
Ci sono uomini che attraversano la Storia senza chiedere nulla in cambio. Persone che, nel momento più buio dell’umanità, scelgono di stare dalla parte della vita, della dignità e della libertà. Uomini che salvano centinaia di esistenze, che diventano eroi in terre lontane e che, paradossalmente, finiscono dimenticati proprio nel loro Paese. È il destino, insieme straordinario e doloroso, del generale medico Antonio Ciccarelli, conosciuto e venerato in Slovenia come il “Doktor Anton”. Una figura che oggi appare sorprendentemente moderna, tanto da poter essere considerata un autentico precursore della medicina umanitaria contemporanea, che molti decenni dopo avrebbe ispirato l’opera di Gino Strada e di Emergency.
Per oltre settant’anni la sua memoria ha vissuto una curiosa e lacerante contraddizione. In Slovenia il suo nome è inciso nella pietra della memoria collettiva, celebrato nelle scuole, onorato nelle cerimonie pubbliche, riconosciuto come patrimonio nazionale. In Italia è rimasto confinato nelle testimonianze di pochi studiosi, nei ricordi custoditi dai familiari e nella devozione silenziosa di chi non ha mai smesso di credere che la storia, prima o poi, avrebbe restituito giustizia. Quel momento sembra essere finalmente arrivato. Prima ancora che la città di Giugliano avvii il percorso istituzionale per restituire piena memoria ad Antonio Ciccarelli, è arrivato un importante riconoscimento dalla FNOMCeO – Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, che ha formalmente candidato il dottor Antonio Ciccarelli, alla memoria, al Premio Nazionale “Dott. Geppino Micheletti”, riconoscimento dedicato ai medici e agli operatori sanitari che si distinguono per eccezionale spirito di servizio, altruismo e dedizione, anche in situazioni di emergenza o di grave rischio personale.

Il riconoscimento della Federazione dei medici
Il presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli, ha spiegato così le ragioni della candidatura: “Ho fatto il mio dovere e nient’altro che il mio dovere di uomo e di medico per una causa giusta, per la quale migliaia e migliaia di partigiani hanno fatto olocausto della loro vita. In queste parole di Antonio Ciccarelli è racchiusa tutta la sua missione al servizio degli altri. È la motivazione che spinge ancora oggi i nostri medici a operare negli scenari di guerra e che abbiamo scritto, nero su bianco, nel nostro Manifesto Medici e Pace, siglato il 12 marzo scorso tra Perugia e Assisi. Curare in guerra non significa accettarla. Significa, al contrario, opporsi alla sua logica, affermare che ogni persona resta titolare di diritti e dignità anche nel conflitto. Ogni atto medico è un atto di pace”.


