
Non si dovrebbe parlare di sé quando si tratta ciò di cui si deve argomentare, per obbiettività di osservatore, secondo le norme non scritte del giornalismo (l’elemento autobiografico è più da scrittura letteraria). Ma stavolta devo presentare i miei livelli di competenza riguardo all’argomento, quindi metterci un po’ di biografia. Da un anno sono il coordinatore dell’Istituto di Ricerca in Teologia Sociale della Facoltà Teologica dell’Italia Centrale (da cui dipende l’Istituto Superiore di Scienze Religiose della Toscana, presso cui insegno cinema e teologia, letteratura e teologia, e altre amenità variamente assortite, come quelle legate all’antropologia e ai diritti umani). Arrivo lì dopo studi in antropologia teologica, nonché un tempo adesso consistente di militanza in enti di vario genere, da Caritas Firenze alla Fiom toscana, passando da più di 20 anni a Libera Toscana, che mi hanno consentito esperienze di formazione in ambito sociopolitico e culturale che adesso devo cercare di distillare per questa prospettiva di lavoro teologico.

I miei trascorsi nello studio dei diritti umani, del contrasto alla povertà, alla guerra e al sopruso mafioso, mi conducono a riassumere il tutto nel concetto di pace: e mi hanno portato a collaborare forse più con persone esterne alla Chiesa Cattolica che con altre con cui teoricamente dovrei condividere di più, per esempio sul piano della fede. In realtà, sovente mi sono trovato a mio agio più con gli anticlericali che con un certo tipo di cattolici. La libertà di comunicare su più livelli non ha prezzo: quella spero di averla sempre avuta e onorata. Per questo, tratto della prima enciclica di Papa Leone XIV provando a indirizzare spunti di lettura e di analisi in questa prospettiva di reciprocità tra credenti e non, tra cristiani e diversamente teisti.
Primo passaggio. Una lettera enciclica è un documento con cui un pontefice si rivolge a tutte le persone, non solo ai cattolici: è una riflessione che è sempre stata proposta nell’urgenza e nella preoccupazione di fronte a emergenze storiche di vario livello, intese come significative e importanti. Da questo punto di vista non è l’Intelligenza Artificiale (da ora in poi: IA) il tema principale di questo testo, che, come da sottotitolo, è una trattazione articolata sulla custodia della persona umana, in una fase storica critica e controversa, che pone, con ancor più fatica che in precedenza, la questione del futuro dell’umanità. A partire dalla Guerra Fredda dell’equilibrio nucleare, siamo la prima generazione che non può dar per scontata la sopravvivenza del genere umano. Alla possibilità, mai remota, della distruzione per guerra del pianeta si è affiancata nel tempo la constatazione della crisi ambientale, persistendo l’incapacità o la non volontà delle autorità globali a prendersi carico di questo problema.

L’IA segna i termini di una stagione storica che sappiamo già sarà annotata a livello storico, sarà argomento di classificazione. In tal senso la riflessione di Papa Prevost presume i passaggi del Magistero precedente, in particolare di quello di Papa Bergoglio nella Laudato sii e nella Fratelli tutti. Saggiamente l’enciclica non definisce propriamente cosa sia l’IA: la materia è in una evoluzione così rapida e complessa che non ha senso datarla secondo il transitorio di una definizione che tra sei mesi potrebbe essere (sarà) già obsoleta. Se ne delineano alcuni elementi, quelli che servono per un’analisi sul piano teologico e sapienziale, indicando con questo aggettivo il sapere che scaturisce dalla Scrittura in prospettiva esistenzialista, molto concreta per quanto riguarda l’attenzione alle persone, la loro dignità e integrità di vita.

