Attraversiamo distese di campi agricoli, cotti dal sole pungente di fine giugno. All’ombra dei muretti a secco trovano ristoro dozzine di giovani migranti africani, in attesa del caporale. Siamo a Niscemi, Sicilia interna, nel libro consorzio di Caltanissetta. La storia del movimento No Muos – come tante altre – è una storia fatti di soprusi e mazzette, battaglie legali e accordi tra grandi potenze; diversamente però dalla lotta valsusina o salentina, qui non si fronteggia un cantiere bensì un avamposto militare a tutti gli effetti, difeso e pattugliato da soldati Usa provenienti dalla base–madre di Sigonella. Mentre l’utilitaria di Alfonso Di Stefano (storico attivista No Muos) mangia asfalto e sterpaglie, estrapolo termini, numeri e cifre da una scheda scaricata online e preparata diligentemente da Antonio Mazzeo (giornalista e peace researcher).

Il M.U.O.S. (Mobile User Objective System) è un moderno sistema di telecomunicazioni satellitare della marina militare statunitense, composto da cinque satelliti geostazionari e quattro stazioni di terra: uno alle Hawaii; uno a Norfolk, Virginia; uno in Australia e il quarto a Niscemi. Tutte le stazioni sono dotate di tre grandi parabole del diametro di 18,4 metri e due antenne alte 149 metri. La base è utilizzata per il coordinamento capillare di tutti i sistemi militari statunitensi dislocati nel globo, in particolare i droni e gli aerei senza pilota.
Il sistema dunque consente di propagare universalmente gli ordini di guerra, convenzionale e/o chimica, batteriologica e nucleare. Si tratta di una delle infrastrutture militari più estese del territorio italiano: 1.660.000 metri quadri di terreni boschivi e agricoli. I lavori furono affidati sin dalla primavera del 2008 ad un consorzio di imprese denominato Team MUOS Niscemi, guidato dalla Gemmo S.p.A. di Arcugnano (Vicenza), ma gli scavi sono iniziati senza tenere minimamente conto delle norme di attuazione previste dal Piano territoriale paesistico della Provincia di Caltanissetta per la riserva naturale (Sito d’interesse Comunitario) di Niscemi, dando vita a un’infrastruttura a uso esclusivo delle forze armate statunitensi, come scritto nell’Accordo tecnico tra il Ministero della difesa e il Dipartimento della difesa degli Stati Uniti d’America riguardante le installazioni in uso alle forze Usa di Sigonella (la principale stazione aeronavale della Marina militare Usa nel Mediterraneo).
Le onde emesse dalla stazione coprono tutto lo spettro compreso tra le ultra frequenze (utilizzate per le comunicazioni radio con aerei e satelliti) fino alle frequenze estremamente basse, queste ultime in grado di penetrare in profondità le acque degli oceani e contribuire alle comunicazioni con i sottomarini a capacità e propulsione nucleare.

A seguito della chiusura della stazione di Keflavik (Islanda), nel settembre 2006 è stato installato a Niscemi un Sistema “addizionale” di processione e comunicazione automatico e integrato che consente tutte le funzioni di collegamento in bassa frequenza con i sottomarini strategici. Originariamente la base prescelta per il terminal del nuovo sistema satellitare era quella di Sigonella ma, la flotta statunitense ha deciso di dirottare l’impianto terrestre presso la vicina stazione di Niscemi, per il rischio di irradiazione elettromagnetica sui sistemi d’ armi, munizioni, propellenti ed esplosivi ospitati nello scalo aeronavale siciliano.
I ricercatori stessi hanno accertato che le fortissime emissioni elettromagnetiche possono avviare la detonazione degli ordigni presenti nella base militare. Questo tipo di trasmettitore non dovrebbe essere installato in prossimità di velivoli dotati di armamento, i cui detonatori potrebbero essere influenzati dalle emissioni elettromagnetiche del trasmettitore stesso leggo scritto nel terzo paragrafo del rapporto. La gravità e le incongruenze degli studi che hanno spianato la strada alla concessione delle autorizzazioni del MUOS hanno spinto l’Amministrazione comunale di Niscemi ad affidare al Politecnico di Torino un’Analisi dei rischi dell’opera.