“E da questa cura – continua Anelli – da questa presa di posizione del Doktor Anton e degli altri medici partigiani sono scaturiti i principi del Manifesto di Ventotene, che costituiscono le radici della nostra Europa. Per questo abbiamo proposto la candidatura, alla memoria, del dr Antonio Ciccarelli per il Premio Geppino Micheletti, di cui quest’anno si svolgerà la seconda edizione. Micheletti è stato celebrato come un “eroe in uniforme da chirurgo” per il suo comportamento in seguito alla strage di Vergarolla. La strage, avvenuta il 18 agosto 1946, fu provocata dall’esplosione di un deposito di mine disinnescate sulla spiaggia di Pola, causando almeno un centinaio di vittime e segnando il primo attentato della storia dell’Italia repubblicana. Nonostante avesse saputo che tra le vittime vi erano anche i suoi due figli, Carlo e Renzo, di 5 e 9 anni, Micheletti continuò a operare incessantemente per 24 ore di seguito per salvare quante più vite umane possibile. Sarebbe significativo che due medici, due eroi, che operarono in contesti temporalmente sovrapponibili e geograficamente vicini, anche se diversi, fossero ricordati insieme, a dimostrare che ogni atto medico è un atto di pace e un impegno civile e non conosce colore, connotazione, discriminazione alcuna. Da questo pluralismo antifascista è nata anche la nostra Repubblica, fondata sui valori di libertà e, pace e custodita dal lavoro di cura degli operatori sanitari”.
Candidare la figura del “Doktor Anton” a questo riconoscimento non è un gesto formale. È il tentativo di inserire la memoria di un medico partigiano italiano nel grande racconto europeo della storia contemporanea, in quella narrazione condivisa che il Premio Micheletti ha contribuito a costruire. Una figura che ha incarnato con anticipo di generazioni quei valori che il premio celebra: la cura come atto civile, la scienza al servizio dell’umanità, la memoria del lavoro e del sacrificio come fondamento della democrazia. Il merito di aver rimesso in moto la macchina della memoria appartiene a una lunga staffetta civile che attraversa generazioni. Dopo la scomparsa dell’ufficiale avvenuta nel 1998, sono stati i nipoti a raccogliere il testimone della memoria familiare, custodendo documenti, fotografie e testimonianze che rischiavano di andare perduti nel silenzio degli anni.
L’opera del figlio di Ciccarelli
Il figlio del “Doktor Anton”, Feliciano Ciccarelli, è scomparso due anni fa, dopo aver dedicato gran parte della propria vita a preservare e tramandare la memoria del padre. Per decenni ha raccolto e custodito con discrezione documenti, fotografie e testimonianze, evitando che una vicenda straordinaria scivolasse nell’oblio. Se oggi è possibile ricostruire le imprese di Antonio Ciccarelli, lo si deve anche alla sua tenacia e al profondo senso di devozione filiale con cui ha difeso quel patrimonio di memoria. La sua scomparsa rende ancora più significativo il gesto di Giugliano: rendere omaggio al “Doktor Anton” significa anche onorare chi, nel silenzio, non ha mai smesso di credere che quella storia meritasse di essere restituita alla comunità e al Paese. Accanto ai familiari si è schierata con convinzione anche l’ANPI di Giugliano, che negli ultimi mesi ha promosso un paziente e tenace lavoro di sensibilizzazione per restituire al “Doktor Anton” il posto che gli spetta nella memoria della sua città. Da questo percorso è nato un impegno concreto dell’amministrazione comunale, che ha raccolto l’appello facendolo proprio. Il sindaco di Giugliano, Nicola D’Alterio, considera il recupero della figura di Antonio Ciccarelli una responsabilità morale, prima ancora che istituzionale. «Antonio Ciccarelli rappresenta una delle figure più nobili che la nostra città abbia espresso nel corso della sua storia. Medico, ufficiale dell’Esercito, partigiano e uomo di straordinario valore umano, ha dedicato la propria vita alla cura degli altri nei momenti più difficili del Novecento. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 scelse la strada del coraggio e della libertà, mettendo le sue competenze mediche al servizio dei feriti e delle popolazioni colpite dalla guerra lungo il confine tra Italia e Jugoslavia. Le sue tecniche di chirurgia e assistenza in condizioni estreme furono un esempio pionieristico di quella che oggi definiamo medicina da campo».
Il sindaco di Giugliano
Il primo cittadino sottolinea come il riconoscimento tributato a Ciccarelli oltreconfine rappresenti, allo stesso tempo, un motivo di orgoglio e uno stimolo per la sua città d’origine. «A Nova Gorica e nei territori sloveni il nome di Antonio Ciccarelli è ancora oggi ricordato con riconoscenza e rispetto. È considerato un medico insostituibile, un uomo che ha salvato vite umane e ha lasciato un segno profondo nella memoria collettiva di quelle comunità. È un patrimonio che appartiene anche a noi e che abbiamo trascurato troppo a lungo». Ciò che più colpisce il sindaco è però la dimensione umana della figura del medico partigiano. «Colpisce soprattutto la sua straordinaria umiltà. Ha compiuto gesti di immensa generosità senza mai cercare notorietà o riconoscimenti. Ha fatto del bene per scelta personale, spesso nel silenzio, considerando il proprio impegno semplicemente un dovere verso gli altri. In un’epoca dominata dalla visibilità e dall’autonarrazione, questo ci ricorda che cosa significhi davvero avere coraggio».