La modalità con cui la Magnifica Humanitas (da qui in poi: MH) intende affrontare le proprie tematiche è quella della Dottrina Sociale della Chiesa (DSC). La prima parte di MH è una carrellata sui passaggi storici con cui il Magistero ecclesiale ha trattato quello che, in fondo, è il tema del rapporto del cattolicesimo con il mondo, a partire dal livello delle questioni collettive che esso steso pone, decisioni e risoluzioni che tessono la struttura politica dell’oggi. Qui si intende la DSC non solo come contenuto, ma anche come metodo: il metodo teologico che si è definito nel tempo, che parte da una analisi, introduce una ermeneutica (l’interpretazione dei dati raccolti), per poi definire i termini di un’azione diretta. Da qui posso introdurre una serie di elementi da condividere con lettrici e lettori di Patria Indipendente. Il livello su cui tutto si fonda è la dignità della persona umana: da questo elemento basilare scaturiscono i principi della teologia sociale. Il bene comune, mai come adesso da intendersi come realtà nel cui nome definire la pace e la giustizia. Da esso scaturisce il principio della distribuzione universale dei beni, perché non ci sia povertà, ma il Diritto affermi la tutela dei più piccoli. Il principio di sussidiarietà indica la necessità di tutelare i cosiddetti corpi intermedi, perché la società maggiore non deve fare quel che la minore può svolgere autonomamente. In questa logica si parla, come al solito, di famiglia e suoi diritti, ma anche dei sindacati, le associazioni e i movimenti, di cui si sottolinea l’importanza sociale e storica. Il principio di solidarietà rappresenta un orizzonte politico mai così necessario, da cui deriva il principio della giustizia sociale (e qui troviamo un riferimento assai significativo alla giustizia riparativa).

Con questi principi basilari ci si deve prendere cura dell’umano: le varie problematiche connesse alla IA le si può affrontare a partire da queste istanze. Partendo da un concetto, che Papa Leone tratta spesso: quello del disarmo. Disarmare l’IA diventa una sorta di paradigma per riflettere che essa deve essere non solo al servizio dei potentati della Terra e neanche dell’umanità in senso generico: si pensa soprattutto a quella sua parte che soffre ingiustizia e marginalizzazione. L’IA è uno strumento di enormi potenzialità, non può essere gestita privatamente, al di fuori del bene comune. Essa rappresenta la prima rivoluzione storica che riguardi l’umanità totalmente gestita da enti privati. Comporta consumi energetici e impatti ambientali che vanno sostenuti equamente, tutelando la Casa Comune che è il Pianeta, senza privarne chi non può sostenerne gli oneri e quindi essere escluso dai benefici.

Da qui l’esigenza di controllare e indirizzare in tal senso attraverso legislazioni e accordi internazionali, ma soprattutto nella dimensione dialogica tra le varie realtà interessate. Il rischio di pensare l’umano nel transumanesimo e nel postumanesimo, potenziato dalla tecnologia fino ad essere più del fisiologico e del corporeo usuali, è fortissimo: al di là delle suggestioni filosofiche che rimandano all’idea di un sovra\uomo di pessima memoria, si risponde ricordando che l’umano invera sé stesso attraverso un concetto addirittura opposto, quello del valore della fragilità come dimensione che apre alla comunicazione e all’aiuto reciproco, alla solidarietà fattiva capace di generare pace. Si fa riferimento a tre ambiti fondamentali su cui analizzare e vigilare: la verità, con occhio di riguardo al mondo della comunicazione di massa, così passibile di falsificazione e strategie di manipolazione politica, il lavoro (vi troviamo una sottolineatura del ruolo importantissimo dei sindacati), la libertà, letta nel rischio che la si possa smarrire anche nel quadro di un rinnovato colonialismo, forse meno evidente, ma più pericoloso del precedente (peraltro mai totalmente espulso dal contesto, storico e geopolitico, del mondo).

Ragionando su come una cultura della potenza, che produce guerra e ingiustizia, si contrapponga alla civiltà dell’amore (una espressione di Papa Paolo VI), che garantisce vita e rispetto ed accoglienza reciproca, il documento pontificio arriva a trattare il tema della guerra. Nella condanna esplicita degli orrori a cui abbiamo assistito, se ne denunciano le origini: un passaggio estremamente significativo parla del ruolo della memoria storica nella promozione di una cultura di pace. Al n. 192 troviamo una dichiarazione importante, che sancisce la fine definitiva della dottrina della guerra giusta. Il Papa chiude la sua trattazione indicando cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: Disarmare le parole; Costruire la pace nella giustizia; Assumere lo sguardo delle vittime; Coltivare un sano realismo; Rilanciare il dialogo. Al n. 223 troviamo un’idea teologica che mi sta particolarmente a cuore e che spero diventi un dogma di fede non solo per i cattolici: in nome di Dio non si può uccidere.

