Le foto della conferenza stampa di Semia, sono dell’autrice dell’articolo, Linda di Benedetto

In Italia il problema dei diritti non è più soltanto il loro riconoscimento, ma la distanza crescente tra ciò che viene garantito sulla carta e ciò che è realmente accessibile nella vita delle persone. È questa la frattura che emerge da Cittadinanze sospese. Indagine sul divario tra riconoscimento formale ed esercizio effettivo dei diritti in Italia, il nuovo report di Semia Fondo delle Donne presentato il 9 giugno alla Casa Internazionale delle Donne di Roma. Un lavoro che mette in relazione quattro anni di ricerca, 21 indicatori internazionali e l’analisi di 1.224 atti legislativi, restituendo l’immagine di una democrazia che continua a proclamare diritti senza riuscire a trasformarli in garanzie concrete.

La Casa Internazionale delle Donne e Barbara Leda Kenny, presidente dallo scorso aprile

Dal diritto all’aborto alle tutele per le persone LGBTQIA+, dall’accesso alla contraccezione alle discriminazioni che colpiscono migranti e minoranze, il rapporto racconta un Paese in cui il consenso sociale spesso precede la politica, ma resta bloccato nei meccanismi istituzionali. Non è l’assenza di sostegno pubblico a frenare l’estensione dei diritti. È un sistema che rallenta, rinvia e svuota le conquiste formali fino a renderle, in molti casi, cittadinanze solo parziali.

Ad aprire i lavori sono state Barbara Leda Kenny, presidente della Casa Internazionale delle Donne, e Silvia Menecali, sociologa e attivista femminista, le cui parole hanno subito inquadrato la posta in gioco. «I diritti non arrivano da soli, ma non si mantengono neanche da soli», ha detto Kenny. «È un lavoro costante quello che facciamo, l’affermazione delle nostre soggettività politiche. Il femminismo non è una bolla per le donne: è una visione di libertà e liberazione per tutti e tutte». Menecali ha poi allargato la cornice, descrivendo la contraddizione che attraversa chiunque si muova tra i movimenti femministi, transfemministi e per la giustizia sociale: «Da una parte assistiamo a una crescente consapevolezza pubblica su temi che riguardano i diritti, l’autodeterminazione e la libertà delle persone. Dall’altra vediamo aumentare gli ostacoli al loro concreto esercizio, la possibilità di viverli e di praticarli. Sono diritti riconosciuti formalmente che diventano sempre più difficili da esercitare. Tutele che esistono ma che si svuotano progressivamente. Spazi democratici che si restringono».

Menecali ha poi indicato con chiarezza dove si annida il meccanismo del blocco: «Queste reti non operano ai margini delle istituzioni democratiche, operano proprio al loro interno, fanno lobbying, costruiscono alleanze con partiti di governo, occupano spazi consultivi, influenzano agende legislative. Non hanno bisogno di maggioranza sociale per produrre effetti normativi, basta sapere dove e come bloccare, rallentare». Il risultato, ha concluso, è un paradosso reso visibile dai dati con precisione: «I diritti non vengono necessariamente aboliti. Vengono svuotati, vengono resi inaccessibili, erosi per inerzia o per decreto».

A presentare il quadro internazionale è stata Paola De Leo, presidente di Semia, la quale ha inquadrato il caso italiano dentro una crisi democratica globale che non lascia spazio all’ottimismo. La democrazia è in declino su ogni continente: entro il 2026, il 74% della popolazione mondiale vivrà in un regime autocratico, rispetto al 48% del 2013. Oltre 90 Paesi sono oggi coinvolti da transizioni autoritarie. In questo scenario, l’Italia si colloca stabilmente al di sotto della media europea nella maggior parte degli indici analizzati. Sul Gender Gap Index del World Economic Forum, il nostro Paese occupa solo il 63° posto su 146 nazioni. «Buoni risultati sul piano formale, gravi ritardi sul piano sostanziale», ha sintetizzato De Leo. «Questo si ripete un po’ dovunque». E ancora: «Una democrazia senza stato di diritto è una democrazia molto debole, perché lo stato di diritto è ciò che impedisce al potere di trasformarsi in arbitrio, ciò che garantisce che le libertà siano universali, che i diritti non dipendano dalla volontà politica del momento».

L’esempio più clamoroso di questo cortocircuito riguarda l’interruzione volontaria di gravidanza. La legge 194 del 1978 esiste, è in vigore, è riconosciuta. Eppure il 57,1% dei medici ginecologi è obiettore di coscienza, così come il 35,1% degli anestesisti e il 30,9% del personale paramedico. Il risultato è che quasi il 40% delle 540 strutture autorizzate non eroga il servizio. Nel 2023, 3.451 donne sono state costrette a spostarsi fuori dalla propria regione per accedere a un diritto garantito dalla legge, provenienti soprattutto da Basilicata, Molise e Umbria. «Su 10 strutture autorizzate, quattro non offrono il servizio», ha sottolineato De Leo. «3.500 donne sono state costrette a cambiare regione per accedere a un diritto garantito dalla legge». Soltanto quattro regioni hanno recepito le linee guida sulla deospedalizzazione dell’IVG farmacologica. Sul fronte della contraccezione, l’Italia si ferma al 62% di accesso contro il 97% della Francia e il 93% del Portogallo, in un sistema in cui la contraccezione non è prescrivibile dal Servizio Sanitario Nazionale e diventa quindi, inevitabilmente, una questione economica.