D’Alterio annuncia quindi l’avvio di un preciso percorso istituzionale per restituire a Ciccarelli il posto che merita anche nella storia e nella toponomastica cittadina. «È intenzione della nostra amministrazione investire nuovamente la Commissione Toponomastica affinché avvii l’iter necessario per individuare una strada, una piazza o un luogo pubblico della città da intitolare al generale medico Antonio Ciccarelli. Sarebbe un atto di gratitudine verso un uomo che ha onorato il nome di Giugliano ben oltre i confini nazionali, portandolo nel cuore dell’Europa che combatteva per la libertà». Accanto all’intitolazione di uno spazio pubblico, l’amministrazione guarda anche al futuro delle nuove generazioni. «Stiamo inoltre valutando la possibilità di istituire una borsa di studio a lui dedicata, rivolta agli studenti di Medicina di Giugliano. Sarebbe il modo migliore per trasformare la sua eredità morale in un’opportunità concreta, affinché il suo esempio non rimanga soltanto nella memoria, ma continui a generare competenza, etica e vocazione al servizio degli altri». Il sindaco conclude richiamando il legame profondo tra la memoria di Antonio Ciccarelli e l’identità democratica e antifascista della città. «Giugliano, città Medaglia d’Argento al Valore Civile per il sacrificio dei Tredici Martiri, ha il dovere di custodire e tramandare esempi come quello di Antonio Ciccarelli. In un tempo segnato da nuovi conflitti e da tensioni internazionali che pensavamo appartenessero al passato, ricordare chi ha scelto la libertà, la solidarietà e il servizio verso il prossimo significa rafforzare ogni giorno i valori della democrazia e della pace. È la forma più alta di educazione civica che una città possa offrire ai propri figli».

Ma chi era il dottor Antonio Ciccarelli?
Antonio Ciccarelli nasce a Novara nel 1914, ma appartiene profondamente a Giugliano in Campania, terra d’origine della sua famiglia paterna. Sin da ragazzo percorre due strade parallele, tenendole insieme con una disciplina e una vocazione che raramente si trovano unite nella stessa persona: la formazione militare e l’inclinazione medica. Studia al prestigioso Collegio Militare della Nunziatella, tra le istituzioni più severe e formative d’Italia, e successivamente si laurea in Medicina e Chirurgia all’Università Federico II di Napoli nel 1940, pochi mesi prima che il Paese entri nel vortice della Seconda guerra mondiale. Il conflitto lo porta nei Balcani come ufficiale medico del Regio Esercito. Ed è qui, tra le montagne slovene e le pianure della Jugoslavia occupata, che Ciccarelli comprende la vera natura di quella guerra. Assiste alle sofferenze delle popolazioni civili, osserva da vicino la brutalità sistematica dell’occupazione nazifascista, vede morire uomini che avrebbero potuto essere salvati se soltanto ci fosse stata la volontà di farlo. Matura così una convinzione profonda, radicale, destinata a cambiare per sempre la traiettoria della sua vita: la medicina non può essere strumento dell’oppressione. Il medico appartiene ai feriti, non agli eserciti.
L’8 settembre 1943 è il punto di svolta. L’annuncio dell’armistizio coglie Ciccarelli all’aeroporto di Gorizia, nel pieno di una situazione caotica e drammatica. L’esercito italiano si dissolve nel giro di ore. Il vuoto di comando è totale. Migliaia di ufficiali si trovano di fronte a una scelta impossibile: collaborare con i tedeschi, arrendersi, cercare di sopravvivere in qualsiasi modo. Molti scelgono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana o di piegarsi alla volontà dell’occupante per salvarsi. Antonio Ciccarelli prende invece una decisione completamente diversa, consapevole delle conseguenze che comporta. Rifiuta ogni forma di collaborazione con il nazifascismo. Organizza una fuga che ancora oggi, a distanza di oltre ottant’anni, appare straordinaria per lucidità e coraggio. Svuota sistematicamente i magazzini sanitari, recupera tutto il materiale chirurgico disponibile, medicinali, anestetici, strumenti operatori, viveri e persino le armi necessarie alla difesa. Carica due autoambulanze fino all’inverosimile e, insieme a dieci infermieri che sceglie di portare con sé, attraversa territori occupati, zone di guerra, blocchi nemici, per raggiungere le formazioni partigiane slovene. Quel materiale sanitario, recuperato con una combinazione di audacia e previdenza, diventerà essenziale per salvare centinaia di vite nei mesi successivi.

