
Ragioniamo su due fatti di cronaca. La prima vicenda è quella di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour che il 28 aprile 2021 subì una rapina all’interno della propria attività, mentre erano presenti anche la moglie e la figlia. Fu un’aggressione grave, violenta e traumatica, della quale non si può minimizzare la portata. Ma una democrazia si misura proprio nei momenti più difficili, quando alla comprensibile reazione emotiva deve seguire la capacità di distinguere i fatti. Dopo che i rapinatori erano usciti dal negozio, Roggero li inseguì all’esterno e sparò. Andrea Spinelli e Giuseppe Mazzarino morirono, mentre Alessandro Modica rimase ferito.
Il 15 luglio scorso la Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi per duplice omicidio volontario e tentato omicidio. I giudici hanno ritenuto che gli spari fossero stati esplosi quando i rapinatori erano ormai in fuga e il pericolo non era più attuale. Questo è il punto che una parte della discussione politica continua deliberatamente a rimuovere. Mario Roggero non è stato condannato perché si è difeso durante una rapina. È stato condannato perché, secondo tre gradi di giudizio, ha inseguito persone in fuga e ha aperto il fuoco quando l’aggressione era terminata. Le immagini acquisite nel processo hanno avuto un ruolo determinante nel ricostruire quei pochi secondi che separano la difesa dalla rappresaglia. La difesa finisce quando finisce il pericolo.

L’articolo 52 del Codice penale stabilisce che non è punibile chi agisce per la necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, purché la difesa sia proporzionata all’offesa. Le parole decisive sono “necessità”, “pericolo attuale” e “proporzione”. La legittima difesa non è una licenza di uccidere. Non è una punizione privata. Non consente di trasformare chi ha appena subito un reato nel giudice, nella giuria e nell’esecutore della pena. Quando il pericolo termina, termina anche la necessità di difendersi. Da quel momento interviene lo Stato, attraverso le forze di polizia, la magistratura e il processo. È comprensibile che una persona rapinata possa sentirsi umiliata, impaurita e abbandonata. È comprensibile che l’esperienza della violenza lasci ferite profonde, spesso invisibili. Comprendere quella sofferenza, però, non significa riconoscere il diritto di togliere la vita a chi fugge. La distinzione non è astratta. È il confine tra uno Stato di diritto e il Far West.
La campagna della destra

Eppure, attorno alla condanna di Roggero, una parte della destra ha costruito una campagna politica che tende a capovolgere i ruoli. Il condannato viene innalzato a simbolo, mentre la sentenza viene descritta quasi come un sopruso. Esponenti politici hanno invocato pubblicamente la grazia presidenziale e il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha avviato un’istruttoria, provocando un richiamo del Quirinale sulla natura esclusiva della prerogativa attribuita al presidente della Repubblica. La grazia è uno strumento previsto dalla Costituzione e ogni cittadino ha il diritto di domandarla. Il problema politico non è la sua esistenza. È la rappresentazione pubblica di Roggero come esempio positivo, quasi che la giustizia privata costituisse una forma più autentica di giustizia. Chi delegittima i giudici indebolisce anche la polizia.

C’è una contraddizione profonda nella propaganda di chi dichiara quotidianamente di stare dalla parte dello Stato e poi delegittima lo Stato quando una sentenza non coincide con il proprio racconto. Sostenere che Roggero avrebbe fatto ciò che lo Stato non è capace di fare significa affermare che le forze di polizia non sono in grado di proteggere i cittadini e individuare i responsabili dei reati. Significa mettere in discussione il lavoro delle procure della Repubblica, dei tribunali e della Corte di cassazione. Significa, soprattutto, insinuare che la legge sia valida soltanto finché conferma le nostre convinzioni. Non si difendono le forze dell’ordine demolendo la fiducia nella giustizia. Polizia, carabinieri e magistratura sono parti diverse dello stesso ordinamento democratico. Contrapporle per convenienza elettorale vuol dire indebolirle tutte. Nel nostro sistema il bene della vita non può essere equiparato al valore delle cose sottratte. La proprietà è tutelata e chi commette una rapina deve essere arrestato, processato e condannato. Ma nessun orologio, nessun gioiello e nessuna somma di denaro autorizzano una condanna a morte eseguita in strada. Affermarlo non significa essere indulgenti verso i criminali. Significa essere fedeli alla civiltà giuridica costruita dopo il fascismo e la guerra. Il messaggio opposto, soprattutto rivolto alle giovani generazioni, è pericoloso. Dice che la violenza possa diventare giusta quando viene esercitata contro una persona considerata indegna.
Ma una volta accettato questo principio, chi decide chi è indegno? Chi stabilisce quando il pericolo è finito? Chi sceglie la pena? La risposta democratica è semplice. Non lo decide chi impugna un’arma. Lo stabilisce la legge.
La morte di Abderrahim Fakir