Il rapporto, presentato il 4 novembre 2011 dai professori Massimo Zucchetti, ordinario di Impianti nucleari del Politecnico e research affiliate del MIT (Massachusetts Institute of Thecnology) e Massimo Coraddu, consulente esterno del Dipartimento di energetica, ha rilevato l’insostenibilità ambientale del nuovo impianto e le gravi carenze degli studi effettuati dagli statunitensi. Insieme alla precedente relazione consegnata dai dottori Donato La Mela Veca, Tommaso La Mantia e Salvatore Pasta, in data 10 ottobre 2009, si è confermato l’impressionante numero di lacune ed omissioni nella valutazione ambientale del progetto, rilevando la scarsissima attenzione verso una delle più importanti riserve ecologiche siciliane. Dagli studi effettuati dagli Yankee invece, emerge un resoconto incompleto o spesso poco dettagliato di tutti gli impatti diretti e indiretti dell’intervento. Nella valutazione redatta dalla US Navy – scrivono Zucchetti e Coraddu – non viene neppure esaminato quello che probabilmente è il peggiore dei rischi possibili: in caso di errore di puntamento dovuto ad incidente, malfunzionamento o errore, è associato il rischio di irraggiamento accidentale di persone che, entro un raggio di 20 km, potrebbero subire danni gravi e irreversibili anche per brevi esposizioni, a tale rischio è esposta l’intera popolazione di Niscemi.

La commissione Internazionale per la Sicurezza Elettro Magnetica riunitasi nel febbraio 2006 a Benevento (tra i componenti scienziati, ricercatori e oncologi di Italia, Stati Uniti, Russia, Cina, Brasile, Svezia e Canada), riportano ulteriori analisi: evidenze sperimentali epidemiologiche, dimostrano che l’esposizione a specifici campi elettromagnetici a bassa frequenza può aumentare il rischio di cancro nei bambini ed indurre altri problemi di salute sia nei bambini che negli adulti. Inoltre, nuovi controlli indicano il rischio d’ aumento di tumori al cervello per uso prolungato di telefoni mobili. Le apparecchiature elettroniche utilizzate in campo medico, come ad esempio pacemaker cardiaci, defibrillatori, apparecchi acustici, sedie a rotelle e attrezzature ospedaliere, possono essere anch’ esse vulnerabili alle interferenze. Se un ospedale fosse situato vicino ad un trasmettitore di elevata potenza, o nel caso un essere umano abbia impiantati addosso dispositivi elettromedicali e che sia esposto a campi di alta intensità elettromagnetica, si potrebbero verificare fenomeni di attrazione.

Mentre prendo appunti, il viaggio verso sud prosegue dentro un manto arido e dorato, attraverso un deserto immobile di arbusti. Alfonso accende la settima sigaretta in mezz’ora; all’istante il fumo zampilla fuori dal finestrino, scompare all’istante come fosse partorito dall’aria stessa. La nostra è stata ed è una battaglia contro la militarizzazione della Sicilia e del Mediterraneo, e contro gli effetti collaterali della presenza a Niscemi di una delle quattro stazioni MUOS. Resistenza popolare che qualcuno vorrebbe cancellare e criminalizzare, ma che, invece, tra mille difficoltà, è ancora aperta. Con l’attivazione completa del MUOS la potenza dell’ apparato di comunicazione statunitense è arrivato alla sua massima efficacia, gestendo cosi ogni azione, ogni attacco, ogni guerra – entrando nelle vie torreggianti di Niscemi, che sorge su un altopiano a 330 metri d’ altitudine (nella parte terminale dei monti Erei), aggiunge – sebbene l’ installazione delle parabole ci abbia colpito duramente e da qualche anno il fermento popolare sia diminuito drasticamente, ciclicamente tentiamo di rilanciare mobilitazioni simboliche contro il MUOS e la guerra. Speriamo che tornino stagioni sane di lotta: per la smilitarizzazione della Sughereta, per ridare voce a chi rifiuta ogni conflitto armato tra gli stati, a chi aspira alla liberazione delle proprie terre dalla follia militarista, a chi continua a battersi per un mondo senza guerre e razzismo” . Una bandiera del movimento sventola solitaria all’ estremità di un lampione. Grappoli di anziani passeggiano su e giù per la bianca piazza.