Nasce una leggenda
Tra i boschi della Slovenia nasce la leggenda del Doktor Anton. Le formazioni partigiane del IX Corpo d’Armata sloveno combattono in condizioni proibitive. I feriti arrivano ogni giorno, spesso dopo marce massacranti su terreni impervi, trasportati da compagni esausti che rischiano la vita a ogni passo. Mancano farmaci, anestetici, strumenti chirurgici adeguati. I rifornimenti sono quasi impossibili. Ogni operazione è una sfida contro il tempo, contro la morte e contro la mancanza di mezzi. Antonio Ciccarelli non si limita a curare i feriti che gli vengono portati. Organizza, pianifica, coordina. Forma il personale sanitario locale con metodi rapidi e pragmatici. Costruisce una rete sanitaria clandestina distribuita su più posizioni, pensata per resistere alle offensive tedesche e per garantire continuità di cura anche quando le posizioni venivano scoperte e dovevano essere abbandonate in fretta. Un sistema che diventa uno dei più straordinari esempi di medicina di guerra nella storia della Resistenza europea. Il centro di questa organizzazione è il celebre Ospedale Franja (dal nome di battesimo della dottoressa Bojc Bidovec, medica e direttrice della struttura).
Nascosto nella stretta gola di Pasice, completamente mimetizzato tra rocce, alberi e torrenti che ne mascheravano i suoni, l’Ospedale Franja rappresenta ancora oggi uno dei simboli più potenti e commoventi della Resistenza europea, riconosciuto come monumento nazionale sloveno e inserito nei programmi educativi dedicati alla pace e alla memoria del Novecento. Per raggiungerlo i feriti venivano trasportati esclusivamente di notte, lungo sentieri conosciuti solo da poche guide fidate. Spesso erano bendati, affinché neppure loro conoscessero l’esatta posizione del rifugio e non potessero rivelarla in caso di cattura. I ponti di accesso venivano smontati subito dopo il passaggio dei convogli. Le sentinelle controllavano ogni punto di accesso ventiquattr’ore su ventiquattro. I tedeschi non riuscirono mai a scoprirlo, nonostante le ricerche sistematiche e le operazioni di rastrellamento che devastarono le foreste circostanti. In quelle baracche di legno nascosto tra la vegetazione, il “dottore con la barbetta”, come veniva affettuosamente chiamato dai partigiani che lo adoravano, eseguiva interventi chirurgici in condizioni estreme. Talvolta il cognac rappresentava l’unico anestetico disponibile. L’illuminazione era precaria, spesso affidata a lampade a olio. Gli strumenti venivano sterilizzati e riutilizzati infinite volte. Eppure centinaia di uomini e donne, combattenti di ogni nazionalità e provenienza, riuscirono a sopravvivere grazie alle sue mani, alla sua competenza e alla sua determinazione.

A capo di una struttura sanitaria clandestina
La grandezza di Ciccarelli non si limitava alla sala operatoria. Divenne direttore sanitario di tre ospedali segreti del IX Corpo d’Armata sloveno e successivamente Capo dell’Ufficio Sanità della Divisione d’Assalto Garibaldi “Natisone”, coordinando una struttura sanitaria clandestina di notevole complessità operativa in un territorio continuamente insidiato dal nemico. Quando un posto di medicazione venne improvvisamente attaccato dai tedeschi in forze superiori, Ciccarelli non esitò. Imbracciò le armi. Assunse personalmente il comando della difesa del perimetro, organizzando la resistenza con la stessa lucidità con cui dirigeva un’operazione chirurgica. Sotto un violentissimo fuoco nemico, coordinò l’evacuazione di oltre sessanta feriti gravi, molti dei quali non erano in grado di muoversi autonomamente, trascinandoli via uno a uno con l’aiuto dei pochi uomini ancora in piedi. Rimase sul posto fino all’ultimo. Solo quando l’ultimo paziente fu al sicuro lasciò la posizione. Per lui il dovere del medico veniva prima della propria salvezza. Sempre, senza eccezione.

