Avviamo una riflessione sul futuro della UE, soffermandoci su alcuni elementi che ritengo fondamentali per comprendere in particolare il valore attribuito al modello sociale europeo e, più in generale, al ruolo che l’Unione Europea è chiamata a svolgere nello scenario internazionale contemporaneo. Il modello sociale europeo non è stato finora definito in maniera organica in un singolo articolo dei Trattati, ma si è progressivamente delineato attraverso un insieme di principi, disposizioni normative e orientamenti politici che costituiscono una delle dimensioni fondanti del progetto di integrazione europea.

Già il Trattato di Roma del 1957 affermava con chiarezza il nesso inscindibile tra progresso economico e progresso sociale, individuando nel miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei popoli europei uno degli obiettivi essenziali della Comunità. Successivamente, il Trattato di Maastricht e il Trattato di Nizza hanno ampliato le competenze dell’Unione in materia di diritto del lavoro, tutela sociale e contrasto alle disuguaglianze. Uno dei riferimenti più significativi è rappresentato dal Trattato di Lisbona, che ha modificato il Trattato sull’Unione Europea (TUE) e il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). In particolare, l’articolo 3 del TUE stabilisce che l’Unione si adopera per «un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale». A tale principio si affiancano numerose disposizioni del TFUE concernenti la politica sociale e l’occupazione, la tutela dei lavoratori, la coesione economica, sociale e territoriale, nonché la lotta contro l’esclusione sociale e le discriminazioni.
Un ulteriore pilastro del modello sociale europeo è costituito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, proclamata il 7 dicembre 2000 e divenuta giuridicamente vincolante con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona nel 2009. Essa riconosce ai cittadini e ai residenti dell’Unione una vasta gamma di diritti sociali, tra cui la tutela dei lavoratori, il diritto alla sicurezza sociale, all’assistenza sanitaria, all’istruzione e alla protezione contro i licenziamenti ingiustificati. La Carta assume una rilevanza quasi costituente: pur non sostituendosi alle costituzioni nazionali, ne integra e rafforza il quadro di tutela, introducendo anche diritti di più recente elaborazione, come quelli relativi alla protezione dei dati personali e alle questioni bioetiche. Essa avrebbe dovuto e potuto rappresentare una tappa decisiva nel percorso verso una vera e propria Costituzione europea.
Più recentemente, il Pilastro europeo dei diritti sociali, proclamato nel 2017, ha raccolto venti principi fondamentali in materia di pari opportunità, condizioni di lavoro e protezione sociale, contribuendo a rafforzare ulteriormente la dimensione sociale dell’integrazione europea. Alla luce di tali sviluppi, il modello sociale emerge come un elemento costitutivo dell’identità europea. Mercato e concorrenza non vengono concepiti come fini in sé, bensì come strumenti funzionali alla realizzazione di obiettivi più ampi di coesione sociale, tutela dei diritti fondamentali e sviluppo umano. La formula dell’«economia sociale di mercato fortemente competitiva» costituisce probabilmente la sintesi più efficace di questa visione, ispirata alla tradizione ordoliberale tedesca, secondo la quale il mercato può operare efficacemente solo all’interno di un solido quadro giuridico e istituzionale garantito dallo Stato.
Tuttavia, l’evoluzione del modello sociale europeo è stata caratterizzata da fasi alterne, segnate da momenti di avanzamento e da periodi di arretramento.
Una prima grave crisi si è manifestata con la crisi del debito sovrano. L’applicazione delle regole del Patto di Stabilità e Crescita ha contribuito ad accentuare le divisioni tra i Paesi dell’Europa settentrionale e quelli dell’Europa meridionale, spesso identificati con l’acronimo “PIGS” (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna). La Grecia ha sostenuto il costo sociale più elevato, sottoposta agli interventi della cosiddetta «troika» e a drastiche misure di austerità che hanno inciso profondamente sul sistema sanitario, pensionistico e sui livelli salariali. L’Italia, pur essendo considerata “too big to fail”, continua a confrontarsi con il peso strutturale di un elevato debito pubblico.

La seconda grande crisi è stata quella generata dalla pandemia di Covid-19. In tale contesto l’Unione Europea ha saputo adottare strumenti innovativi e di forte valenza solidaristica: il programma Next Generation EU, il meccanismo RescEU e lo strumento SURE, una forma di sostegno europeo all’occupazione che ha contribuito a preservare milioni di posti di lavoro. A ciò si è aggiunta la creazione di un fondo comune, creato con un debito comune, destinato alla ricerca scientifica e all’acquisto dei vaccini, distribuiti successivamente in modo equo tra gli Stati membri, 2 mld dell’Emergency Support Instrument, più 750 milioni dai bilanci nazionali.

Si è trattato di decisioni di straordinaria rilevanza politica, giuridica, economica e sociale, che hanno mostrato le potenzialità di una risposta europea fondata sulla solidarietà e hanno lasciato intravedere una possibile evoluzione in senso maggiormente federalista dell’Unione. Nel corso del primo mandato della Presidente Ursula von der Leyen, la Commissione Europea ha inoltre promosso importanti iniziative normative, tra cui la direttiva sui salari minimi adeguati, la strategia per la parità di genere, il pacchetto per l’occupazione giovanile, il piano d’azione contro il razzismo, la direttiva sulla trasparenza retributiva e la strategia per l’inclusione delle persone con disabilità. Durante la pandemia, un’indagine Eurobarometro evidenziò come l’88% dei cittadini europei considerasse la dimensione sociale dell’Europa essenziale per la propria vita quotidiana. Gli intervistati attribuivano all’Unione una responsabilità significativa nel garantire accesso al lavoro, condizioni lavorative eque, assistenza sanitaria di qualità e standard di vita dignitosi.

