
In questi giorni Aldo Tortorella, Alessio durante la Resistenza, avrebbe compiuto 100 anni. Dalla sua scomparsa un anno fa, molte occasioni ci sono state per riprendere il filo della sua lunghissima attività: a nemmeno 17 anni già frequentava ambienti antifascisti, ancora negli ultimi giorni seguiva la preparazione della rivista di cui era direttore e anima.

Dunque non si riprenderanno i tratti salienti di una vita – e che vita! – ma si cercherà di segnare elementi di un profilo inusuale, per metterne in luce gli aspetti fondativi, per così dire, rendendo così omaggio a un dirigente sempre profondamente legato alla scelta partigiana, orgoglioso di fare parte della Presidenza onoraria dell’ANPI, sempre disponibile a dare un contributo di riflessione, di elaborazione, di proposta all’impegno costante dell’Associazione.
Quattro elementi del profilo ci pare siano prevalenti. Partigiano, giornalista, dirigente politico, intellettuale (sempre).

Partigiano. Abbiamo detto 17 anni: in quel 1943, appena superata la maturità classica, è già da tempo in contatto con gruppi di giovani e meno giovani artisti a Brera. Già questo dice della curiosità intellettuale, costante in AT, della attenzione a ogni forma di ricerca di senso e di verità (ma si vedrà più avanti in quale particolare curvatura), della convinzione dell’utilità del confronto aperto e libero. Curiel e Bonazzola gli affidano la responsabilità del lavoro universitario di costruzione del Fronte della Gioventù, in cui anche il fratello svolge rilevanti funzioni operative.

Attività clandestina, nella Milano dell’occupazione nazista e dove peggiore era l’intruglio repubblichino, che lo mette in contatto con una parte della Chiesa ambrosiana di particolare apertura intellettuale, da Padre Turoldo a Padre Camillo De Piaz, ai gruppi cattolici e socialisti che contribuiranno al Fronte e che saranno costante riferimento nel corso della lunga esperienza politica. Ma la stessa clandestinità, mutata in detenzione, lo porterà a conoscere l’altro volto della Resistenza, quando le allieve infermiere e le suore di Niguarda organizzeranno la sua fuga dall’ospedale: le ricorderà sempre con affetto e non solo con stima e gratitudine, ritrovando un rapporto con alcune molti anni dopo.
A Genova, dove viene inviato a ricostruire il Fronte decimato da arresti e fucilazioni, conosce un altro mondo: le fabbriche, gli operai, le difficili regole della Resistenza nella città che fece arrendere i nazisti ma al tempo stesso la sua forse più profonda caratteristica operativa: il giornale. Uno dei pochi studenti, viene costretto (la disciplina comunista!) a non partecipare alla Liberazione perché “devi fare il giornale”.

Giornalista. Genova aveva una redazione (con Milano, Torino e Roma) autonoma e consistente e sarà per AT una scuola per la vita. Naturalmente, scuola di rigore, perché si hanno doveri verso i lettori e il primo è l’impegno per la verità, per la cura della notizia, per la pulizia del giudizio pur non rinunciando alle esigenze di “propaganda e agitazione” come si diceva. Se L’Unità tende a essere il “Corriere della sera della classe operaia” è anche per questo modo di concepire la propria funzione e il modo con il quale svolgerla. A più riprese e in più sedi Tortorella sarà legato all’Unità e alla particolare comunità professionale e umana che vi si era realizzata. Anche la numerosa colonia di giornalisti genovesi che si spostò a Milano quando vennero ridotte le edizioni locali sarà un punto di forza di AT direttore a Milano, a Roma e anche come segretario del PCI milanese.

Collego l’esperienza di giornalista (oltre ai fondamenti della sua formazione culturale) a un tratto che mi ha sempre colpito in AT e che anzi era a detta di molti un suo tratto particolarmente distintivo e che ne faceva un dirigente insolito in quel PCI. C’era in lui, nei suoi ragionamenti, un particolare senso del dubbio, quello del ricercatore che insiste nel rimettere in discussione anche i punti acquisti per cercarne i punti deboli, quello che fonda il riconoscimento/curiosità per gli altri punti di vista. Non il dubbio del soggetto debole, irrisolto, incerto ma quello che definirei creativo e che si sottopone a prova come metodo.
Qui ritorna la questione della verità: essa non è data, tanto meno in via definitiva. Essa è – per definirla meglio e sono parole di AT – “quella che noi pensiamo possa essere la verità”. C’è un universo critico, una intera filosofia, dietro questa breve frase e c’è la ricerca costante dei fondamenti di una cultura e di una politica e c’è l’apertura al confronto come strada per precisare, capire, modificare, innovare il punto di vista: non tattica ma consapevole strategia.

