Sandro Gallo, “Garbin”, costituì la brigata “Garibaldi” intitolata a Pier Fortunato Calvi

Cierre edizioni e Iveser per la “Collana Storie e voci del Novecento veneziano”, avevano pubblicato il libro di Marco Zanetti, Vento di Garbin, dedicato alla figura del partigiano veneziano Sandro Gallo, nome di battaglia Garbin (il vento di libeccio in veneziano), caduto all’età di trenta anni in uno scontro a fuoco con i tedeschi in Cadore il 20 settembre del 1944. Ricostruendo quella vicenda personale, il libro di Zanetti aveva ricostruito al tempo stesso la storia complessa della Resistenza, nelle sue diverse sfaccettature politiche e militari in Cadore, restituendoci un quadro puntuale della situazione storico politica di quel territorio posto sotto l’amministrazione diretta del Reich, la zona di operazioni delle Prealpi, l’Alpenvorland.

Ora è stata pubblicata la nuova edizione del libro Aforismi partigiani di Giampaolo Gallo, fratello minore di Sandro Gallo, anch’egli partigiano. Una ristampa rispetto alla prima pubblicazione di trent’anni fa del 1995, curata da Marco Zanetti in collaborazione con la studiosa Darwine Delvecchio. Si tratta di un piccolo libro, un prezioso libercolo, come lo definisce lo stesso Giampaolo Gallo, che costituisce “un distillato di ricordi e pensieri,” composto da 37 episodi, brevi racconti autobiografici che, forse solo in un caso superano le tre pagine, mentre  di norma si limitano a poco più di una.

Partigiani della Brigata Garibaldi Calvi

Questa raccolta di brevi racconti riesce a restituirci in un mosaico, come auspicato da Giampaolo Gallo, l’esperienza collettiva, in tutta la sua umanità e complessità, della vita partigiana. Queste memorie personalissime dell’autore, che non cedono mai a intenti celebrativi o  eroici, sono scritte con un linguaggio volutamente semplice, venato spesso di autoironia o di ironia bonaria, mai cinica verso i compagni, ci raccontano tante piccole storie, i sentimenti diversi di ragazzi, il coraggio, l’accettazione della morte in combattimento o a seguito di un rastrellamento, la tristezza per la perdita dei compagni, la fame perenne, il freddo, i pidocchi e la scabbia che tormentano i corpi, gli scatti di rabbia, ma anche il piacere di giovani ventenni di stendersi al sole dopo essersi data una lavata in una specie di laghetto o una notte d’amore vissuta per caso.

Cadore

Ma accanto a questi sentimenti, ci imbattiamo anche nel disagio avvertito nel prelevare (in cambio di buoni ma con il mitra in spalla) cibarie o altri beni alla popolazione civile, sentendosi un po’ come rapinatori a mano armata. Ma ancor più angoscianti sono i dubbi di carattere etico di fronte alle decisioni necessitate di dover passare per le armi prigionieri tedeschi che avrebbero potuto mettere a repentaglio la loro vita. O ancora di dover applicare una rigida disciplina che poteva risolversi anche in una fucilazione rispetto a bande di giovani che spacciandosi per partigiani taglieggiavano la popolazione. Si trattava di salvare l’onore partigiano e della loro lotta contro gli occupanti nazisti e i collaborazionisti fascisti. Ma su questo aspetto militare ed etico al tempo stesso tornerò più avanti.

Abbiamo sottolineato che il tono degli aforismi non è mai celebrativo o eroico neppure in “Elegia di settembre”, quando Giampaolo parla della morte di Garbin, di suo fratello martire partigiano. Il tono resta sempre misurato e asciutto, le parole ridotte all’essenziale ma proprio questa essenzialità ci restituisce in modo commovente l’immagine integra di Sandro Gallo, il suo coraggio, la sua determinazione al sacrificio di sé stesso, della sua vita per salvare un paese dalla rappresaglia nazista.

Elegia di settembre

In quel mese si compì il destino di Garbin, comandante della brigata Garibaldi P.F. Calvi.
… Attraente nella persona, affascinante nel tratto, ricco di umanità e di comunicativa: una personalità notevole e naturalissima.
Morì attaccando i tedeschi, lontano dai paesi, in una posizione infelice per non sacrificare Lozzo alla rappresaglia nazista.
Morì, anche se era destinato a grandi responsabilità politiche e militari, perché non lo sfiorò mai l’idea prudente che la sua vita valesse più di quella di un montanaro cadorino. 