La seconda vicenda impone una riflessione diversa e altrettanto rigorosa. Abderrahim Fakir, 42 anni, è morto il 19 luglio 2026 a Bologna durante un intervento della polizia nel quartiere Pilastro. Le immagini diffuse mostrano Fakir immobilizzato a terra da due agenti, con le mani dietro la schiena, mentre chiede aiuto prima di perdere conoscenza. La Procura di Bologna sta ricostruendo l’intera sequenza dell’intervento e ha acquisito anche le registrazioni delle bodycam. Le verifiche riguardano i due poliziotti e quattro operatori sanitari, nell’ambito di un procedimento relativo all’ipotesi di omicidio colposo. Gli stessi magistrati hanno precisato che i fatti da esaminare sono più estesi rispetto al solo video circolato sui social. È dunque necessario utilizzare parole precise.

Non possiamo ancora affermare, come fatto giudiziariamente accertato, che Fakir sia stato ucciso intenzionalmente dai due agenti. Possiamo però affermare che una persona è morta mentre era immobilizzata durante un’operazione di polizia e che le immagini disponibili sono dolorose, inquietanti e incompatibili con qualsiasi tentativo di liquidare la vicenda come un episodio irrilevante. Chiedere verità non significa condannare anticipatamente gli agenti. Significa pretendere che ogni secondo dell’intervento venga ricostruito, che le procedure adottate siano valutate, che venga stabilito se i segnali di sofferenza siano stati riconosciuti e che eventuali responsabilità siano perseguite senza protezioni corporative. La presunzione di innocenza vale per tutti, compresi gli appartenenti alle forze dell’ordine. Ma vale anche il principio secondo cui chi esercita la forza in nome dello Stato deve rispondere del modo in cui la utilizza. Una divisa non è un lasciapassare. È una responsabilità più grande.
Uno “scudo” non può diventare opacità

La vicenda ha riaperto anche il confronto sul cosiddetto “scudo penale”, espressione in parte impropria perché la disciplina non introduce un’immunità assoluta, ma modifica le modalità con cui vengono svolte le prime verifiche quando appare possibile l’esistenza di una causa di giustificazione. Proprio per questo occorre evitare due semplificazioni contrapposte. La prima è sostenere che qualunque intervento delle forze dell’ordine debba automaticamente trasformarsi in un processo contro gli agenti. Chi opera in strada affronta situazioni imprevedibili, persone violente, armi e rischi reali. Non può lavorare con la paura di essere considerato colpevole per il solo fatto di avere compiuto il proprio dovere.

La seconda semplificazione è pensare che una modifica procedurale possa risolvere i problemi della sicurezza e sostituire il controllo di legalità. Nessuna norma deve diventare una zona d’ombra nella quale un cittadino possa perdere la vita senza che i fatti vengano accertati in modo trasparente. Le forze dell’ordine non hanno bisogno di impunità. Hanno bisogno di organici adeguati, stipendi dignitosi, formazione continua, supporto psicologico, strumenti moderni e turni di lavoro compatibili con la lucidità richiesta da interventi delicatissimi. La stanchezza, il sottorganico e la pressione operativa non giustificano comportamenti contrari alla dignità umana. Possono però aumentare il rischio di errori. Uno Stato serio non si limita ad approvare una legge e a presentarla come soluzione definitiva. Investe nelle persone, nella prevenzione e nella qualità dell’azione pubblica.
La violenza in piazza non restituisce giustizia

Dopo la morte di Fakir, a Bologna si sono svolte manifestazioni di protesta. Accanto a molte persone scese pacificamente in strada, alcuni gruppi hanno lanciato oggetti, bottiglie e artifici contro le forze di polizia. Gli scontri hanno provocato numerosi feriti tra gli agenti e la polizia ha risposto con lacrimogeni e idranti. Indignarsi è legittimo. Manifestare è un diritto costituzionale. Chiedere giustizia è necessario. Colpire un agente che nulla ha a che vedere con quanto avvenuto al Pilastro, però, non è giustizia. È un’altra forma di generalizzazione e di violenza. Non si può denunciare l’uso indiscriminato della forza e poi utilizzare indiscriminatamente la forza contro chi indossa una divisa. Non si può contestare la disumanizzazione di una persona e contemporaneamente ridurre migliaia di lavoratori dello Stato alla formula “poliziotti assassini”.