Ancora più marcato il divario sui diritti LGBTQIA+. Alla Rainbow Map, che misura su 49 Paesi europei e 7 macro-categorie la situazione legale e sociale delle persone LGBTQIA+, l’Italia riceve appena 24 punti su 100. Malta ne ha 89, il Belgio 85. Ma il dato davvero sconfortante non è il punteggio assoluto: è la progressione. In 25 anni, l’Italia è passata da 13 a 24 punti. Undici punti di miglioramento in un quarto di secolo, mentre il resto d’Europa costruiva un’architettura molto più solida di inclusione e protezione. «Siamo in ottima compagnia con Romania, Bulgaria, Ungheria, Lettonia e Lituania», ha commentato De Leo, con un’ironia amara che la platea ha colto perfettamente. Il report segnala in particolare la mancanza di tutele antidiscriminatorie per le persone trans in ambito sanitario ed educativo, l’assenza di aggravanti specifiche per i crimini d’odio legati all’identità di genere e il mancato riconoscimento legale della genitorialità.

Il politologo Massimo Prearo, ricercatore dell’Università di Verona ed esperto di politiche LGBTQIA+, ha presentato la parte del report dedicata all’opinione pubblica, precisando che si tratta di «una lettura originale trasversale di indicatori, dati, indici esistenti» elaborati attraverso una meta-analisi. I dati dell’European Social Survey restituiscono un’immagine nitida: tra il 70 e l’80% della popolazione italiana ritiene la parità di genere qualcosa di positivo, e tra il 65 e il 75% è favorevole all’idea che le persone gay e lesbiche debbano poter vivere la propria vita liberamente. Il consenso c’è, e in larga misura è stabile. Ma Prearo ha svelato un vuoto istituzionale che dice molto: «Non viene fatto nemmeno il dato. Non viene chiesto alle persone se le persone trans sono libere di vivere la loro vita. È una domanda che non viene ritenuta rilevante dall’European Social Survey». Le persone trans, non binarie e intersex vengono semplicemente cancellate dalle ricerche ufficiali, come se la loro esistenza non meritasse nemmeno di essere misurata.

Diversa e più volatile è la situazione sull’opinione riguardante le persone migranti. Qui i dati si ribaltano: la percentuale di chi pensa che le persone migranti rendano l’Italia un Paese migliore non supera il 23%, mentre una parte consistente — che nel 2016 è arrivata quasi a una persona su due — esprime un atteggiamento negativo. Prearo ha spiegato che questa variabilità non è casuale: «L’atteggiamento nei confronti delle persone migranti è collegato e connesso al dibattito pubblico, dipende dal momento. Quando le persone migranti sono al centro del dibattito, dipinte come persone pericolose, come un rischio, l’opinione pubblica ne risente». Le discriminazioni concrete, tuttavia, restano una realtà strutturale: quasi una donna su tre ha subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e le persone afrodiscendenti e di fede musulmana subiscono discriminazioni sistematiche soprattutto nei campi dell’alloggio e del lavoro.

La parte più originale e metodologicamente inedita del report è stata presentata da Giulia Marchese, data scientist e ricercatrice, che ha ricostruito il ciclo di vita di 1.224 atti legislativi distribuiti su tre legislature e dieci anni di attività parlamentare, suddivisi in 12 categorie di diritti. L’obiettivo era rispondere a una domanda precisa: cosa fa davvero la politica? «Quello che abbiamo voluto capire è non solo cosa mancasse, ma cosa non sta facendo e che cosa non sta facendo», ha spiegato Marchese. Il risultato è la fotografia di un imbuto legislativo sistematico: le proposte di legge sui diritti entrano in Parlamento sull’onda del sostegno popolare, vengono discusse, dichiarate urgenti — e poi muoiono in commissione. La quota di conversione è crollata fino a un misero 1,3%. Su cento proposte, ne sopravvive poco più di una. Le altre scompaiono nel silenzio burocratico, senza un voto contrario, senza un dibattito pubblico: semplicemente, non arrivano mai al termine del loro iter.

A chiudere i lavori è stata Camilla Speriani, consigliera di Semia Fondo delle Donne, che ha ricondotto tutti i dati a una conclusione politica netta. Quando i diritti diventano selettivi — quando dipendono dal reddito, dal corpo, dall’identità e dalla regione in cui si vive — la democrazia non può più essere misurata da ciò che proclama di essere, ma solo da ciò che rende concretamente possibile. Per le donne, per le persone LGBTQIA+, per i migranti, per le persone razzializzate, per chi vive con una disabilità, la condizione descritta dal report è quella di una “cittadinanza sospesa”: tutele che esistono sulla carta e svaniscono nella vita reale, nell’ambulatorio che non offre il servizio, nell’ufficio che non riconosce la famiglia, nel posto di lavoro che discrimina senza conseguenze. «Ignorare il problema non è un’opinione politica», aveva detto De Leo in apertura. «È una scelta politica». Il lavoro di Semia intende offrire al movimento femminista e alla società civile gli strumenti scientifici per non lasciare che quella scelta resti impunita.