Un gruppo di manifestanti, occasionalmente, tenta di incontrarsi, dialogare, ripopolare una piccola parte di bosco dove il presidio No Muos è stato eretto. I resti di un falò (spento ormai da mesi) racconta di nottate passate al bivacco, di parole libere e pensieri critici. Attorno, ampie querce simili a cattedrali, sfiorano i quindici metri di altezza. “Viviamo in perenne difficoltà per la carenza di servizi – raccontano i presenti – su tutti quello della distribuzione dell’acqua potabile, che in città avviene ogni quindici o venti giorni, mentre la base militare viene rifornita quotidianamente. La mentalità dei locali è limitata, la cultura dell’omertà regna sovrana. Niscemi è uno dei classici paesi nel cuore della Sicilia, dove ognuno pensa al proprio orto, con poca voglia di ribellarsi ai potenti, ma subire indiscriminatamente il pugno di ferro dello stato come l’ennesima sciagura della vita. Pensa che alcuni di essi (gran parte pensionati), vedendo le camionette dell’Esercito addette all’identificazione, se la sono presa con noi antagonisti accusandoci di aver portato in paese una massiccia dose di controlli, altrimenti tenuti lontani, da sempre, a salvaguardia di piccoli introiti illegali.
La tolleranza ed il rispetto non sono virtù dei militari di pattuglia. Sbucano dal bosco o dalle campagne, a volte armati di fucile, altre volte di divieti, intimando l’alt a noi, ai forestieri, ai solidali ormai sempre più rari. Quanto costa mantenere attiva la ronda giorno e notte? Quanti soldi vengono utilizzati per mantenere viva la sorveglianza? Va ricordato che il MUOS è un’installazione ad uso esclusivo del Governo Statunitense realizzata in territorio Italiano. Va sottolineato anche che i vari accordi via via susseguitisi con il Governo Statunitense per la realizzazione dell’opera non sono mai stati approvati dal Parlamento così come previsto dall’ art. 80 della Costituzione Italiana e mai si è tenuta in considerazione la volontà della popolazione di Niscemi, assolutamente contraria all’ installazione. Pare che la Costituzione sia aria fritta ormai; una democrazia annacquata e subdola la nostra”.