Dirigente politico. Non si può non aggiungere “innovatore” e per molte ragioni convergenti. Iniziò da giovanissimo, come abbiamo visto e come anche per molti altri della sua generazione (Reichlin, Cossutta, Napolitano, Macaluso, Chiaromonte, Pecchioli, lo stesso Berlinguer) ma sempre teso tra due poli ugualmente attrattivi, la politica e il PCI da un lato, dall’altro la ricerca e riflessione filosofica alla scuola del razionalismo critico di Antonio Banfi. Percorso misto, diciamo così, e tensione viva in entrambi i poli: una politica praticata ad alto livello, con grande acutezza di pensiero e una vastissima produzione di articoli, brevi saggi (AT non scriverà saggi di più ampia portata – ho sempre pensato anche per una sorta di ritrosia non essendo certo da meno di altri più prolifici, anzi, mi permetto di dire) in particolare quelli pubblicati in una rivista teorica di alto livello come fu sempre Critica Marxista. E, insieme, un costante rapporto con l’università, fino alla laurea nel 1956, con Banfi e con una tesi “Sul problema della libertà nell’opera di Spinoza”. Torneremo sul 1956 di Tortorella, perché è un passaggio cruciale.

L’Unità ma poi il PCI, nella segreteria milanese, di cui poi diventa segretario, gli anni 60, quelli del rinnovamento del PCI, dei profondi cambiamenti nei gruppi dirigenti, fino all’inizio della strategia della tensione. Quando scoppia la bomba in Piazza Fontana, AT è segretario regionale del PCI e non ha dubbi sul carattere popolare e di massa che va dato alla risposta, fin dal giorno dei funerali delle vittime: è la forza della democrazia e la fiducia nei lavoratori che rappresentano la forza necessaria. E qui pesava tutta una storia, che dalla Resistenza nel Fronte della Gioventù si era poi rafforzata con l’esperienza milanese della lotta degli elettromeccanici, dovuta alla guida di uno straordinario sindacalista comunista come Giuseppe Sacchi e della capacità e forza di rottura in questo caso unitaria della Cisl di Brescia con Castrezzati. Figure e dirigenti di una stagione fondativa di una fase storica in cui si riannodano fili di lungo periodo e si aprono prospettive nuove. E non casualmente Tortorella sostiene Luigi Longo nel costruire un rapporto con gli studenti del 68 romano su cui tanti alti dirigenti erano ben più che cauti.

Ritorna all’Unità come direttore dell’edizione nazionale e da quella postazione sostiene il referendum sul divorzio, si stringe il rapporto con Berlinguer di cui sarà strettissimo collaboratore, non solo per il fondamentale convegno degli intellettuali del 1977, quello dell’austerità come si ricorda, ma poi in tutta la fase del passaggio durante e oltre la solidarietà nazionale e la successiva ricerca di nuove strade e nuovi sviluppi. L’interesse costante alle nuove culture, del femminismo della differenza alle componenti più profonde degli orientamenti giovanili, ambiente e pace nella stagione dei missili a Comiso, saranno i fondamenti di una nuova stagione che nel PCI non riuscì a svilupparsi per la morte di Berlinguer ma anche per il mutamento di tutte le condizioni nazionali e internazionali di contesto.

L’intellettuale. C’è un filo rosso che lega tutte queste vicende, lunghe e dense anche se solo appena accennate, ed è il filo che tiene insieme libertà/senso critico/la spinta etica (il socialismo dei comportamenti). Non l’assolutismo delle certezze ma l’acutezza della ricerca che scava anche grazie al contributo dell’altro che ti mette alla prova, che ti costringe a sottoporre a critica la tua azione e il tuo pensiero. È il Kant letto e studiato in gioventù: la legge morale dentro di me e sopra di me il cielo stellato, l’uomo come fine e non come mezzo, comportati come se la tua fosse legge generale. L’interesse autentico per le persone lo portava a una generosità – di presenza, di contributo, di disponibilità – notevole in un dirigente politico di quel livello. E anche questo, oltre ad esser un tratto della persona, produceva effetti sui fondamenti delle posizioni politiche.