Febbraio 1943. I nazisti impiccano, dopo averla torturata, la partigiana 18enne serbo-croata Lepa Radić

Un altro aforisma molto coinvolgente è La madre. Qui il tono sempre misurato e pacato diventa diretto, duro, di fronte ad una madre straziata dal dolore cui i nazisti hanno impiccato il figlio sedicenne e che chiede al partigiano Giampaolo di vendicarla, di uccidere i prigionieri tedeschi, ma la sola risposta concreta, il solo gesto che potrà fare Giampaolo sarà abbracciarla come se stesse abbracciando sua madre, che aveva anch’essa perso un figlio, Sandro. Questo episodio è particolarmente significativo poiché Giampaolo Gallo, cinquanta anni dopo manifesta il suo rimorso, la sua impotenza perché a quella madre non è stata resa giustizia, come a “tutti i morti innocenti, all’umanità offesa” da parte delle istituzioni democratiche conquistate grazie alla guerra partigiana. È purtroppo noto che nel nostro Paese vi è stata un’epurazione mancata.

Come anticipato, alcuni episodi ci portano al tema della violenza e connesso ad esso quello della moralità nella Resistenza, oggetto di ricerca ed analisi approfondita da parte di Claudio Pavone nel saggio storico Una guerra civile. Il racconto Problemi ci descrive la brigata alle prese con un grave problema di ordine militare ed etico. Le sentinelle avevano catturato tre soldati tedeschi che “non erano truci rastrellatori”, ma ladroni fuggiti dal loro reparto, l’intendenza, portandosi dietro formaggi e salumi che rivendevano alla popolazione a prezzo di mercato nero. Che fare di questi prigionieri? Si apre nella brigata una accesa discussione tra chi ritiene che possono essere trattenuti come cuochi e porta munizioni e chi invece teme che essi possano fuggire alla prima occasione e tradirli, portando i militari tedeschi alle loro casere per poi ammazzarli.

Manifesto stampato a Pieve di Cadore nei primi giorni della Liberazione. Sono le parole di mons. Angelo Fiori, arciprete della Magnifica Comunità del Cadore (Archivio IFSML, Udine)

L’annuncio improvviso di un imminente rastrellamento tedesco pone fine ai dubbi e alle divergenze e si decide che i tre tedeschi prigionieri devono essere fucilati per non mettere a repentaglio la brigata. Ma lo si farà senza far capire loro che non sarebbero stati risparmiati, offrendo del cibo prima dell’esecuzione, uno spezzatino di pecora con polenta. Ma dopo la battaglia con i tedeschi a seguito del rastrellamento dove moriranno anche due partigiani, Giampaolo e un altro compagno si trovano entrambi nel turno di guardia a pensare non solo ai due partigiani uccisi, ma anche ai tre tedeschi passati per le armi, perché dice Giampaolo, “non è semplice decidere della vita e della morte di nessuno neanche di una pulce”. Queste riflessioni ci portano al tema della moralità della Resistenza.

Claudio Pavone e altri storici, anche se non vi è unanimità sulla questione, sottolineano una differenza di fondo tra le due parti in causa, mettono in evidenza che al di là di singoli episodi anche gravi, i partigiani non concepiscono la violenza come un fine o un valore identitario ma solo come un una misura estrema e contingente, la concepiscono essenzialmente in chiave difensiva. Da una parte la violenza è una seduzione, dall’altra una dolorosa necessità, da una parte c’è l’estetizzazione della morte e nichilismo e assenza di futuro, dall’altra c’è entusiasmo e voglia di vivere (1).

In conclusione, un libro per la cui ristampa dobbiamo ringraziare Marco Zanetti e Darwine Delvecchio perché abbiamo bisogno di memorie autentiche sulla Resistenza, di valori e di eticità senza cadere nel mito e nella retorica celebrativa.

Maria Cristina Paoletti, presidente ANPI provinciale Venezia


NOTE

(1) Mirco Carrattieri, La violenza dei partigiani nella storiografia resistenziale, pag. 289 in Resistenza – La guerra partigiana in Italia (1943-1945) a cura di Filippo Focardi e Santo Peli, Carocci editore, aprile 2025.