dei tagli al welfare e a tutte le spese sociali

Infatti, l’ultima parte del libro affronta le trasformazioni più recenti della politica argentina, interpretandole attraverso la categoria della “regressione democratica”. Se la presidenza di Mauricio Macri (2015-2019), conservatore e liberista, aveva già prodotto tensioni rispetto alle politiche della giustizia e della memoria, con Javier Milei, eletto nel 2023, emerge una rottura più profonda, caratterizzata dallo smantellamento delle politiche sociali e dalla rimessa in discussione del ruolo degli organismi per i diritti umani e dalla riemersione di narrazioni che tendono a relativizzare la specificità della violenza di Stato. In questo quadro, i luoghi della memoria tornano a essere oggetto di conflitto politico, mostrando quanto fragile resti l’istituzionalizzazione della memoria costruita nei decenni precedenti.

Argentina. Foto di desaparecidos

Letto in questa prospettiva, Né oblio né perdono non rappresenta soltanto una ricostruzione storica del caso argentino, ma offre strumenti interpretativi utili per comprendere il presente. Il rifiuto dell’oblio e del perdono come categorie risolutive si dimostra particolarmente significativo in un contesto in cui il conflitto sulla memoria continua a riemergere sotto nuove forme.

Dal punto di vista metodologico, il saggio adotta un approccio interdisciplinare che combina analisi storica, riflessione teorica e attenzione alle dinamiche politiche. Tale ampiezza costituisce però anche un possibile limite: la ricchezza dei temi affrontati comporta talvolta una certa dispersione argomentativa, mentre alcuni aspetti — in particolare il confronto con altri contesti latinoamericani — avrebbero meritato un maggiore approfondimento. Lo stile del volume risulta rigoroso ma accessibile, anche evitando l’apparato di note a piè di pagina, relegato insieme alla bibliografia nelle sezioni finali. Il testo ha una struttura analitica solida e una forte tensione argomentativa che privilegia l’elaborazione interpretativa rispetto alla semplice narrazione dei fatti. Ne emerge un saggio storico dal carattere apertamente militante, in cui ricostruzione storica e presa di posizione critica si intrecciano costantemente.

Chiara Nencioni