Molto prima che il mondo conoscesse il nome di Gino Strada, molti decenni prima che Emergency aprisse i suoi ospedali nei teatri di guerra più dimenticati del pianeta, Antonio Ciccarelli aveva già incarnato la stessa idea rivoluzionaria. Curare tutti. Sempre. Senza distinzione di nazionalità, appartenenza politica, fede religiosa o uniforme. La medicina come diritto universale che non conosce linee del fronte. La neutralità assoluta del medico davanti alla sofferenza umana. L’ospedale come luogo inviolabile, spazio sottratto alla logica della guerra. Il chirurgo come ultima difesa della vita contro la morte organizzata dagli Stati. Principi che oggi ci appaiono naturali, sanciti da convenzioni internazionali e riconosciuti dalla coscienza civile. Ma che nel pieno della guerra totale rappresentavano una scelta di coraggio morale straordinario, pagata spesso con la vita o con anni di prigionia da chi osava incarnarli. Per questo molti storici della medicina e della Resistenza europea vedono in lui uno dei grandi anticipatori della moderna medicina umanitaria, un uomo che aveva già trovato, con la pratica quotidiana, la risposta a domande che il mondo avrebbe formulato soltanto generazioni dopo.

Finita la guerra, però, le strade della memoria prendono direzioni completamente diverse. In Slovenia Antonio Ciccarelli diventa un simbolo nazionale e permanente. Il suo busto in bronzo viene collocato a Nova Gorica, dove ancora oggi cittadini, studenti e autorità continuano a rendergli omaggio con fiori e cerimonie. L’Ospedale Franja diventa monumento nazionale, meta di pellegrinaggi civili, tappa obbligata per i programmi scolastici dedicati alla Resistenza e alla pace europea. In Italia, invece, il silenzio. Nessuna grande celebrazione pubblica. Pochissimi studi accademici. Quasi nessun riconoscimento istituzionale. Una figura fondamentale della Resistenza mediterranea, un pioniere della medicina umanitaria, dimenticata nella stessa terra che lo aveva formato. La ragione è anche nel carattere dell’uomo. Antonio Ciccarelli non cercò mai notorietà. Non scrisse autobiografie. Non trasformò le proprie imprese in un racconto eroico da consegnare ai posteri. A chi gli chiedeva di raccontare la guerra rispondeva con poche parole, quasi infastidito dall’idea di apparire protagonista di qualcosa di più grande di una semplice necessità morale. Aveva fatto, diceva, semplicemente il proprio dovere. E il dovere, per lui, non aveva bisogno di pubblico.
Si rompe il silenzio
Oggi quel silenzio viene finalmente interrotto. L’iniziativa promossa dall’ANPI di Giugliano, sostenuta con passione dai familiari e raccolta con senso di responsabilità dall’amministrazione comunale, rappresenta molto più di un semplice recupero storico. È un atto di giustizia. È il riconoscimento di un patrimonio morale che appartiene non solo alla città che ne custodisce le origini, ma all’intero Paese e, in senso più largo, alla memoria civile dell’Europa. Restituire Antonio Ciccarelli alla memoria italiana significa ricordare che anche nelle pagine più oscure della guerra sono esistiti uomini capaci di scegliere la solidarietà invece dell’odio, la cura invece della violenza, la responsabilità invece della convenienza. Significa affermare che queste scelte hanno un nome, un volto e una città d’origine. E che quella città ha il diritto e il dovere di riconoscerle.

In un tempo in cui le guerre continuano a devastare intere popolazioni, in cui gli ospedali vengono bombardati e gli operatori sanitari vengono colpiti deliberatamente nei teatri di conflitto come Gaza, la figura del “Doktor Anton” assume un significato straordinariamente, drammaticamente attuale. La sua storia ci ricorda che la medicina non è soltanto una professione, ma una scelta etica che si rinnova ogni giorno davanti al paziente, indipendentemente da chi sia e da quale parte stia. Che il coraggio non consiste soltanto nel combattere, ma soprattutto nel salvare, anche quando salvare è più difficile e pericoloso che sparare. Che esistono uomini capaci di rischiare la propria vita per proteggere quella degli altri senza chiedere nulla in cambio, nemmeno il ricordo. Giugliano ha oggi l’occasione di trasformare questa memoria ritrovata in un patrimonio condiviso, vivo, capace di parlare alle generazioni che verranno. Perché un popolo cresce quando riconosce e ricorda i propri figli. E la memoria di chi è stato Antonio Ciccarelli, il medico partigiano che la Slovenia non ha mai dimenticato, merita finalmente di tornare a casa.
Pubblicato giovedì 2 Luglio 2026
Stampato il 02/07/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/ci-guidavano-le-stelle/il-ritorno-a-casa-del-doktor-anton-eroe-in-slovenia-ignorato-in-italia/