Le ingenti risorse mobilitate attraverso gli strumenti straordinari europei avrebbero potuto favorire trasformazioni profonde nei sistemi di welfare e nelle condizioni di benessere dei cittadini europei. Tuttavia, a conclusione del ciclo del Next Generation EU, permane un dibattito aperto sull’effettiva efficacia degli investimenti realizzati e sulla trasparenza nell’utilizzo delle risorse, in particolare nel nostro Paese. Siamo, dopo la crisi pandemica, nell’era dell’orrore: le guerre, l’aggressione russa all’Ucraina, Trump, Netanyahu, Putin, il genocidio dei palestinesi, il rischio di un attacco nucleare che incombe sulle teste di tutti. 21 governi di destra o estrema destra su 27; 10 con governi sovranisti. È l’epoca di Rutte e del riarmo a scapito della spesa sociale, a scapito della coesione sociale.

Particolare preoccupazione suscita la proposta di revisione del quadro finanziario pluriennale dell’Unione per il periodo 2028-2034, che tende a trasferire maggiori responsabilità nella gestione delle risorse ai governi nazionali, modificando profondamente l’impianto tradizionale del bilancio europeo. Tale evoluzione rischia di indebolire la dimensione sovranazionale dell’integrazione e di avvicinare l’Unione a una logica prevalentemente intergovernativa. È già l’Europa delle Nazioni? Analogamente, le recenti proposte “Omnibus” della Commissione Europea in materia di sostenibilità sono state interpretate da numerose organizzazioni della società civile come un segnale di arretramento nella tutela dei diritti umani, dei lavoratori e dell’ambiente, a favore di una deregolamentazione ritenuta favorevole agli interessi economici.
Di fronte a tali criticità, occorre interrogarsi sulle prospettive future del progetto europeo. È necessario attendere nuove crisi per rilanciare il processo di integrazione oppure esistono percorsi alternativi?
A questo proposito risultano importanti le riflessioni contenute nel rapporto di Enrico Letta, “Much More Than a Market”.

Letta propone una visione dell’Europa fondata sull’equilibrio tra competitività economica, progresso sociale e valori democratici. In questa prospettiva, il mercato rappresenta uno strumento essenziale per generare crescita e innovazione; tutto ciò deve però necessariamente essere accompagnato da politiche capaci di ridurre le disuguaglianze, rafforzare la solidarietà tra Stati membri e garantire benefici concreti ai cittadini. Mario Draghi nel suo Rapporto sostiene che la crescita economica e l’aumento della produttività siano la condizione necessaria anche per preservare il modello sociale europeo, creando di fatto una gerarchia tra i due livelli. Le politiche di protezione sociale sono un costo e non una ricchezza, secondo Draghi e dunque senza una maggiore competitività l’UE rischierebbe di non poter più finanziare adeguatamente welfare, servizi pubblici e protezione sociale. Per questo il rapporto insiste molto sulla formazione continua e sulla riqualificazione professionale.

Le grandi sfide che attendono l’Europa sono ormai ben definite: l’invecchiamento della popolazione, il declino demografico, l’aumento dell’aspettativa di vita, l’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro e un contesto geopolitico sempre più instabile. A ciò si aggiunge una realtà spesso sottovalutata: oltre 120 milioni di cittadini europei vivono in regioni in ritardo di sviluppo; circa 60 milioni risiedono in territori con un PIL pro capite inferiore a quello registrato nel 2000 e circa 75 milioni in aree caratterizzate da crescita economica stagnante. È in questi contesti che maturano esclusione sociale, sfiducia nelle istituzioni e consenso verso forze politiche anti-europee (9° Rapporto sulla Coesione della Commissione Europea).

Per affrontare questa crisi esistano due percorsi complementari. Il primo, di breve periodo, consiste nella difesa e nel rafforzamento delle conquiste già realizzate: i diritti fondamentali, il patrimonio normativo europeo, i principi sanciti dai Trattati e dalla giurisprudenza dell’Unione. In questa prospettiva, è indispensabile costruire un bilancio europeo adeguato alle nuove sfide e promuovere una partecipazione più consapevole dei cittadini ai processi decisionali. Vi è tuttavia anche una prospettiva di più lungo periodo. Se è vero, come sostiene Mario Draghi, che nessuno Stato membro può affrontare da solo le sfide globali contemporanee, è altrettanto vero che la risposta non può limitarsi a una maggiore integrazione economica e/o industriale. Essa deve tradursi in un autentico progetto politico.

Ma Draghi ha ragione su una cosa: da soli non si va da nessuna parte. E però all’invocazione di Draghi al Parlamento Europeo nel 2024, quando disse “Fate qualcosa”, preferisco quella di Teresa Mattei, partigiana, quando chiese di inserire il “di fatto” nell’articolo 3 della futura Costituzione. E il di fatto per noi è un processo che vada verso un’Assemblea costituente di un’Europa federalista. Il futuro dell’Europa richiede un processo costituente capace di condurre verso un’Unione autenticamente federalista, democratica, pacifica e socialmente avanzata. Un’Europa che realizzi finalmente la promessa formulata nel 1957 con la firma al Trattato di Roma: coniugare il progresso economico alla giustizia sociale e alla piena tutela dei diritti fondamentali. Per tutti. Per i cittadini europei e per coloro che nell’Unione Europea cercano rifugio.
Susanna Florio, segreteria nazionale ANPI, responsabile rapporti con UE
Pubblicato martedì 16 Giugno 2026
Stampato il 16/06/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/leuropa-sociale-in-bilico-dalla-frattura-del-presente-alle-scelte-per-il-futuro/