“Il costo complessivo del MUOS è ancora un mistero – spiega poi Nicola Giudice, avvocato difensore dal 2013 – ma la sua costruzione per certo ha comportato un maggiore volume di terra movimentata e di conseguenza un più pesante impatto sull’ambiente e il territorio *. È perfettamente visibile poi, la distruzione di essenze arboree tutelate. La scomparsa di parte della macchia mediterranea è provata anche dalle foto satellitari in nostro possesso, scattate prima dell’inizio dei lavori. La superficie destinata al MUOS, unita a quella occupata dalle quarantuno antenne erette a partire dagli anni 90, entrambe strettamente strategiche, hanno vanificato ogni possibilità di collegamento delle aree boschive più meridionali di contrada Pisciotto con quelle più a nord di Apa, Ulmo e Vituso. Tagliato fuori ad est anche il residuo bosco di Carrubba e, definitivamente compromessi, sono pure i lotti boscati di Mortelluzzo e Valle Porco, di limitate estensioni ma di indiscusso pregio naturalistico e paesaggistico”.
A mezzogiorno Carmelo, 61 anni, operaio agricolo, smonta dal furgoncino portandosi appresso una cassa di birra ed una ventina di focacce calde farcite con pomodori secchi, olive snocciolate e fette sottili di alici, qui dette sarde. Il ronzio ipnotico e continuo delle cicale raggiunge la massima intensità. “I giovani sono scomparsi. Rimaniamo solo noi: uomini e donne di mezza età, anziani o pensionati in grado di sostenere le spese indotte dalla repressione. Senza i nostri risparmi o raccolte fondi collettive chi pagherebbe le denunce a carico degli attivisti o la quota pattuita coi nostri legali? Una volta era pieno di gente. Venivano da tutto il mondo per dare man forte alla nostra lotta. Organizzavamo campeggi, eventi culturali, laboratori per bambini, ora è tutto immobile, bloccato. È sempre più dura, ma ci siamo ancora sai? La nostra è una battaglia contro tutte le guerre. Un militare ammalatosi di leucemia è stato l’unico a denunciare il marcio che c’è dietro al MUOS e, guardo caso, in due settimane è sparito, allontanato in qualche località sconosciuta”.

Samantha Cinnirella, portavoce del Comitato Mamme No Muos, mi offre un posto in macchina per un giro di perlustrazione attorno alla base. Mentre procediamo sui sentieri spelacchiati si dipana un paesaggio dai tratti palestinesi. Guidiamo piano, osservano lo scempio intorno. “Prima era tutto un bosco. Ora è tutto un bosco di antenne. Tante querce secolari sono state fatte esplodere con la dinamite, per far spazio a ciò che vedi: parabole, inferriate, luci al neon. Tutto questa distesa di terra deturpata è all’interno della contrada dell’Ulmo, in origine protetta e salvaguardata, come il bosco di San Piero, laggiù” . Una volante della Digos comincia a seguirci, rasentando quasi tutta la recinzione metallica. Nei pressi del reticolato, spighe di grano solleticano i polpacci e l’interno coscia. “Centottanta ettari di terreno espropriato illegalmente. Da qui vediamo solo una piccola parte, immagina il disastro”, fa intendere Samantha, con le mani aggrappate ai rombi vuoti della rete.

Incontro Giuliana, 30 anni, tra le più giovani attiviste del movimento No Muos. La casa è immobile nella penombra, un cesto di clementine funge da perno per l’intervista. “Dunque: dal 2009 alcuni comitati cittadini, liberi e indipendenti, hanno iniziato un’opera di informazione su scala nazionale per diffamare l’affare MUOS. Collaboravano anche studenti e associazioni ambientaliste, costringendo l’amministrazione a svelare documenti e atti, facendo conoscere ai locali (ignari) cosa si stesse progettando sul territorio (all’ insaputa di tutti). Così è nato il nostro movimento: decine di comitati sparsi in tutta la Sicilia che, unendo le forze, hanno fatto conoscere a tutta la penisola un progetto tenuto fino ad allora segreto. Alle centinaia di iniziative è seguita una raccolta firme che al termine ne contava ben 20.000. La popolazione non solo rifiuta la nuova servitù militare, ma scopre di essere stata sottoposta a un forte inquinamento elettromagnetico dal 1991, proveniente dalle quarantasei antenne del sistema (tra l’altro in un’area già sottoposta a cinquanta anni di emissioni letali provenienti dal petrolchimico di Gela). I comitati, costituitisi in coordinamento regionale nel 2012, hanno moltiplicato le proteste creando una sensibilità diffusa in tutta l’isola. Durante la prima, importante manifestazione, eravamo 5.000. Nell’ autunno sono cominciati presidi e staffette per individuare e bloccare le gru dirette alla base.