Mi permetto l’impudenza di alcune considerazioni personali. Consiglio la lettura del documento a chiunque voglia avere spunti di riflessione competente e positiva sullo stato del mondo: il linguaggio è agevole, è ben scritta, e per quanto della chiesa cattolica si possa – più che legittimamente – avere un parere non positivo, il livello di conoscenza che essa possiede le viene da una storia lunga e controversa (su cui, anche qui, si ha il coraggio di chiedere scusa), e una intelligenza politica che le viene dall’essere una delle prime realtà umane che si è globalizzata e non solo per criteri economici o tecnico finanziari (se non bellici). Certo, bisogna ricordare che il riferimento alla Rerum Novarum, primo documento della DSC, sottolinea l’esigenza di una linea di mediazione: l’enciclica del 1891 nasceva in chiave antisocialista, nel rifiuto del concetto di lotta di classe.

In ambito cattolico non tutti siamo d’accordo su questo passaggio, a partire dal dato che la lotta di classe la fanno, spesso impunemente, i ricchi contro i poveri, uccidendoli per il profitto e la tutela borghese del privilegio. Inoltre, la condanna degli atti di guerra vuole un destinatario preciso, un contesto determinato: bisogna dire chiaramente Ucraina, Gaza, altri scenari di morte, non limitarsi a denunciare l’incrudelimento progressivo degli eserciti contro la popolazione civile (in particolar modo i bambini). I nomi di esecutori e mandanti. La teologia di fondo di MH si traduce, filosoficamente e quindi in termini laici, nella stigmatizzazione di suprematismo e sovranismo. Ma questi due termini non compaiono nel testo. Si parla tra le righe, ma chiaramente, dell’essere in disaccordo riguardo al neoliberismo economico e non (e il modello di sviluppo che ne consegue), ma anche qui non si cita con chiarezza a chi destinare l’indicazione. Fa tutto parte di una linea di mediazione, che non cede sui principi, ma privilegia il livello di comunicazione senza cercare conflitto, se non necessario. La Santa Sede si riserva sempre questa dimensione super partes: ma il conflitto con l’amministrazione Trump, da un lato mostra come la mediazione sia molto difficile con certuni soggetti, dall’altro che la denuncia profetica è imprescindibile di fronte all’orrore a cui stiamo assistendo.
Quello che è accaduto a Gaza, esemplificato su come tutte le guerre siano adesso genocidio, ci consegna alla storia come complici, se non abbiamo avuto (e abbiamo) il coraggio di opporci. Per altri versi la MH ci dice che Leone rimane sulla linea teologico sociale di Francesco e ne amplia i temi di riflessione: altri elementi ci dicono che ecclesialmente, sulla linea di cambiamenti di dottrina su tematiche come omoaffettività, definizione del ministero presbiterale e posizione su alcuni diritti civili, da sempre controversi per la chiesa, non dovrebbero – almeno per adesso – arrivare grandi novità.
Intanto però possiamo constatare che il cattolicesimo (almeno quello ufficiale: che non corrisponde a quello reale delle varie posizioni di molti fedeli, tra cui anche nomi in politica) continua a leggere il mondo provando a indirizzarlo verso il futuro. Opponendosi in chiave teorica, fattiva in molti contesti, all’Onda Nera che tenta di sommergere il mondo. Non è cosa da poco, fatemi dire.
Pubblicato domenica 5 Luglio 2026
Stampato il 05/07/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/finestre/magnifica-humanitas-la-pace-come-contro-potenza-nellera-dellia-e-dellonda-nera/








