Mirella Stanzione diciassettenne, aveva quella età quando venne deportata

“Quando sono tornata a scuola, mi dicevo: qualcuno mi farà delle domande, mi chiederà dove sono stata. E invece no, nessuno voleva saperne niente. D’altronde, parlarne era rivivere e non avevo alcuna voglia di rivivere ciò che era stato. Solo con Bianca ho parlato, con lei sì, potevo farlo…”.

Il campo Ravensbrück

Mirella Stanzione, scomparsa a 99 anni all’alba del 23 luglio, raccontava così la delusione e lo sconforto che, dopo i mesi tremendi trascorsi a Ravensbrück, il lager delle donne, le aveva riservato il ritorno a casa, a La Spezia, dove era arrestata il 2 luglio del 1944 insieme alla madre Nina – anche lei sopravvissuta – per ritorsione verso il padre e il fratello, entrambi partigiani.

La vita delle donne a Ravensbrück

Mirella era una delle ultime sopravvissute del lager delle donne, a nord di Berlino, probabilmente l’ultima voce italiana. Una voce che solo in età matura aveva iniziato a farsi sentire, spinta dall’amica Bianca Paganini, anche lei spezzina, compagna nella prigionia insieme alla sorella Bice e alla loro madre Amelia (unica dei due piccoli gruppi familiari a non tornare dalla prigionia) e instancabile testimone della deportazione.

Mirella Stanzione e la figlia Ambra Laurenzi in uno scatto di Donatella Alfonso

La voce gentile di Mirella aveva quindi cominciato ad alzarsi, intervenendo soprattutto nelle scuole e trovandosi poi al fianco della figlia Ambra Laurenzi, prima italiana a divenire presidente dell’IRK-CIR, il Comitato Internazionale Ravensbrück.

Ravensbrück, monumento in memoria, dettaglio

Entrambe hanno sempre sottolineato un fatto: l’immensa fatica del farsi credere, del continuare a parlare dell’orrore che fu per evitarne altri e soprattutto perché nessuno possa negarlo.

Donne del campo di Ravensbrück

In una delle ultime interviste, una manciata di anni fa, Mirella diceva: “Se avessi raccontato, non ci avrebbero creduto. Ma io l’ho subito, sulla mia pelle: noi non potevamo dimenticare. E quando mi chiedevano qualcosa, io stessa pensavo che fosse impossibile credere a quello che ho vissuto”.

Ravensbrück è uno dei campi meno raccontati e quindi meno noti anche nella storiografia: basti pensare che il nome del lager venne segnalato per la prima volta al grande pubblico nel 1955 da Lord Edward Russell, che aveva partecipato ai processi contro i nazisti, nel libro “Il flagello della svastica”, facendo riferimento ai crudeli esperimenti a cui vennero sottoposte migliaia di prigioniere, soprattutto le più giovani, per impedire la fertilità femminile o per “studiare” gli effetti della cancrena gassosa nei soldati feriti.

Alle donne destinate a questi esperimenti venivano effettuati tagli nelle gambe, inseriti vetri o chiodi arrugginiti, per provocare l’infezione; molte morirono o si ammalarono gravemente, con effetti permanenti.

La fabbrica Siemens a Ravensbrück

Ma è anche vero che la specificità di Ravensbück, quella di essere nato come un campo di lavoro già dal 1939, in cui rinchiudere le oppositrici politiche del Reich o le cosiddette “reiette”, dalle prostitute alle donne con condanne per crimini comuni, nonché le lesbiche e le donne dai comportamenti considerati non adeguati al regime nazista, permise proprio con il lavoro nelle fabbriche della Siemens – che recentemente ha ammesso le proprie responsabilità aprendo i propri archivi, oggetto di un libro proprio di Ambra Laurenzi – e della TexLed, che produceva le divise per gli internati di tutti i lager, una maggiore sopravvivenza alle prigioniere, lavorando per turni durissimi, ma in un ambiente più protetto dal gelo e dalle intemperie.

Il Memoriale nazionale di Ravensbrück ospita mostre e diverse sculture

Ma a scaldare il cuore di Mirella – deportata a diciassette anni – come per Bianca e Bice, c’è stata soprattutto la possibilità di essere insieme, loro e le madri, in quei mesi nel lager tra l’ottobre del 1944 e la fine di aprile del 1945.

E raccontava, quando l’ho ascoltata per il libro “Destinazione Ravensbruck. L’orrore e la bellezza nel lager delle donne” (con Laura Amoretti e Raffaella Ranise, edito da All Around) quegli scherzi amorevoli che le aiutarono a vivere e a tornare: “Piangevamo e ridevamo nello stesso tempo, insieme. E c’era mia mamma che diceva: «dove vi porto a ballare, stasera?». C’era una bella unione tra noi, io ero la più piccola. E sono sempre stata con mia madre, per fortuna”.

Un enorme compressore stradale utilizzato sia per asfaltare le strade, sia come punizione: le prigioniere venivano costrette a tirare la pesante ruota di cemento fino alla morte

Anche perché raccontare è tanto, tanto difficile, come si è visto. E in un intervento a Montecitorio, nel 2014, Mirella così spiegava: “Rendere efficacemente quel vissuto non è facile, almeno io non ne sono capace, anche perché nella narrazione interviene la memoria, operando essa stessa una forma di selezione. Selezione che tende sì a conservare, ma anche a rimuovere poco a poco e quindi, a chi la ascolta, la testimonianza può sembrare non chiara, monca”.

Ma ognuna di quelle parole, anche così difficili da pronunciare, è stata una pietra fondamentale nel pavimentare la strada della memoria. Grazie Mirella, per tutto.