Esperti e studiosi partecipano alle affollate assemblee popolari per spiegare la pericolosità della struttura bellica e la sua assoluta illegittimità. I cittadini (casalinghe, operai, disoccupati) cercano di difendere la propria terra a qualsiasi costo. Adottiamo spesso i blocchi stradali nonviolenti come arma efficace per fermare le imprese dei cantieri. Come ogni repressione che si rispetti piombano denunce e multe salate. Seguiranno fogli di via e intimidazioni per rompere definitivamente le gambe all’ opposizione. Le manifestazioni vedono affluire a Niscemi migliaia di persone: 14.000 circa il 31 marzo 2013. Il 31 maggio invece, la città partecipa in massa allo sciopero generale contro il MUOS: la protesta cresce d’ intensità. I comitati popolari danno vita a nuove mobilitazioni, vengono occupati decine di municipi, tra cui quello di Niscemi per un mese scarso. Il 9 agosto un corteo con sindaci e amministratori di varie città invade pacificamente la base militare, permettendo a qualche attivista di salire sulle antenne ancora inerti. Fioccano centinaia di denunce: unica, vile risposta da parte delle istituzioni. Nel mese di gennaio 2014, tra lo sbigottimento e la delusione generale, le parabole vengono montate e issate. Non siamo arretrati neppure quella volta. Numerosi attivisti siciliani sono chiamati in ogni parte d’ Italia a spiegare cos’ è il MUOS e le ragioni della lotta. Il 25 aprile 2014 penetriamo simbolicamente dentro la base. Oggi la mobilitazione, per quanto precaria, continua. Ribadiamo la volontà di liberare la nostra terra ed il mondo intero da questa minaccia”. L’ imbrunire cala come una coperta morbida. Il fruttivendolo del quartiere cala la saracinesca.

“Affermare i propri diritti è una pratica lenta e costante”, esordisce Claudia, 49 anni, casalinga. “Resto convinta che passo dopo passo coglieremo l’attenzione del governo; ai piani alti capiranno che abbiamo ragione e smantelleranno le antenne, fermeranno i lavori una volta per tutte. Il 2013 e 2014 sono stati due anni molto intensi. Mentre la stampa nazionale a comando di una politica corrotta tentava di imbavagliarci, all’ improvviso viene assegnato alle mamme No Muos un importante riconoscimento estero: il premio Aachen.

Si tratta di uno dei più importanti e ambiti premi internazionali assegnato annualmente nella città tedesca di Aquisgrana a chi si è distinto per particolari meriti nella costruzione della pace. Contro la militarizzazione del territorio, contro l’utilizzo della Sicilia come frontiera fortificata, per la tutela della salute e dell’ambiente, nel caso dei niscemesi. Nonostante ciò hanno eretto le antenne ed è strano, perché tutto è come prima. Sai che questi aggeggi fanno male, ma non è una minaccia visibile, non puoi vederla né toccare con mano. Gli ordini radar, cosi come le radiazioni stesse sono invisibili agli occhi umani. Paradossalmente le energie calano anche perché sembra di combattere contro un mostro astratto. Non ne possiamo più di vedere la natura devastata e sfruttata. Non ne possiamo più di assistere a guerre per il gas e per il petrolio. Non possiamo più sopportare morti in mare e sulla terra, in fuga da guerre e miserie. Non abbiamo bisogno di più capitale e nuovi dispositivi di controllo ma abbiamo bisogno di più dignità e libertà. L’attivazione del sistema MUOS comporta inevitabilmente il coinvolgimento dell’Italia nell’intera attività bellica degli Stati Uniti. Senza la possibilità, per noi cittadini, di influenzare il funzionamento dell’installazione né tanto meno di limitarla. Spesso ascolto persone dire che, se fossero nata durante la seconda guerra mondiale, avrebbero fatto di tutto per fermare la pazzia di Hitler. Oggi possiamo darci tanto da fare per fermare le guerre. Sensibilizzare la gente sotto casa è un dovere, una prassi quotidiana. Le mie figlie sono cresciute dentro al movimento No Muos e soprattutto Giorgia, la più grande, sta maturando una coscienza civile molto forte e solidale. Per portare il cambiamento bisogna che qualcuno, senza essere un eroe, dimostri che è possibile. Di eroi, in questi anni, ne ho incontrati tanti: armati di penna, martello, stracci per le pulizie, computer, sedia a rotelle, mestolo da cucina. Nulla è più forte della semplicità di un popolo. Se non ora, quando?”. Tre cani randagi s’ azzuffano per strada, stropicciano una piantagione di carciofi. La calura smorza le voci del paesino, la sagoma distante del nemico.