Le responsabilità sono sempre personali. Questo principio deve valere per il cittadino, per il rapinatore, per il manifestante e per l’agente di polizia. Fare di tutta l’erba un fascio è il linguaggio delle tifoserie, non quello della democrazia. La vicinanza temporale con l’anniversario del G8 di Genova rende queste immagini ancora più dolorose. La storia della Repubblica ci ricorda che anche gli apparati dello Stato possono sbagliare gravemente e che la vigilanza democratica non è mai superflua. Ma proprio quella storia dovrebbe insegnarci che la ricerca della verità richiede documenti, processi, testimonianze e responsabilità individuali.
Lo Stato di diritto vale sempre

Il filo che unisce queste due vicende non è l’identità dei protagonisti e nemmeno la dinamica dei fatti. È il rifiuto della giustizia sommaria. Nel caso Roggero, una parte politica pretende di sostituire il proprio giudizio a quello pronunciato in tre gradi di giudizio. Nel caso Fakir, altri settori del dibattito pubblico sembrano talvolta voler trasformare due agenti ancora sottoposti ad accertamenti nell’immagine dell’intero corpo di polizia. Sono due errori speculari. La democrazia non sceglie le garanzie in base alla simpatia per le persone coinvolte. Non sostiene la presunzione di innocenza soltanto quando riguarda qualcuno vicino alla propria parte. Non difende la vita soltanto quando appartiene a una vittima considerata innocente e rispettabile. La dignità umana è indivisibile. Vale per il commerciante rapinato, che ha diritto alla protezione, al sostegno e alla giustizia. Vale per il rapinatore, che deve rispondere dei propri reati ma non può essere giustiziato durante la fuga. Vale per la persona fermata dalla polizia, che deve essere contenuta senza essere umiliata e senza perdere il diritto alla propria incolumità. Vale per l’agente, che deve poter svolgere il proprio lavoro senza essere aggredito, delegittimato o trasformato nel bersaglio di una rabbia collettiva.
L’antifascismo è anche cultura del limite
Per tutti noi questa riflessione non è estranea alla propria storia. La Resistenza non combatté per sostituire una violenza con un’altra. Combatté per restituire all’Italia libertà, legalità, diritti e istituzioni democratiche. Migliaia di donne e uomini si ribellarono alla dittatura affinché nessun potere potesse più considerarsi superiore alla legge e nessuna persona potesse essere privata arbitrariamente della propria dignità. L’antifascismo non è soltanto memoria del passato. È cultura del limite imposto al potere, compreso il potere dello Stato. Ma è anche rifiuto dell’anarchia della forza privata, dell’uomo armato che decide chi merita di vivere e della folla che stabilisce chi sia colpevole. Essere antifascisti significa difendere le istituzioni repubblicane e, nello stesso tempo, pretendere che esse siano trasparenti, responsabili e fedeli ai principi costituzionali. Significa stare dalla parte delle forze dell’ordine quando proteggono i cittadini e subiscono violenze. Significa chiedere accertamenti rigorosi quando l’azione di un agente può avere superato i limiti della legge. Significa condannare una rapina senza celebrare l’uccisione dei rapinatori. Significa ricordare che lo Stato è forte non quando concede impunità, ma quando sa accertare e punire ogni abuso, anche quello commesso da chi lo rappresenta.
Contro la politica dell’istinto

Viviamo nel tempo dei social network, delle immagini isolate, dei titoli urlati e delle sentenze pronunciate in pochi secondi. La complessità viene considerata debolezza, mentre l’insulto viene scambiato per coraggio. Una politica responsabile dovrebbe fare esattamente il contrario. Dovrebbe abbassare la temperatura, distinguere i fatti dalle opinioni, evitare di utilizzare il dolore delle persone per raccogliere consenso. Dovrebbe spiegare che la sicurezza non nasce dall’odio e che l’autorità non coincide con la brutalità. Dovrebbe ricordare che la legge non è un ostacolo alla giustizia, ma il solo strumento che impedisce alla giustizia di trasformarsi in arbitrio.

Anche la Prima Repubblica, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, conosceva più spesso il valore del linguaggio istituzionale e della responsabilità pubblica. Oggi una parte della classe politica sembra invece inseguire ogni emozione collettiva, amplificandola anziché governarla. Ma governare significa anche dire parole scomode. Significa dire che Mario Roggero ha subito una terribile rapina, ma che questo non gli attribuiva il diritto di inseguire e uccidere. Significa dire che le immagini della morte di Abderrahim Fakir suscitano dolore e indignazione, ma che le responsabilità devono essere accertate dalla Procura e non dai social network. Significa dire che gli eventuali abusi di alcuni agenti devono essere puniti, senza trasformare tutti i poliziotti in nemici. Significa dire che chi aggredisce le forze dell’ordine durante una manifestazione tradisce le ragioni della protesta e allontana la verità.
Pubblicato martedì 28 Luglio 2026
Stampato il 29/07/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/roggero-e-fakir-la-democrazia-non-e-un-far-west/