Ne cito solo alcune. Una radicale diffidenza verso riti e miti tipici della tradizione comunista (AT avrebbe detto che era figlia del cattivo storicismo): per liquidare le sbrigative autocritiche, anche e forse soprattutto quelle condotte con linguaggio e atteggiamento pensoso e profondo, sosteneva che non si può pensare di risolvere tutto… condannando l’errore immediatamente precedente. Aveva scelto come stella polare nel giudizio sui Paesi dell’Est, che non chiamava mai “socialisti”, un interrogativo che gli aveva trasmesso Quinto Bonazzola – che sarà poi colona della redazione milanese dell’Unità – quando per due giorni aspettavano Curiel in un abbaino senza riscaldamento a Milano e discutevano (1944!) dei processi a Mosca: si deve decidere se si tratta di errore nel sistema o errore del sistema. Altro che domanda: per il giovane AT è un tarlo che scava e che segnerà l’insieme della sua riflessione politica e della sua esperienza di dirigente.
Considerava il socialismo – e il comunismo – non categoria assoluta ma idea regolativa della ragione, cioè l’indicazione del senso di marcia e insieme dell’obiettivo di fondo, non di un calco sociale, politico, filosofico che dovesse imporsi sulla dialettica reale dei fatti, delle idee, delle classi sociali e delle persone concrete (AT veramente parlava di orizzonte ma non ho mai compreso perché preferisse questa seconda, forse per sottolineare il rapporto con Pietro Ingrao. E sono anche convinto che avrebbe apprezzato l’enciclica Magnifica Humanitas per l’insistenza sulla categoria del limite che nel ragionamento di Papa Leone è centrale). Quando finì il PCI, e fu protagonista di un confronto aspro e intenso, niente affatto nostalgico (e come avrebbe potuto?) ma tutto orientato a porre le basi di una nuova fase del comunismo italiano animò prima un soggetto politico, i Comunisti Democratici nel 1991 e poi si dedicò alle basi della cultura politica a sinistra, con l’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra e con la nuova edizione e direzione di Critica Marxista.

Accennavo al 1956. In quell’anno si possono vedere e capire molte cose di AT. Viene inviato a Budapest per seguire la rivolta in corso e torna in Italia perché gli viene impedito di dire e raccontare la verità su quanto sta succedendo. La crisi è profonda ed è il rapporto con Ingrao e Banfi a farlo restare nel PCI. Non so con quali argomenti Ingrao. Banfi invece fa a lui – ed è indicativo della stima e del legame profondo tra maestro e allievo – lo stesso ragionamento che il grande filosofo Martinetti aveva fatto al giovane assistente Banfi a proposito del giuramento al fascismo che Martinetti come noto non prestò insieme ad altri 12 docenti in Italia. Martinetti disse a Banfi: io non giuro ma voi dovete farlo, per restare a insegnare l’antifascismo. E Banfi disse a Tortorella che dovevano restare, perché senza quelli come loro cosa avrebbe potuto fare il PCI?

E, oltre a restare nel PCI, pochi mesi dopo Tortorella si laureava con la tesi che abbiamo indicato, nella quale si possono leggere frasi come queste: “Il diritto dello Stato non è in alcun modo un potere totale ma totale solo nella sua sfera: le leggi positive dello Stato devono concernere i fatti, non i pensieri; le opere, non le intenzioni”. Ancora: “…libero è colui che vede nella legge umana l’aderenza ai bisogni dell’uomo. In tal senso la libertà dello spirito è ovviamente presente anche sotto il più tirannico dei governi, e la schiavitù anche sotto il più libero dei regimenti politici. Se lo Stato vuole conservarsi, dice Tortorella, “non dovrà superare la sfera della propria potenza: se lo Stato tenta di entrare entro la sfera del diritto naturale rimasto a ciascun singolo cittadino negherà la sua ragion d’essere: il patto finisce quando cessa la sua utilità; lo Stato finisce s’esso vuole fare violenza su ciò in cui non può avere dominio”.

È il linguaggio di un filosofo, in quei tempi le tesi di laurea erano invero assai diverse da quelle non dirò di oggi ma anche di ieri: ma sono i concetti di un dirigente del PCI nell’anno in cui nel sistema comunista esplode una crisi che non rientrerà mai e che non riguardava circoli di filosofi e intellettuali ma aspirazioni e sogni di grandi masse nel mondo. E quei concetti rimangono lungo tutta la sua esperienza, ne guidano l’azione, ne orientano la ricerca.

Questa era la politica di quei tempi e questi i dirigenti. O, meglio, alcuni di questi.
Alessandro Pollio Salimbeni, vicepresidente nazionale ANPI
Pubblicato mercoledì 8 Luglio 2026
Stampato il 08/07/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/ci-guidavano-le-stelle/aldo-tortorella-quella-sinistra-che-non-smetteva-di-cercare/