A più di mille chilometri di distanza, precisamente a Padova, stringo la mano ad Elvira Cusa, una delle attiviste che quel 9 agosto occupò una delle antenne MUOS. Le pongo una domanda schietta, la quale da via all’ultimo racconto, forse il più intenso di questa grande narrazione collettiva: bloccare la guerra è materialmente possibile? “Quel giorno il messaggio fu forte e chiaro: riprendere la nostra terra, dimostrare che quel valico perimetrale poteva essere superato. Abbiamo scavalcato il sistema, mangiando, facendo pipì e ingannando l’attesa compilando cruciverba con le gambe indolenzite, aspettando l’arrivo del corteo indetto per il giorno seguente. Ho visto cittadini liberi, senza strutture ne appartenenze politiche agire di pancia. Per trentasette ore abbiamo interrotto le telecomunicazioni tra quattro continenti, bloccando di fatto il grande Risiko; per circa due settimane mi sentii poi male: vomito e mal di testa, strascichi ovvi per le radiazioni sopportate durante quelle ore di presidio resistente. Mi avvicinai (per curiosità e cocciutaggine) pure all’ antenna principale, quella più grande e dannosa. Capimmo immediatamente che la radioattività era troppo forte: come un blocco invisibile ci pressava il petto e le spalle. Le suole delle scarpe, dopo pochi minuti, si stavano letteralmente spellando, corrose dalle onde nocive. Intanto il tempo passa, le denunce fanno paura a chiunque ed il popolo arretra se non vede riscontri o vittorie. Eppure siamo tanti a volere un mondo diverso, più giusto ed egualitario. Siamo tanti, in questi tempi bui dominati dal narcisismo virtuale. Di quel giorno scrissi qualcosa, che voglio condividere ancora: “Increduli ci avviamo a festeggiare una giornata storica, rovinata solo dal brusio dei notiziari e dai lampeggianti azzurri di ritorno dalla selva oscura. Il resto è una narrazione collettiva”.

NOTA SULLA FRANA
* A poche ore dalla frana che il 25 gennaio 2026 ha causato l’evacuazione di oltre 1.500 persone, la delimitazione di una zona rossa e il crollo di diversi edifici, il movimento “No Muos” aveva replicato così: “Il dissesto non nasce in una notte. È il prodotto di scelte politiche stratificate, di un modello di sviluppo che considera alcune aree sacrificabili. Niscemi è da anni una cartina di tornasole delle fragilità che possono caratterizzare alcuni territori: spopolamento progressivo, consumo di suolo, abbattimento di alberi, assenza di investimenti produttivi, infrastrutture inesistenti o abbandonate, trasporti precari dovuti a una rete ferroviaria inesistente, a una rete stradale cronicamente a rischio e all’ assenza di trasporto pubblico. A questo si aggiunge l’assenza strutturale di una seria pianificazione territoriale e di interventi organici di prevenzione del dissesto idrogeologico. Opere frammentarie, manutenzioni episodiche, interventi emergenziali sostituiscono da decenni qualsiasi strategia di messa in sicurezza. Dentro questo quadro generale si inserisce un elemento strutturale e determinante: la militarizzazione permanente del territorio”.
Pubblicato mercoledì 29 Luglio 2026
Stampato il 29/07/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/a-caccia-del-nemico-invisibile-viaggio-intorno-alla-base-militare-americana-di-niscemi-in-sicilia/





